Dalla strage alla Columbine High School a Teen Mania Ministries: il retroscena shock sulla glorificazione del martirio

No, non è stato detto tutto sulla strage della Columbine High School: ecco come Teen Mania Ministries ha idealizzato la morte di una studentessa.
Columbine High School & Teen Mania Ministries - LeBisbetiche.com
Columbine High School & Teen Mania Ministries – LeBisbetiche.com (Credits: Leonardo AI)

Certe storie sono talmente complesse e dolorose da essere difficili da narrare. Ancor di più se riguardano bambini e adolescenti: vite in formazione, fragili proprio perché esposte all’errore di gioventù, all’abbaglio, e dunque più vulnerabili di altre.

Ed è in questo contesto scivoloso che si intrecciano due fatti di cronaca. Il primo ha beneficiato di un’ingente copertura mediatica, mentre il secondo, sconosciuto ai più, è parimenti impressionante e getta un’ombra sinistra su uno dei culti più in voga tra gli evangelici americani.

Il massacro della Columbine High School

Partiamo quindi da una data ormai lontana, il 20 aprile del 1999. Quel giorno, i due compagni di scorribande Eric Harris e Dylan Klebold si sedettero al volante delle rispettive automobili e raggiunsero il parcheggio della Columbine High School, nella contea di Jefferson, Colorado.

L’orologio segnava le 11:11, un orario inconsueto per presentarsi alle canoniche lezioni, in programma dalle 07:15 del mattino. Ma ciò che più strideva nell’arrivo di Harris e Klebold era la loro calma glaciale, la fatidica quiete prima della tempesta. Nessuno poteva sospettare, infatti, che la strana coppia avesse portato con sé decine di esplosivi e numerose armi da fuoco. Un autentico arsenale, in cui spiccavano fucili a pompa, pistole, coltelli e bombe propano.

Harris e Klebold - Teen Mania Ministries
Harris e Klebold nella mensa della Columbine High School – Teen Mania Ministries – LeBisbetiche.com (Credits: X)

Il seguito è facilmente immaginabile: dopo aver piazzato a mo’ di diversivo alcuni ordigni all’esterno dell’edificio, Harris e Klebold si fecero strada verso la Columbine High School, sparando a vista agli studenti che passeggiavano nei cortili adiacenti. Guadagnato l’atrio, i due iniziarono a percorrere i corridoi dell’istituto, tra raffiche di proiettili e le grida angosciate delle vittime. La parte più cruenta dell’assalto si consumò in biblioteca, all’incirca verso le ore 11:25: nei successivi dieci minuti i giovani attentatori si divertirono a deridere e a braccare i loro compagni inermi e gli insegnanti, scovandoli dai loro rifugi di fortuna sotto ai banchi e freddandoli sul posto.

In seguito, Harris e Klebold si recarono in mensa, il luogo inizialmente designato per ospitare il clou della strage: qui erano stati posizionati in precedenza alcuni ordigni, fortunatamente inesplosi, e i due tentarono inutilmente di riattivarli. Infine, gli attentatori tornarono in biblioteca, ove, ormai assediati dagli agenti della SWAT, posero fine alle loro vite. Un massacro sanguinoso, e che annoverò tra le fila delle vittime ben 12 studenti e un insegnante, nonché ventitré feriti con lesioni di varia entità.

SWAT, Columbine High School - LeBisbetiche.com
SWAT, Columbine High School – LeBisbetiche.com (Credits: Lovable)

Ma chi erano i veri destinatari di quella rabbia al calor bianco? Inizialmente, molte fonti fecero riferimento a presunti episodi pregressi di bullismo, tesi in seguito accantonata. Sappiamo invece di certo che Harris e Klebold si accanirono particolarmente contro gli atleti e, soprattutto, contro alcune ragazze. Dalle cronache della strage emergono infatti anche alcuni disturbanti scambi di battute con giovani alunne dichiaratamente credenti, come Valeen Schnurr, Kacey Ruegsegger e Cassie Bernall. A quest’ultima fu puntata una pistola alla testa, e chiesto a bruciapelo: «Credi in Dio?».

Dopo una breve esitazione, Cassie rispose affermativamente. Uno dei due, quindi, la incalzò: «Perché?». Poi, senza attendere risposta, l’assalitore premette il grilletto, consegnando un’altra vittima a quello che avrebbe preso il nome di “Massacro della Columbine High School”. La più famosa ai fini del racconto, però, fu Rachel Scott, un’esile brunetta freddata all’esterno della Columbine mentre reggeva una Bibbia in mano, e la cui massima aspirazione era prendere parte alle missioni itineranti in Africa ed Europa dell’organizzazione Teen Mania Ministries.

Quello che molti non sanno è che la morte di Rachel Scott fu in seguito strumentalizzata, peraltro nel modo più infido possibile, e venduta al pubblico come l’esemplare sacrificio di una martire moderna, un esempio da cui trarre ispirazione, da imitare.

Reduce dalla Honor Academy - lebisbetiche.com (Credits: X)
Reduce dalla Honor Academy, Teen Mania Ministries – LeBisbetiche.com (Credits: X)

Dalla strage di Columbine a Teen Mania Ministries

Ed è qui, infatti, che la strage della Columbine si interseca con la storia di una delle più grandi organizzazioni evangeliche giovanili degli Stati Uniti, per l’appunto la Teen Mania Ministries. Fondata nel 1986 dal carismatico e roboante predicatore Ron Luce, Teen Mania si riprometteva di riconquistare le giovani menti americane, riconducendole nel cosiddetto gregge di Cristo.

Consapevole della natura inquieta e ribelle degli adolescenti, ma anche della loro influenzabilità, Luce ideò una serie di iniziative tutto sommato trascinanti e adrenaliniche, come Acquire the Fire, un fittissimo calendario di eventi annuali in più di 30 città statunitensi a base di concerti christian rock, massicci delivery di pizza e appassionati discorsi motivazionali.

Successivamente, Luce varò anche la Battle Cry, una serie di campagne pubbliche contro la cultura pop, e specialmente contro l’emittente MTV, al tempo all’apice del successo tra i Millennials e nemico giurato dei vertici di Teen Mania. I giovani più ligi e motivati ambivano inoltre a partecipare alla Honor Academy, un bootcamp di 12 mesi che prevedeva una disciplina ai limiti del fanatismo, challenge umilianti, tagli, fratture, privazioni di cibo e sonno, avvilenti confessioni pubbliche e uno spiccato indottrinamento spirituale, venato per giunta dalla propensione al martirio.

Badate bene, l’internship dell’orrore era a pagamento (dai 6.000 ai 8.400 dollari) e, tra la quota di iscrizione e le eventuali missioni estere, ogni partecipante poteva arrivare a sborsare fino a 10.000 dollari all’anno. Il buon Tafazzi applaudirebbe ammirato ma, tornando seri, c’è poco di cui stupirsi: ecco cosa accade quando il carisma di un individuo incontra l’esigenza di credere, di appartenere a un gruppo, costi quel che costi.

Teen Mania Ministries - LeBisbetiche.com
Teen Mania Ministries – LeBisbetiche.com (Credits: Lovable)

Le testimonianze

Un testimone ha descritto sulla piattaforma X la sua esperienza ai comizi di Teen Mania: «Il pastore dei giovani salta in giro con un microfono come un comico ubriaco di caffeina, cercando di catturare l’attenzione di ragazzi che sono stati addestrati dai genitori e dai loro dispositivi a essere spiritualmente insensibili e moralmente indifferenti. E tutto questo viene fatto nel nome di Cristo, come se lo Spirito Santo avesse mai bisogno di una fetta di salame piccante per attirare l’attenzione di un adolescente. Quello che vedi non è ministero. Non è discepolato. Non è evangelizzazione. Non è santità. È un disperato tentativo di corrompere ragazzi spiritualmente morti, affinché restino seduti abbastanza a lungo da ascoltare un devozionale di tre minuti scritto al livello intellettuale di un biscotto della fortuna. E poi ci chiediamo perché la prossima generazione non vuole avere niente a che fare con Dio».

Period.

Alla luce di ciò, il leader di Teen Mania poteva forse esimersi dall’attingere a piene mani dalla narrativa romanzata sugli ultimi attimi di vita di Rachel Scott? Di esaltare la sua forza d’animo, il suo coraggio e soprattutto la sua fede incrollabile di fronte a una pistola pronta a fare fuoco?

Naturalmente, no. Ron Luce, però, non si è limitato a citarla con affetto e partecipazione emotiva durante i suoi comizi. Il predicatore le ha infatti dedicato delle gigantografie di dubbio gusto, sbattendole in faccia al pubblico durante le sue filippiche contro il degrado della società. E tuonava, di fronte a un’audience giovanissima e comprensibilmente affranta: «È una martire che ha difeso il proprio credo!».

Ritrovo evangelico - lebisbetiche.com (Credits: Leonardo AI)
Teen Mania Ministries – LeBisbetiche.com (Credits: Leonardo AI)

Dalla fede al martirio

Il giornalista Jeff Sharlett, ospite nel documentario Shiny Happy People, ha commentato: «L’ha resa parte del suo progetto. Diceva: “Potreste essere voi. Non sarebbe stupendo? Il vostro nome sarebbe ricordato”. Voleva insegnare a una generazione di giovani: “Sei sacrificabile, e la cosa più preziosa che potresti fare è morire. La gloria è il martirio”…». Un’affermazione indubbiamente pericolosa, ma che al tempo avrebbe – almeno nelle intenzioni di Luce – validato lo spirito di comunità in Teen Mania.

Period.

Ormai conosciamo tutti le logiche della comunicazione mediatica, del sensazionalismo indiscriminato e della ricerca selvaggia del click. Abbiamo – chi più, chi meno – imparato a diffidare dei titoloni strillati, delle offerte troppo allettanti per essere vere, dei gattini che lavorano all’uncinetto su TikTok. Abbiamo, in sostanza, sviluppato gli anticorpi nei confronti di chi cerca facile visibilità, o di chi cavalca le tragedie per ottenerne un tornaconto. Può sembrare paradossale, quindi, che in un tempo non troppo lontano i giovani pagassero un prezzo altissimo per affiliarsi a un’organizzazione dai toni tanto radicali quanto cruenti, e che padroneggiava cinicamente bastone e carota per catalizzare il loro bisogno di appartenenza.

Ma, in questo caso, dobbiamo tenere conto dell’epoca in cui si sono svolti i fatti. Era la fine degli anni ‘90, la golden age della TV sperimentale, della contrapposizione tra le sonorità dissacranti del post-grunge e gli scricchiolii di una Chiesa sempre più distante dal malessere giovanile. Luce ha semplicemente sfruttato la fragilità e il bisogno di risposte di migliaia di adolescenti, attirandoli a sé con una propaganda a tratti seducente, ma profondamente strumentale. Estremizzando la fede come mezzo per elevarsi agli occhi non solo del Creatore, ma soprattutto dell’opinione pubblica. E per elevare anche, perché no, il proprio status economico.

Sì, perché – al di là della retorica sulla virtù e il sacrificio – Teen Mania è stata protagonista di un corposo turnover di denaro. Raccolte fondi, donazioni, debiti milionari, cause legali e rapporti opachi con la politica conservatrice a stelle e strisce, e stiamo parlando solo dei dati a disposizione dell’opinione pubblica. Nel 2015, in effetti, nonostante le numerose adesioni di giovanissimi all’associazione, Teen Mania Ministries ha ufficialmente dichiarato bancarotta, mentre Ron Luce, schivato un mandato di arresto per aver dissipato i fondi della Compassion International destinati all’organizzazione – più di 170.000 dollari – sembrava essersi ritirato in buon ordine.

Ma non è rimasto con le mani in mano. Ad oggi, Ron Luce risulta infatti il CEO di un nuovo ministero, Generation Next, e possiamo solo immaginare quali siano i pilastri della sua nuova liturgia.

Ma la vera domanda non riguarda lui. Riguarda noi. Perché la storia di Columbine e Teen Mania non è solo un capitolo chiuso degli anni ’90: è un monito. L’intreccio di queste due vicende ci insegna che il dolore può essere manipolato, la fede mercificata, l’appartenenza sfruttata. E anche oggi, nell’era profetizzata da Andy Warhol – «Nel futuro, ognuno sarà famoso per 15 minuti» – il rischio è lo stesso: cambiano solo i palcoscenici… ora, sono persino a portata di tap.

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