Il diavolo sta nei dettagli: María Ángeles Molina, nota alle cronache come “Angi”, avrebbe potuto farla franca, ma la sua ingordigia l’ha tradita.

È mai avvenuto, nella Storia, il crimine perfetto? A quanto pare, esistono alcuni precedenti che sembrano avvalorare tale scenario. Jack lo Squartatore, per dirne una. Oppure, Zodiac. E ancora: l’Unabomber italiano, oppure i responsabili della sparizione di Emanuela Orlandi. Banalmente, anche l’identità del famigerato Mostro di Firenze resta avvolta nel mistero.
In sostanza, forse il crimine perfetto non esiste, ma le indagini incomplete, frammentarie e mal gestite sì. E forse, la protagonista di questa assurda vicenda puntava proprio sulla sua intelligenza, sull’abilità manipolatoria e sulla propria personalità camaleontica. Carisma contagioso e una sfrontatezza degna di Ricky Gervais, María Ángeles Molina, conosciuta da tutti come Angi, c’è arrivata davvero vicina.
El jueves 1 de mayo llega a @NetflixES la miniserie documental Angi: Crimen y mentira
Compuesta por dos episodios, analiza el homicidio de la joven Ana Páez, cometido por María Ángeles Molina (“Angi”) en 2008. Este caso fue bautizado por los medios como “El crimen casi… pic.twitter.com/CJt866z7Iv
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Lineamenti regolari, giusto un po’ spigolosi, e un carattere ancora più affilato, Angi aveva preso all’amo nel 1992 il facoltoso imprenditore argentino Juan Antonio Álvarez Litben, proprietario di un night club a Gran Canaria. Il primo incontro era avvenuto in modo del tutto casuale. Juan Antonio, a bordo di un taxi mentre si recava nel suo locale, aveva ravvisato durante il tragitto un’auto fuori strada. Accanto ad essa, una giovane donna in difficoltà. L’aveva soccorsa, in pieno stile cavalleresco, accompagnandola poi in ospedale.
Galeotto fu il suo buon cuore. La donna, apparentemente di buona famiglia, lo aveva immediatamente intrigato. Era la figlia di un blasonato notaio spagnolo, diceva. Eppure, nessuno nella comunità conosceva la sua famiglia di origine, e Angi non godeva di stima da parte degli abitanti dell’isola.
Ciò nonostante, Juan Antonio la condusse fino all’altare: il fatto che “il lato della sposa” — Kill Bill docet — fosse completamente deserto non aveva destato in lui alcun sospetto. Semmai, si era intenerito e le aveva spianato la strada, introducendola nell’alta società di Mar de Plata nonostante le perplessità di amici e familiari. Angi era pretenziosa, fredda, altera. Il tipo di donna che suscita occhiatacce e sguardi eloquenti tra le dame delle élite provinciali. Cui si mormora alle spalle.
Impermeabile alle critiche di chi la definiva un’arrampicatrice sociale, la novella sposa aveva in seguito dato alla luce l’unica figlia della coppia, ma solo 4 anni più tardi la famiglia Álvarez Litben venne travolta da un’inspiegabile tragedia.
El 1 de mayo llega a #Netflix la miniserie documental #AngiCrimenYMentira, que analiza el homicidio de la joven Ana Páez, cometido por María Ángeles Molina en 2008. Este caso fue bautizado por los medios como “El crimen casi perfecto”.https://t.co/d1vZh132se pic.twitter.com/itcLaw9f68
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Angi, di ritorno da un viaggio con la figlia, contattò le Forze dell’Ordine il 3 novembre del 1996, denunciando l’improvvisa dipartita del marito. Lo aveva trovato, raccontò, esanime e nudo nella loro camera, riverso a fianco del letto. Un braccio, notarono gli inquirenti, era stranamente posato sul letto della coppia. Al dito, la fede. In mano, un hard disk.
Sulla coperta, vi erano alcune tracce di vomito, e mancavano all’appello un Rolex e il portafoglio dell’uomo. Anziché indagare a fondo sulle incongruenze della scena e sulle circostanze della morte, gli investigatori archiviarono il caso come morte accidentale, forse un suicidio. Nello stomaco di Juan Antonio, infatti, furono rinvenute tracce di ioni fosfato, un fertilizzante che Angi avrebbe incautamente, secondo quanto dichiarato, conservato in un barattolo di vetro per generi alimentari.
Neppure le successive mosse di Angi – come prelevare 330.000 euro dalle quote del night club e il suo rapido trasferimento a Barcellona – fecero inarcare le sopracciglia ai detective. Forse, era solo la lecita reazione di una giovane vedova impreparata al lutto, e desiderosa di ricominciare da zero con la figlia, all’epoca in età prescolare. Auto lussuose, un guardaroba che avrebbe fatto fremere di invidia Jacqueline Kennedy, Angi non si negava nulla. Frequenti prelievi al tesoretto recentemente ereditato, una costellazione di nuovi amici e amanti: di certo, Angi aveva inaugurato una ripartenza in grande stile.
María Ángeles Molina: donna sfortunata o vedova nera?
Almeno fino al 21 febbraio del 2006, data in cui la sua amica ed ex collega Ana Paez venne ritrovata senza vita in un contesto estremamente pruriginoso. La donna venne infatti rinvenuta all’interno dell’appartamento che aveva recentemente affittato a Gràcia, Barcellona, nuda e riversa sul divano. In testa, un sacchetto di plastica avviluppato attorno al collo con del nastro adesivo. A lato del capo, pendeva una parrucca. A terra, giacevano degli stivaloni da lap dance. Un gioco erotico finito male? Inizialmente, gli investigatori si erano concentrati proprio su questa pista. E poi, sul corpo della donna vennero repertate tracce di liquido seminale, proveniente per giunta da due individui differenti.

Un orgiastico rendez-vous, successivamente sfociato in tragedia? Fortunatamente, qualcuno in Procura esitò ad etichettare il decesso come un mero incidente. Indagando a ritroso sulle ultime attività della vittima, gli investigatori scoprirono che l’ultima persona ad averla vista in vita era proprio María Ángeles Molina. La corrispondenza pervenuta all’indirizzo dell’immobile, inoltre, era riconducibile al medesimo nominativo. L’ultimo prelievo dal bancomat di Ana Paez, infine, era avvenuto successivamente alla data della sua morte, come confermato dagli esami autoptici.
A quel punto, ai detective non restò che incrociare i dati postali, bancari e le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti nell’ATM in questione: a recarvisi era stata proprio la vedova allegra. Alcuni poliziotti le si misero alle calcagna, la seguirono mentre sfrecciava nel traffico di Barcellona a bordo di una Porsche fiammante, diretta verso alcune compagnie di assicurazione. Si scoprì in seguito che Angi, spacciandosi per Ana Paez, aveva stipulato a suo nome alcune polizze sulla vita nei giorni precedenti alla morte, del valore di oltre 1 milione di euro.
Passo dopo passo, gli inquirenti tratteggiarono il movente e le dinamiche dell’ormai conclamato crimine. Angi aveva ideato un piano piuttosto spregiudicato: dopo aver recuperato i rapporti con l’amica, ne aveva riconquistato la fiducia, arrivando a carpirle alcuni documenti personali a sua insaputa, utilizzandoli per accedere ai conti di Ana. Certificati che gli inquirenti rinvennero in seguito, all’interno del suo bagno, accanto a un flacone di cloroformio. Ne aveva assunto le sembianze, affittando a suo nome l’appartamento a Gràcia. Si era recata in un night club, ove aveva ingaggiato un paio di gigolò, invitandoli a masturbarsi al suo cospetto. Aveva raccolto il loro liquido seminale in due diverse provette, per poi raggiungere Ana Paez nell’immobile, provocandone il collasso con l’aiuto del succitato anestetico.

Una volta priva di sensi, Angi l’avrebbe sistemata sul divano, denudandola, coprendole il capo con la busta in plastica e attendendone la morte. Aveva quindi disposto accuratamente gli stivali, la parrucca e il liquido seminale sul corpo dell’amica, inconsapevole che il suo depistaggio avrebbe solamente rallentato le indagini della Polizia.
Il suo alibi, peraltro, suonava piuttosto stonato: nelle ore in cui Ana era deceduta, Angi si sarebbe recata a bordo della Porsche a Saragozza, per ritirare le ceneri del padre… morto circa un anno prima. La donna aggiunse inoltre di aver effettuato alcuni acquisti durante il tragitto di ritorno. «Senza yogurt o latte condensato sono finita», aveva spiegato davanti a una Corte esterrefatta, come riporta anche il “Time”.
Era convinta di farla franca, come probabilmente era accaduto con il potenziale omicidio del suo defunto marito. Se, infatti, nel 2012 Angi fu condannata a 22 anni di carcere per l’uccisione di Ana Paez, con l’aggravante della frode assicurativa e della sostituzione di identità, non fu mai formalmente processata per la morte di Juan Antonio.
Detenida “Angie”, autora del llamado “crimen perfecto”, por planear otro asesinato desde prisión https://t.co/U2HaJDDK2p Óscar Sánchez
María Ángeles Molina, condenada por el homicidio de una amiga en 2008, fue arrestada mientras disfrutaba de un permiso penitenciario; el juez… pic.twitter.com/7IxenBvVUR
— Juan Antonio Tirado (@jatirado) March 26, 2025
E qui giunge la nota dolente: in seguito alla condanna, la figlia di Angi si recò con una zia presso l’appartamento della madre e Barcellona per recuperare i propri effetti personali, ma nel corso dell’operazione rinvenne anche il Rolex e il portafoglio appartenuti al padre. Sì, proprio gli oggetti che risultavano mancanti in camera da letto dopo la morte di Juan Antonio. Inoltre, alcuni documenti provavano che Angi l’avrebbe iscritta in una scuola di Barcellona prima del decesso del padre. La figlia lottò per ottenere la riapertura del caso, ma inutilmente. Nonostante gli elementi forniti dal criminologo Félix Ruiz e la precedente condanna per un reato analogo, il Giudice decretò: «Il reato non è provato». Uno dei tanti paradossi della Giustizia, che potete approfondire anche qui.
Altra nota, ahinoi, tragicomica: dopo 12 anni di carcere, María Ángeles Molina è stata anticipatamente rilasciata nel 2025 per buona condotta… salvo poi tornare dietro alle sbarre per aver pianificato un altro omicidio durante il suo periodo di detenzione.
Dunque meditiamo, Bisbetiche, meditiamo. Angi non ha mai ideato il crimine perfetto. Ha solo approfittato di un sistema abbastanza imperfetto da lasciarglielo tentare due volte. Quasi tre.



