Da Correggio, un caso ai limiti del surreale: ecco come Leonarda Cianciulli, un’anonima casalinga, è entrata negli annali del true crime italiano

Immagina che oggi, nel 2026, una signora di provincia – magari quella che al mercato pontifica sulle virtù del suo pane casereccio e ti racconta che “il segreto è il lievito buono” – venga improvvisamente accusata di aver fatto sparire tre concittadine. Non in modo metaforico, tipo “sparire dai social”, ma in pieno stile Himmler. E immagina che, quando la Polizia bussa alla sua porta, lei risponda con la calma di chi ha appena sfornato una crostata: «Buongiorno, agenti. Gradite una fetta?». Ecco: benvenute, care Bisbetiche, nel mondo di Leonarda Cianciulli, la donna che negli anni ’30 e ’40 trasformò la sua cucina in un laboratorio di alchimia nera, convinta che i suoi delitti fossero un atto d’amore materno. Una specie di influencer del sacrificio umano, però in versione vintage.
Leonarda nasce nel 1894 a Montella, in Irpinia, in un contesto che oggi definiremmo una “famiglia complicata”, ma che allora era la normalità. Secondo alcune fonti, la madre l’avrebbe concepita dopo un episodio di violenza, dinamica che le avrebbe impedito di provare il benché minimo affetto per la piccola. Secondo altre, la storia è molto meno romanzata. In ogni caso, Leonarda cresce con un senso di rifiuto e abbandono emotivo che diventerà il leitmotiv della sua narrativa personale. Aggiungiamo un paio di tentativi di suicidio (veri o presunti), un matrimonio osteggiato dalla famiglia e una maledizione autoalimentata dalle sue stesse paure, e il quadro psicologico inizia a prendere forma.

Leonarda Cianciulli: le origini di una mente inquieta
La vita matrimoniale non è un disastro, ma nemmeno una love story da tascabile Harmony. Il marito, Raffaele Pansardi, è un impiegato modesto e privo di particolari velleità. Lei, invece, è un autentico vulcano: commercia, truffa, legge la mano, si spaccia per maga, vende mobili, cucina dolci, si reinventa di continuo. Una multitasker ante litteram.
Il problema è che Leonarda ha un rapporto con la maternità che definire “morboso” è un eufemismo: su 17 gravidanze, solo 4 figli sopravvivono. E quando una veggente le predice che “tutti i suoi figli moriranno”, lei ci crede… al punto da farne una fissazione.
Così, quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale e il suo primogenito rischia l’arruolamento al fronte, Leonarda decide che la soluzione non è pregare, né disertare, e neppure corrompere un ufficiale: no, la scappatoia arriva dalla magia. E la magia, nella sua testa, richiederà sacrifici umani.
Tra il 1939 e il 1940, tre donne – Faustina Setti, Francesca Soavi e Virginia Cacioppo – cadono nella sua rete. Sono tutte donne sole e attempate, vulnerabili, in cerca di un futuro migliore. Eterne signorine, smaniose di conquistare finalmente un romantico happy ending, al punto da affidarsi alla “fattucchiera” della porta accanto. Leonarda offre loro un lavoro, un matrimonio, una nuova vita. In cambio, chiede solo discrezione e… denaro sonante.
Il resto è storia: nella nostra ricostruzione compariranno un’ascia, coltellacci, pentoloni, soda caustica e una serie di dettagli che oggi farebbero impallidire persino gli sceneggiatori di American Horror Story.

L’alchimista dell’orrore
Secondo il suo memoriale – “Confessioni di un’anima amareggiata”, un tomo di oltre 700 pagine la cui autenticità, a onor del vero, è tuttora discussa dagli studiosi – Leonarda scioglie i corpi con la soda caustica e, munita di allume di rocca e pece greca, usa i resti per confezionare saponette. Poi mescola il sangue precedentemente recuperato, lo mixa sapientemente con latte e cacao, inforna il tutto… et voilà: sulla sua tavola compaiono vassoi di invitanti dolcetti. Dolci che offre ai figli per pura superstizione, ma anche ad amiche e visitatori occasionali.
Non per crudeltà – dice lei – ma per amore. Per salvarli. Perché si sente una Teti moderna, pronta a immergere i suoi Achille nel sangue altrui per renderli immortali. «Non ho ucciso per odio o per avidità – sosterrà di fronte ai magistrati – ma solo per amore di madre». Una logica che oggi definiremmo distorta, psicotica e delirante, ma che allora venne presa abbastanza sul serio da generare un processo mediatico enorme.
Quando la Polizia inizia a indagare, Leonarda non collassa né arretra di un centimetro: rialza la schiena, indurisce la mascella e mantiene la parte. Prima nega: si dichiara, anzi, pronta a denunciare. Successivamente esagera e calca i toni, infine confessa. A tratti, sembra quasi bearsi di quella repentina ondata di attenzioni. Il processo del 1946, in effetti, è un circo: l’accusa sposa il movente dell’avidità, lei controbatte con la tesi della magia, i periti ventilano invece l’ipotesi della semi-infermità mentale. La condanna finale è di 30 anni di carcere e 3 di manicomio criminale. In realtà, Leonarda non uscirà mai più: morirà nel 1970 in un ospedale psichiatrico di Pozzuoli, lasciando dietro di sé una scia di miti, leggende, film e guadagnando un posto d’onore nel Museo Criminologico di Roma, dove sono conservati gli strumenti dei suoi delitti. Verrà tramandata ai posteri come la “Saponificatrice di Correggio”.

Personalmente, la figura di Leonarda Cianciulli mi ha sempre affascinata, ma non solo per i torbidi retroscena o per l’efferatezza dei suoi delitti. La sua vicenda, piuttosto, mi è rimasta impressa perché offre diversi spunti di riflessione. A partire dalla banalità del male, che spesso trova la sua genesi in vicissitudini infantili talmente complesse e segnanti da ipotecare per sempre il futuro di chi le subisce. Leonarda ha vissuto il trauma del rifiuto materno, eppure era desiderosa di affrancarsi dal suo passato, regalando ai figli superstiti un futuro brillante, migliore. Poteva abbattersi, sotto il peso di una relazione matrimoniale osteggiata, dopo il trauma degli aborti e dei rovesci di fortuna, eppure ha scelto di reagire. Di studiare manuali esoterici, di arrabattarsi alla bell’e meglio per garantire la sussistenza alla sua prole, fino ad arrivare a gesti di incommensurabile crudeltà.
Leonarda è ricordata oggi come una delle criminali più efferate della storia italiana, eppure possiamo tentare di comprenderla solo collocandola nel suo contesto. E, paradossalmente, nemmeno la gente del suo tempo l’ha mai vista per ciò che era: non la figura dimessa che attraversava il paese dispensando saluti cordiali, ma una mente a suo modo brillante e pericolosa, capace di immolare nel paiolo chiunque avesse la sfortuna di bussare alla sua porta. Senza la minima empatia, in piena osservanza del vecchio adagio “il fine giustifica i mezzi”.

Il reale movente? Nessuno lo ha mai stabilito con certezza, ma – che si tratti di avidità, paranoia materna oppure di patologia mentale – è difficile credere che tutto questo sia maturato nel silenzio assoluto. Le nevrosi non germogliano in serra, e le ossessioni non restano mai davvero confinate nella testa di chi le coltiva: filtrano, gocciolano, si insinuano nei gesti quotidiani, negli automatismi. Anche in quelli che fingiamo di non vedere. Poteva essere arginata, riportata a più miti consigli? A distanza di quasi un secolo, questo interrogativo resta in sospeso.
La verità è che la fragilità altrui fa sempre il resto: basta un’ingenuità, una cerchia sociale che preferisce la forma alla sostanza, e certe ombre trovano spazio per allungarsi. E non si tratta di giustificare ciò che ha fatto – perché non c’è alchimia che possa trasformare tre vite spezzate in un atto d’amore – ma di ricordarci che i mostri non nascono mai dal nulla. Nascono dove nessuno guarda davvero.



