Finti atti vandalici e zero pudore: perché oggi sui social non si prova più vergogna? Analisi psicologica dello scandalo Michelle Comi a Le Iene.

Se un tempo qualcuno diceva “Penso, dunque sono” (sto parlando di Cartesio, per chi non lo sapesse), oggi nell’era dei social per molti quella massima si è trasformata in: “Mi insultano sul web, dunque fatturo”.
Mi riferisco ovviamente alle polemiche che stanno investendo in queste settimane l’influencer Michelle Comi. Il recente servizio de Le Iene ha infatti documentato i retroscena di alcuni suoi contenuti, sollevando pesanti dubbi sulla veridicità di situazioni mostrate online: dalla messinscena dell’auto imbrattata di parmigiana fino alle opacità sulla gestione di un’adozione a distanza. Fatti che, se confermati nella loro totale falsità, dimostrano come si sia disposti a tutto pur di alimentare il sacro fuoco dell’hype.
Impossibile quindi non chiedermi, dopo aver assistito a questo spettacolo, dove finisca il marketing provocatorio e dove inizi una totale dipendenza dall’attenzione altrui. A che punto della nostra evoluzione sociale abbiamo deciso che la dignità valesse meno di una visualizzazione?
Questo delirio non si ferma alle finte auto vandalizzate. Basta fare un giro sui social per essere sommersi da una marea di video in cui ragazze giovanissime sbandierano i dettagli più intimi, crudi e imbarazzanti della propria vita sessuale. Parlo di veri e propri tutorial espliciti o di confessioni assurde sui fluidi corporei del partner, il tutto condiviso senza il minimo filtro. Guardando queste clip, la prima domanda che mi sorge spontanea è una sola: ma come fanno a non provare un briciolo di vergogna?

Inseguire l’hype a ogni costo: perché oggi sui social non si prova più vergogna?
La risposta è tanto semplice quanto spaventosa: l’algoritmo ha letteralmente spento la loro capacità di imbarazzarsi. Nel circo online, il pudore non fa fare soldi e non porta follower. Queste ragazze – ma non solo, forse dovremmo dire “persone” – si sdoppiano: creano un personaggio da dare in pasto al pubblico e si convincono che quella sullo schermo non siano davvero loro. Se parlare di certe cose intime attira migliaia di commenti, insulti e visualizzazioni, il loro cervello smette di vederlo come un gesto umiliante e lo registra come un successo. La dignità viene spenta pur di non finire nell’oblio.
Ora, verrebbe da chiedersi perché non si fermano visto che il più delle volte vengono subissate da insulti e accuse. Beh, perché è proprio questo il loro gioco. La cosa più cinica infatti è che queste persone sanno esattamente cosa stanno facendo. Sanno di suscitare odio, disgusto e indignazione, e lo fanno APPOSTA. Per l’algoritmo di Instagram o TikTok, infatti, un commento che dice “Sei un genio” e uno che dice “Mi fai schifo” hanno lo stesso identico valore. Contano solo come numeri, metriche, interazioni. Finché l’utente si ferma a scrivere la sua rabbia nei commenti, la piattaforma premia il video spingendolo nel feed di altre migliaia di persone. L’indignazione collettiva diventa così il carburante economico del creator: più li odi, più li fai fatturare.

Guadagnare con il trash: la verità sull’economia dell’indignazione
In parole povere tutti noi, con la nostra preziosissima indignazione da tastiera, finanziamo questo circo. Ogni volta che visualizziamo, condividiamo per dire “guarda questa che schifo” o commentiamo furiosi per spiegare quanto sia caduta in basso la società, stiamo regalando a queste ragazze esattamente ciò che vogliono: visibilità. Ci indigniamo per sentirci migliori, per darci una pacca sulla spalla da soli, senza capire che siamo solo comparse non pagate del loro show. Quando lo capiremo, forse finirà anche questo odioso business del grottesco.
L’unico modo per uccidere il finto hype, infatti, è il silenzio. Finché regaleremo il nostro tempo e la nostra rabbia a queste messinscene, ci sarà sempre qualcuno disposto a coprire di parmigiana la propria auto o a svendere la propria dignità pur di monetizzare la nostra attenzione. La prossima volta che un algoritmo vi propone lo shock del giorno, fate un favore alla vostra salute mentale: passate oltre. Il vero potere è un banalissimo clic sul tasto “non mi interessa”.



