Un viaggio nei traumi di chi vive immerso nella violenza: la recensione senza filtri di una squadra antisommossa che ha perso il confine tra giusto e sbagliato.

Ho visto ACAB la serie qualche mese fa, dopo aver già visto il film da cui è tratta, e non me ne sono pentita. Anzi, l’ho letteralmente divorata.
È una produzione tutta italiana che affronta un tema scottante e controverso, oggi ancora più difficile, alla luce dei fatti di cronaca che conosciamo bene.
I protagonisti sono poliziotti. Ma ACAB non è solo la loro storia: è soprattutto uno spunto di riflessione su quello che c’è sotto la divisa. (E di questo ne abbiamo parlato anche qui).
La serie prova a mostrare cosa può succedere a chi svolge un lavoro ad altissimo tasso di stress, a chi vive quotidianamente – in alcune realtà – immerso nella violenza, nel conflitto, nella miseria umana. Racconta i traumi, i conflitti interiori, la fatica costante di mantenere la propria umanità all’interno di un sistema che spesso spinge verso l’isolamento emotivo e la disillusione.
Isolamento emotivo perché l’esposizione continua alla violenza obbliga a costruirsi una corazza. Distaccarsi diventa una forma di sopravvivenza psicologica: non puoi permetterti di sentire tutto, sempre.
La serie aiuta a capire anche le dinamiche interne di certi ambienti, dove ti viene chiesto di essere forte, di reggere, e dove mostrare vulnerabilità non è un’opzione, perché viene percepita come una minaccia alla tua credibilità.
L’ambiente delle forze dell’ordine, in questo caso la Polizia, è spesso attraversato da una cultura del “noi contro il mondo”. Un meccanismo di difesa che crea legami fortissimi tra colleghi, ma che allo stesso tempo genera isolamento sociale ed emotivo. Ci si protegge tra pari, ma si fa fatica ad aprirsi davvero, anche con le persone che si amano. E da qui arrivano le fratture, i problemi familiari, le distanze.
Certo, non è così per tutti. Ma è una dinamica che esiste.
ACAB la serie: la trama, il cast e il lato oscuro dei difensori dell’ordine
ACAB la serie racconta le vicende di una squadra antisommossa chiamata a ristabilire l’ordine durante una rivolta. Una serie di ritardi e decisioni sbagliate porta il gruppo a essere travolto dalla violenza dei manifestanti e al ferimento del loro comandante. L’arrivo di un nuovo responsabile, con una visione diversa e meno allineata alla logica del cameratismo a ogni costo, incrina gli equilibri e fa emergere, episodio dopo episodio, i mondi interiori dei singoli agenti.
Tutto ruota attorno al ferimento di un manifestante, quella notte. Un evento che innesca una spirale di violenza, di silenzi e di protezione reciproca. I protagonisti, tra cui Marco Giallini (Mazinga), l’unico che troviamo anche nel precedente film, si trovano a dover convivere con i propri demoni interiori e, allo stesso tempo, a difendersi l’un l’altro durante le indagini sulle responsabilità.
La serie ci mette davanti a una realtà che spesso preferiamo non vedere: chi indossa una divisa non smette di essere una persona. Soffre, ama, sbaglia, proprio come tutti.
E questo non è un dettaglio.

Il confine tra giusto e sbagliato nei fatti di cronaca
Man mano che la storia si sviluppa, l’ambiguità morale diventa centrale. Il confine tra giusto e sbagliato si fa sempre più labile, in un contesto in cui la violenza non viene solo tollerata, ma talvolta percepita come uno strumento necessario per mantenere l’ordine. La morte del manifestante segna il punto di rottura definitivo e costringe i personaggi – e chi guarda – a interrogarsi su quanto quel confine possa essere fragile.
Attenzione, questo non è un testo per giustificare la violenza, né per assolvere chi sbaglia.
Ma nemmeno per fingere che tutto sia semplice.
Quella raccontata in ACAB la serie è una parte, una minima parte, di chi sceglie di indossare una divisa. Molti, la maggioranza, lo fa per integrità morale e senso di giustizia. Altri (pochi per fortuna) si perdono lungo il percorso, schiacciati da pressioni enormi e responsabilità sproporzionate rispetto allo stipendio percepito.
Quando ti viene chiesto di reggere sempre, di non crollare mai, di essere il contenitore della rabbia altrui, senza reali spazi di decompressione o di elaborazione, qualcosa può incrinarsi. La frustrazione si accumula. La sensazione di essere soli, poco riconosciuti, facilmente sacrificabili cresce.
E quella rabbia può finire per cercare uno sfogo sbagliato, indirizzandosi verso chi appare impunito, verso chi sembra vivere al di sopra delle regole che invece tu sei chiamato a far rispettare, spesso pagando un prezzo altissimo.
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Non è giusto. Non è accettabile. Ma può essere una chiave di lettura.
ACAB si trova in uno spazio scomodo che non assolve, ma nemmeno disumanizza. Ricorda che dietro una divisa non c’è un blocco monolitico, bensì individui con fragilità, limiti, contraddizioni.
Giudicare è facile.
Capire cosa c’è dietro una divisa, molto meno. Ripeto, non giustifico la violenza di alcuni fatti di cronaca, quella va condannata, sempre. Ma mi ha affascinato capire (anche se solo in un’opera di fantasia) cosa può spingere a compierli, quei fatti.
E voi ci avete mai pensato?


