Edoardo Leo e Micaela Ramazzotti ci sbattono in faccia l’ipocrisia con cui trattiamo il disagio mentale.

Non capita spesso di guardare un film commedia e trovarsi a riflettere su temi importanti. Le commedie dovrebbero trasportarci in un mondo spensierato, almeno per un paio d’ore. Non sbatterci in faccia i nostri pregiudizi, e perché no, anche la nostra ignoranza.
Di lavoro e per passione mi trovo spesso ad analizzare i film, ma se oggi cercate la spiegazione di 30 notti con il mio ex, probabilmente è perché anche voi vi siete accorti che dietro le risate c’è molto altro.
Di solito mi accingo a guardare questo tipo di film senza grandi aspettative: ok, guardo una commedia per rilassarmi, per estraniarmi dalla vita caotica. Con questo film, invece, mi sono trovata a chiedermi cosa stessi davvero guardando.
Edoardo Leo e Micaela Ramazzotti sono i protagonisti del film, debuttato qualche mese fa. Lui interpreta Bruno, lei Terry, la ex moglie. Due persone che più diverse non potrebbero essere. Verrebbe spontaneo pensare che proprio per questa ragione siano diventati “ex”. E invece no.
La spiegazione di 30 notti con il mio ex: l’equilibrio sopra la follia
Bruno è il classico uomo che vuole avere tutto sotto controllo: uno di quelli che annotano gli appuntamenti in agenda, dividono i vestiti per colore e vivono seguendo un manuale d’istruzioni immaginario.
Noioso, per qualcuno. Rassicurante, per qualcun altro.
Terry, al contrario, ha un’anima da artista: caotica, disordinata, senza orari, senza filtri. Una di quelle persone che portano vita ovunque… e ricorrenti terremoti. Tutto qui? Sono queste le differenze che hanno fatto scoppiare la coppia? Beh, no.
Quello che si è insinuato tra i due, un tempo uniti da un amore grande, è una malattia mentale.
Terry soffre di un disturbo mentale che nel film non viene mai definito apertamente. E va bene anche così, perché non è una cartella clinica: è una persona. Quello che però emerge – e che spesso dimentichiamo nella vita reale – è quanto sia facile attaccare un’etichetta quando incontriamo qualcuno che fatica a stare nei “binari”, che non rispetta le regole, che si perde, che sbaglia, che si incastra nel proprio dolore.
È ancora più facile pensare che tale persona sia “così” per scelta. Come se il caos fosse una posa. Come se l’ansia, la confusione, la destabilizzazione continua fossero un vezzo. Ma Terry non vuole essere così.

Dietro le apparenze: la complessità di Terry
Nel film Bruno vive con la figlia adolescente Emma, ed è un po’ intrappolato in una vita di ripiego. Lavora come consulente finanziario dopo aver abbandonato una promettente carriera da calciatore, vive una relazione di cui non sembra molto convinto (tanto che non riesce a decidersi di presentare la compagna alla figlia) e arranca nel ruolo di padre single. E sembra quasi essere riuscito a costruire un’apparente “normalità”.
Fino a che gli viene chiesto di ospitare per 30 giorni (e 30 notti, appunto) la ex moglie, dimessa dalla clinica psichiatrica in cui si trova. Per riabituarsi alla vita “normale” (ancora!). Insomma, lui deve fare da ponte tra il comfort in cui Terry ha vissuto negli ultimi anni e il mondo di fuori.
Come prevedibile Bruno non è felice, anzi, non ha nessuna intenzione di rivoluzionare la sua metodica e ordinata vita. Ma il destino (ed Emma) ha in serbo altri piani per lui, e così inizia una convivenza forzata che lo porterà a rivalutare completamente tutto ciò che ha costruito fino ad ora.
E lì anche io, da spettatrice, ho capito che la spiegazione di 30 notti con il mio ex risiede proprio in questo: ho rivalutato completamente la visione che ho sempre avuto della malattia mentale. L’altro non è solo “quella malattia”: è qualcuno che sente, che prova dolore, che lotta silenziosamente. Ne ho parlato anche qui.
L’arrivo di Terry e del caos che si porta dietro ci ricorda quanto sia facile giudicare chi non rientra nei nostri schemi, e quanto invece basti fermarsi ad ascoltare per scoprire mondi interi dentro di lui.
Perché la malattia mentale è solo una parte di quella persona.
Terry sa di non essere “normale”. Non è ignara della sua condizione: sente ogni giorno il peso della malattia, vorrebbe essere diversa, controllarsi meglio, non sentirsi così fuori posto. Eppure, non sempre ci riesce. Ogni passo verso la stabilità è una conquista fragile, ogni caduta un promemoria di quanto sia difficile convivere con ciò che porta dentro.
Noi spettatori, anche nella realtà, vediamo solo ciò che appare: i gesti, le parole, il disordine, il caos. Ma non possiamo sapere davvero cosa Terry (l’altro, il “diverso”) prova, quali pensieri la tormentano, quanta forza occorra per affrontare la quotidianità.
E forse è proprio questo il punto: dietro ogni comportamento difficile c’è sempre una persona che lotta silenziosamente, che sente, che spera.
Il finale del film e la metafora del kintsugi

Alla fine (SPOILER) Bruno lo capisce. Capisce che far entrare nella propria vita un po’ di caos non fa che arricchirla. E che per aiutare Terry non deve giudicarla, ma accettarla così com’è. Con le sue fragilità, le sue paure. Le sue manie, come quella di rompere gli oggetti e poi ripararli, seguendo un po’ la tecnica giapponese del kintsugi, che consiste nel riparare con l’oro ceramiche rotte, trasformando le crepe in qualcosa di prezioso.
Ed è quello che riescono a fare, come coppia. Perché anche le crepe dell’anima, provocate dalla follia, dal dolore o dalla vita stessa, possono diventare qualcosa di prezioso se le riempiamo con la comprensione e l’accettazione. Di noi stessi, e dell’altro.
Per me, è stata una rivelazione. E spero che lo sia anche per chi si accinge a guardare questo film che sembra leggero, ma non lo è.
Se anche voi avete visto la pellicola e cercavate la spiegazione di 30 notti con il mio ex, cosa ne pensate? Vi ha colpito questo risvolto?



