Quanto tempo serve per distruggere la morale di una “brava persona”? Molto meno di quanto pensiamo, e il film Das Experiment ci mostra la brutale realtà.

Quanto tempo ci mettereste a diventare la versione peggiore di voi stessi se nessuno vi guardasse? Forse non vi siete mai posti questa domanda, ma a dare la risposta è il film Das Experiment, del 2001, (The Experiment).
La risposta, dicevo, è: molto poco.
Inquietante, crudo, profondamente reale. E se non lo avete ancora visto, forse è arrivato il momento di recuperare una delle pellicole più belle del cinema internazionale.
La trama di Das Experiment: la psicologia e la banalità del male
Faccio un breve accenno sulla trama, che merita, davvero. Tutto inizia con un annuncio su un giornale: un’offerta economica per prendere parte ad un esperimento psicologico e sociale. Si cercano 20 persone per ricreare in un contesto controllato dagli stessi scienziati, la vita carceraria per due settimane.
I partecipanti saranno suddivisi in 8 guardie e 12 prigionieri.
Le regole sono molto semplici: le guardie devono mantenere l’ordine senza usare violenza fisica, e i prigionieri devono obbedire. Tutto qui. Semplice no? Beh.
Tra i prigionieri c’è Tarek, un tassista che in realtà è un giornalista sotto copertura, e che partecipa con l’obiettivo di documentare tutto con un micro-registratore inserito negli occhiali. Di fatto, trasgredendo prima ancora di iniziare ad una delle regole che proibisce le riprese. Perché lo fa? Per rivendere un prodotto e tornare così al suo lavoro. Per ottenere uno scoop, insomma.
Non sa però che sarà proprio lui la scintilla che provocherà l’incendio. Come dire, tutto ciò che accadrà dopo sarà in parte per colpa sua.
Il caso del prigioniero Tarek: l’ambizione nel gioco psicologico
ATTENZIONE SPOILER: Tarek cerca di movimentare le cose provocando le “guardie”, deliberatamente. Vuole una reazione, qualcosa che possa rendere il suo prodotto più appetibile. Beh, verrà divorato dalla sua ambizione. Perché pensa di essere un regista esterno e di partecipare ad un gioco, ma non ha capito che, una volta chiusa la cella, non è più un giornalista: è solo il numero 77.
In appena due giorni, scoppia il caos. È interessante il motivo che ci mostra Das Experiment: non per la violenza, ma, per assurdo (e forse nemmeno tanto) per uno sberleffo. Il secondo giorno infatti Tarek lancia il latte addosso a una guardia e fa una battuta pesante, testando un confine. Superandolo.
La tragedia nasce così: le guardie iniziano a essere crudeli perché si sentono umiliate. La loro violenza è una reazione alla vergogna di non essere prese sul serio. Non è più un gioco, non c’è più quel clima goliardico dell’inizio tra i partecipanti. Quella divisa pesa, e non è più un vestito come un altro, un costume di scena.
La psicologia del potere e la frustrazione in Berus
Il male, in Das Experiment, ha l’odore della frustrazione da ufficio. Il capo delle guardie, Berus, nella vita è un mediocre, un uomo non realizzato che si sente un fallito. Ma la divisa lo rende forte, gli dà quel potere a cui ambisce e che, probabilmente, non avrà mai più. Come diceva qualcuno, il potere logora chi non ce l’ha.
E quando capisce che può punire qualcuno senza conseguenze, non prova piacere nel dolore altrui, prova piacere nel proprio potere. Non diventa cattivo perché vuole conquistare il mondo, ma perché non sopporta di essere di nuovo invisibile.
Berus e gli altri non torturano per ideologia, ma per vendicarsi di tutte le volte che la vita li ha messi in un angolo. La divisa è la loro corazza contro la derisione. Quando Tarek ride di loro, non sta solo infrangendo una regola: sta distruggendo l’unico momento di gloria di uomini mediocri. E un uomo mediocre che si sente umiliato è infinitamente più pericoloso di un criminale incallito.
E qui torniamo alla domanda iniziale: quanto ci mettereste a diventare la versione peggiore di voi stessi? Non servono anni: bastano 48 ore di buio, tanta rabbia repressa e il permesso di poter dire a un altro uomo “stai zitto e mettiti in ginocchio”.

La deumanizzazione: come si distrugge un uomo
Il passaggio dalla battuta alla tortura avviene così, all’improvviso. Le guardie, guidate dalla mente metodica di Berus, capiscono quasi subito che per piegare i prigionieri non serve picchiarli a sangue – almeno non all’inizio – ma serve togliere loro l’umanità.
Lo fanno attraverso piccoli gesti che il film ci sbatte in faccia senza filtri: costringerli a stare nudi sotto le coperte, privarli del sonno, obbligarli a pulire i pavimenti con la propria maglietta. Di fatto, torture. Quelle che vediamo solo nei film, e che invece avvengono in alcuni carceri, come ci ha svelato la cronaca negli anni.
L’umiliazione più grande però è il momento in cui a Tarek vengono rasati i capelli.
Un atto simbolico: togliendogli i capelli, gli tolgono il volto, la vanità, il suo essere “Tarek il giornalista fico”. Lo rendono un guscio vuoto, un numero identico a tutti gli altri. Un chiaro rimando ad una delle peggiori pagine della storia, e il fatto che avvenga proprio in un film tedesco potrebbe non essere un caso. Si tratta di una ferita aperta che si sceglie di toccare di nuovo per ricordarci che certi meccanismi non appartengono al passato, ma alla natura umana.
Questo ci fa, in qualche modo, capire cosa succede in questi casi: è facilissimo fare del male a qualcuno che non ha più un nome, che puzza, che è ridotto a un oggetto sporco. Se non ti vedo più come un mio pari, la mia coscienza si spegne. Ma perché nessuna delle altre guardie si oppone? Si ribella?
Potremmo dire che in ogni gruppo c’è un Berus. La sua forza non è il fisico, ma la coerenza. Mentre gli altri esitano, lui è l’unico che abbraccia il ruolo al 100%. Il caos scoppia perché gli “indecisi” trovano comodo accodarsi a chi ha le idee chiare, anche se quelle idee sono atroci. Nasce così la coscienza di massa, il branco che si sente intoccabile perché tutti si comportano allo stesso modo. Il “capo” diventa un alibi morale: “Lo ha deciso lui, io ho solo eseguito gli ordini”. E anche qui, vi ricorda qualcosa?
Così, quello che doveva essere un test di due settimane implode in appena cinque giorni. La finzione cede il passo a un vero massacro: le guardie perdono ogni freno, prendono in ostaggio persino i ricercatori e trasformano il laboratorio in un campo di battaglia.
Gli scienziati nel frattempo guardano, annotano, vedono l’umiliazione che sale e non dicono nulla, inconsapevoli di spingere ancora di più i carnefici con la loro indifferenza. Quando Berus capisce che nessuno aprirà quella porta per dirgli “fermati”, capisce che ha il permesso di essere un mostro. Il male non ha bisogno di essere ordinato, basta che sia permesso.
L’esperimento non viene interrotto da un database o da un timer, ma dalle urla e dal sangue, lasciando sul campo morti e feriti.
E per chi si ferma a pensare “ok, ma non succederebbe mai nella realtà”, beh. Il dramma è proprio questo. È successo, perché il film prende spunto da una storia vera.
L’esperimento carcerario di Stanford: la vera storia dietro al film
Tutto questo ha un nome e un cognome: Philip Zimbardo. Il film si ispira infatti al celebre esperimento carcerario condotto a Stanford nel 1971. Anche nella realtà, come nella finzione, bastarono pochissimi giorni perché persone comuni – studenti universitari selezionati per la loro stabilità mentale – si trasformassero in aguzzini sadici o prigionieri sull’orlo del crollo nervoso.
A differenza del film, nella realtà non ci furono morti o rivolte armate, ma l’esperimento fu comunque interrotto dopo soli sei giorni (invece dei 14 previsti) per un motivo altrettanto inquietante: persino Zimbardo, il “capo degli scienziati”, si era lasciato assorbire dal suo ruolo di soprintendente, diventando cieco davanti alle sofferenze che stava provocando. Ci volle l’intervento esterno di una sua collega, Cristina Maslach, per ricordargli che quegli “oggetti di studio” erano, in realtà, degli esseri umani.
L’esperimento di Stanford ha dimostrato una verità scomoda: il male a volte non è una scelta individuale dettata dalla malvagità, ma il prodotto del contesto. Se metti una brava persona in un posto cattivo e le dai un ruolo di potere senza responsabilità, la situazione vincerà sempre sull’individuo.
Das Experiment non è solo un film da guardare; è un avvertimento. Ti dimostra che il mostro non è sotto il letto, come nelle paure dei bambini, ma è seduto comodamente dentro di noi, in attesa. E ne abbiamo parlato anche qui.
E voi? Se domani vi trovaste con una divisa indosso, un ordine da eseguire e la certezza che nessuno aprirà mai quella porta per fermarvi… siete davvero sicuri di quale lato del vetro scegliereste? Rimarreste umani o diventereste carnefici?



