Severance: la sorprendente sci-fi di Ben Stiller che mette in discussione la nostra identità

Severance è una delle serie-rivelazione degli ultimi anni: apparentemente leggera e futuristica, scava nelle profondità dell’essere umano.
Severance - LeBisbetiche.com
Severance – LeBisbetiche.com (Credits: X)

Non ho mai amato particolarmente Ben Stiller, ma devo ammettere che la sua interpretazione ne I sogni segreti di Walter Mitty mi ha commossa e fatto sorridere lungo i 114 minuti della pellicola, di cui ha curato anche la regia. Perciò, quando ho scoperto che aveva firmato anche una serie-TV della Apple in veste di produttore esecutivo, ho alzato le orecchie.

La sci-fi in questione è Severance, tradotta opportunamente in italiano con il termine “scissione”, e annovera tra i protagonisti Adam Scott, già visto in Big Little Lies, l’attrice Britt Lower (reduce da un Emmy per la sua performance) e il monumentale binomio Christopher Walken/Patricia Arquette.

Tra l’altro, se vi siete persi l’ottima prova di quest’ultima nella miniserie The Act, vi invito caldamente a recuperarla: ricostruisce infatti l’incredibile storia vera di Dee Dee e Gipsy Rose Blanchard, che abbiamo ampiamente approfondito qui.

Nei primi minuti di visione, credevo di essermi imbattuta in una versione più pretenziosa di The Office — che, confesso, non riesco ad affrontare — ma ben presto ho dovuto ricredermi: Severance mi ha portata a interrogarmi su alcuni dubbi esistenziali, non ultima la percezione di sé e il ruolo delle esperienze e dei ricordi nella costruzione della nostra personalità.

Non esattamente un tiro basso: e bravo Ben Stiller.

Severance: la trama

Severance segue le vicende di un team di lavoro al soldo della Lumon Industries, una misteriosa multinazionale che opera nel settore biomedico.

Mark Scout (Adam Scott) gestisce il reparto e porta a termine le sue mansioni quotidiane come un automa, cercando di mantenere un clima disteso e collaborativo con i colleghi, tra l’altro assai dissimili per indole, età e rispettivi background.

Inizia il suo turno al mattino ed esce dalla struttura a pomeriggio inoltrato: ci sono i badge da esibire, l’asettica segreteria, gli schermi alienanti dei PC… ma c’è anche un enorme elefante nella stanza.

Severance - LeBisbetiche.com
Severance – LeBisbetiche.com (Credits: X)

Mark si è infatti sottoposto a una procedura chirurgica che scinde in due i suoi ricordi, mettendo in pausa la sua vita fuori dalla Lumon durante le ore di lavoro.

In buona sostanza, ogni volta che l’ascensore aziendale lo traghetta al suo reparto, Mark switcha in una nuova versione di sé stesso, un alter ego proattivo, diligente e orientato ai risultati.

Non ricorda nulla della sua vita precedente: non sa che sua moglie è perita in circostanza bizzarre, un evento che ha rischiato di schiacciarlo sotto il peso della perdita. Ignora di avere una sorella in avanzato stato di gravidanza, non ricorda neppure qual è il suo drink preferito, le proprie abitudini, ed è altrettanto inconsapevole di possedere un pesce rosso.

Per usare una metafora biblica, la mano sinistra ignora ciò che fa la destra. Le due versioni del protagonista sono consapevoli dell’esistenza l’una dell’altra, ma inizialmente coesistono senza porsi troppe domande. È una situazione di comodo, un patto di mutuo utilitarismo tra dipendente e azienda che, ben presto, verrà minacciato dall’inevitabile viaggio dell’eroe.

Mark intuisce che dietro alle farraginose procedure della Lumon fervono attività sospette, e si interroga segretamente sullo scopo del proprio lavoro, che consiste nell’isolare, selezionare e incasellare gruppi di numeri apparentemente randomici in apposite cartelle.

A vivacizzare il suo reparto arriverà la frizzante Helly (Britt Lower), una neo impiegata refrattaria ai diktat aziendali. La sua entrata in scena scombinerà gli equilibri del gruppo, accendendo in ognuno dei colleghi veterani un nuovo imperativo: comprendere perché la Lumon esiga dai propri dipendenti la procedura di scissione.

Un’epifania morale che provocherà uno tsunami di eventi paralleli irreversibili e profondamente rivelatori, sia sulla natura della Lumon che sul carattere e le motivazioni profonde dei vari personaggi.

Severance - LeBisbetiche.com
Severance – LeBisbetiche.com (Credits: X)

Non posso e non voglio aggiungere altro: Severance è un’opera che va affrontata senza troppe aspettative o preconcetti, poiché mette sul tavolo questioni che vanno ben oltre la mera critica cinematografica.

Una menzione d’onore, però, va doverosamente all’intro di Severance: sia le musiche di Theodore Shapiro che l’animazione in stile onirico meritano un plauso a parte… non a caso, il compositore si è accaparrato due Emmy Awards.

La sci-fi di Ben Stiller non si limita a intrattenere: ci stuzzica, spingendoci di fronte al destabilizzante interrogativo «Chi potrei essere, se non avessi alle spalle tutto il mio vissuto?».

Severance: come nasce (davvero) la personalità?

Il tema preponderante in Severance non è tanto lo sdoppiamento della personalità, quanto l’autonomia e il grado di consapevolezza che le due identità di Mark sviluppano in separata sede, indipendentemente l’una dall’altra.

Mi spiego: a ognuno di noi piacerebbe avere un doppleganger da spedire al lavoro, in posta, alle riunioni condominiali o dal commercialista, un problem solver che gestisce i grattacapi mentre poltriamo sul divano. Cosa accade, però, se queste due personalità non possono mai incontrarsi e vivono in due ambienti totalmente diversi?

L’alter ego produttivo svilupperà gli stessi tratti peculiari della matrice? Gli piaceranno le medesime donne, riderà alle freddure che fanno sbellicare il suo originale? Costruirà relazioni sovrapponibili a quelle pre-scissione?

In sostanza: esiste un fil rouge univoco e bidirezionale tra le due identità?

Severance - LeBisbetiche.com
Severance – LeBisbetiche.com (Credits: X)

Il passo successivo arriva con naturalezza: se io — spettatrice — fossi nata in una famiglia di estrazione sociale umile o, al contrario, estremamente facoltosa, avrei plasmato le mie convinzioni, la mia etica, le mie preferenze e persino la mia cerchia sociale secondo canoni differenti?

Alle trattorie avrei preferito i localini fighetti sui Navigli? Le elitarie Birkin alle borse artigianali? Gli arredi minimal-chic allo stile country?

Mi sarei sentita fortunata per un piatto di pasta in tavola, oppure avrei frignato per i tempi d’attesa del nuovo iPhone? Il mio orientamento politico sarebbe rimasto il medesimo? Sarei scesa maggiormente a compromessi?

Quando la realtà ti si apre davanti come le pagine vergini di un diario, quando sei sul punto di riscrivere completamente la tua storia senza il fardello del passato e le aspettative sul futuro, potresti diventare qualcuno che non riconosceresti?

Forse è questo il dilemma più disturbante che Severance lascia in eredità allo spettatore.
Ci piace immaginare che da qualche parte esista una versione autentica di noi stessi. Un embrione della persona che siamo diventati, preservato dalle ferite, dai compromessi e dai condizionamenti che abbiamo interiorizzato lungo la strada.
Un “io” primordiale sopravvissuto al tempo e agli eventi, impermeabile ai privilegi e alle avversità.
Ma se fosse vero il contrario? Se il libero arbitrio avesse confini molto più stringenti di quanto amiamo credere?
Se non esistesse alcun “noi” da scoprire, e fossimo soltanto la naturale conseguenza di tutto ciò che ci è accaduto?
Non sono stata in grado di giungere ad una conclusione, ma di una cosa sono certa: Ben, d’ora in avanti ti tengo d’occhio.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *