Il caso di Gipsy Rose Blanchard mette alla prova tutti i principi morali: si può condannare un’assassina, se si è vendicata della sua stessa carnefice?

Se non avete mai sentito parlare dell’assurdo caso di Gipsy Rose e Dee Dee Blanchard, vi conviene mettervi comodi. Suona senz’altro strano, ma è la storia di cronaca nera che più, tra tutte, mi ha appassionata e coinvolta emotivamente.
Questa vicenda si snoda su diversi livelli: nel primo vi è l’insoddisfazione, l’avidità e il vuoto interiore di una donna single di mezza età, nel secondo le angherie subite da sua figlia, una creatura giovanissima e innocente che si è sobbarcata il peso dei tormenti materni.
Nel terzo e ultimo, l’intricata ragnatela di bugie intessuta dall’adulta e assecondata dalla minore nel tentativo di compiacerla, nonché le sfumature del rapporto tra le due, a tratti simbiotico e in altri profondamente conflittuale.
Dal caso di Gipsy Rose Blanchard e della madre Dee Dee è stata tratta anche la miniserie targata Hulu “The Act“, un gioiellino suddiviso in 8 puntate in cui un’immensa Patricia Arquette e l’acerba ma talentuosissima Joey King mettono in scena un dramma familiare che — ve ne renderete ben presto conto — non ha posteri né precedenti.
Bando agli indugi: se siete pronti a tuffarvi nelle spire di una relazione parentale intensa e totalizzante, malata e corrotta, scorrete al paragrafo successivo.
Gipsy Rose Blanchard: nata sotto una cattiva stella
Gipsy Rose Blanchard venne alla luce il 27 luglio del 1991 a Golden Meadows, in Lousiana, frutto della passione tra la madre Clauddine “Dee Dee” e il giovane Rod, di soli 17 anni.
Un gap anagrafico piuttosto problematico, quella che separava i due neogenitori: Dee Dee all’epoca aveva infatti 24 anni e, a differenza del compagno, era già legalmente maggiorenne.
Rod la sposò durante la gravidanza, più per senso del dovere che per amore e devozione, e il matrimonio, in effetti, non durò che una manciata di mesi.
Dee Dee decise perciò di occuparsi da sola della neonata avvalendosi dell’aiuto della madre Emma, che l’invitò a trasferirsi con Gipsy Rose nella sua casa di Chackbay. La convivenza matrilineare, però, si rivelò più complicata del previsto: Emma iniziò a notare anomale sparizioni di denaro contante e movimenti sospetti sulle sue carte di credito.
Inoltre, la donna criticava regolarmente la figlia per la sua gestione della piccola: era sempre eccessivamente apprensiva, maniacale, controllante ai limiti dell’abuso.
Quando Emma passò a miglior vita, probabilmente per cause naturali, Dee Dee decise di sfuggire al giudizio degli altri familiari, che da tempo la accusavano di maltrattare e derubare la madre, e si rifugiò con la figlia a Slidell, ove sperimentò una parentesi di stenti e restrizioni, affidandosi quasi interamente ai sussidi statali.

Dee Dee e Gipsy Rose Blanchard – LeBisbetiche.com (Credits: X)Replicò lo stesso copione in Missouri, a Springfield, città in cui iniziò a sottoporre la piccola Gipsy a numerosi esami specialistici: secondo Dee Dee, la bambina soffriva di apnee notturne, di problemi cromosomici ed era affetta persino da distrofia muscolare, patologia che le consentì di incatenare la figlia a una sedia a rotelle.
Poi, il miracolo. Nel 2008 l’associazione Habitat for Humanity assegnò a madre e figlia un alloggio gratuito al 2103 di West Volunteer Way di Springfield, in un quartiere dedicato alle famiglie bisognose e agli sfollati dell’uragano Katrina.
Dee Dee era stata davvero convincente: nella sua narrazione commovente, le condizioni di Gipsy si erano aggravate ulteriormente. La ragazzina, sosteneva Dee Dee, aveva contratto anche una leucemia che non le avrebbe lasciato molto da vivere. Come resistere a un così disperato appello d’aiuto?
Peccato che non ci fosse alcun referto medico.
Nessuna diagnosi, neppure per un banale raffreddore.
Gipsy Rose Blanchard e le bugie di Dee Dee
Una volta completato il trasferimento nella graziosa villetta rosa di Springfield, madre e figlia si integrarono gradualmente nell’ecosistema del quartiere, familiarizzando a spizzichi e bocconi con i nuovi vicini di casa.
In particolare, Gipsy strinse una forte amicizia con la ventenne Aleah Woodmansee, una figura che la spronò a superare i limiti imposti dalla madre e ad abbracciare le piccole gioie della sua età.
Fu così che Gipsy, poco alla volta, iniziò a mettere in dubbio le valutazioni cliniche della madre. Soffriva davvero di allergia agli zuccheri? Perché non poteva consumare neppure un sorso di Coca-Cola, come tutti i suoi coetanei?

Durante un party di compleanno, Gipsy si fece coraggio e cedette al fascino della bibita gassata, assicurandosi di essere fuori dal radar della severissima Dee Dee. con una punta d’ansia rimase in attesa, godendosi la sensazione frizzantina e zuccherosa sul palato… e temendo di aver compiuto il più stupido e autolesionista degli errori.
Niente, assolutamente nulla. Il suo corpo aveva accolto di buon grado la bevanda… e, ad eccezione di un breve sbuffetto gassoso, l’esperienza travolse Gipsy come una rivelazione.
Forse, se poteva bere e sbocconcellare zuccheri impunemente, poteva anche alzarsi da quella sedia a rotelle. Forse poteva muovere qualche passo, o addirittura correre.
Dopotutto, forse poteva avere una vita normale.
Fu quella rivelazione a cambiare tutto.
La ribellione di Gipsy Rose Blanchard
La disobbedienza di Gipsy, però, non passò inosservata agli occhi vigili di Dee Dee. Furiosa, la donna proibì alla figlia di intraprendere altre iniziative autonome, e limitò persino le sue interazioni con il vicinato.
Dee Dee si spinse oltre: riuscì a convincere un team di medici locali (!!!) ad estrarre tutti i denti di Gipsy, adducendo il pretesto che una singola carie avrebbe potuto minare le sue precarie condizioni di salute.
Sdentata, infelice, sofferente e profondamente umiliata dall’arbitraria autorità materna, Gipsy Rose radunò gli ultimi frammenti di orgoglio e tentò un altro esperimento: poteva alzarsi dalla sua sedia? Provò a rizzarsi in piedi: ci riusciva benissimo, e dentro di sé lo aveva sempre saputo.
Poteva camminare, correre, praticare sport, flirtare, cambiare look secondo il mood del giorno… condurre una vita perfettamente in linea con i suoi coetanei.
A quel punto, però, Gipsy venne assalita da un altro dubbio: perché Dee Dee non le aveva mai fatto visionare il suo certificato di nascita? La ragazza tornò col pensiero ai suoi compleanni, un carosello di ricorrenze nebulose in cui le candeline sulla torta mutavano senza alcun senso cronologico.
Nel 2008, Dee Dee la presentava ai medici come una bambina di 11 anni ma, frugando tra i documenti della madre, Gipsy scoprì una sconvolgente verità: ne aveva ben 17. Tentò di affrontare l’argomento con Dee Dee, ma quest’ultima minimizzò, tacciando di incompetenza i funzionari dell’anagrafe di Golden Meadows.

E così, Dee Dee continuò a trascinare la carrozzina di Gipsy a serate di beneficienza e kermesse di raccolta fondi, facendola sfilare sul palco con la testa completamente rasata e una dentiera posticcia, infagottata in pomposi abiti da principessa Disney e agghindata da fiocchetti rosa.
Se qualche medico sollevava perplessità sulle condizioni cliniche di Gipsy, Dee Dee si rivolgeva a un altro specialista più accondiscendente.
Se una struttura ospedaliera denunciava la mancanza di referti e di una documentazione che supportasse la versione della donna, Dee Dee ne sceglieva un’altra, possibilmente più accomodante.
La donna selezionava minuziosamente le frequentazioni della figlia, ma in Gipsy si era oramai accesa la fiamma della ribellione, il furore di un’adolescenza tardiva e mai goduta.
Sgattaiolava nottetempo in cucina, lasciando la sedia a rotelle parcheggiata a fianco del letto. Si ingozzava di dolciumi e bibite gassate davanti a riviste di moda, sognando di assomigliare un giorno alle modelle in copertina.
Acquistò di soppiatto un portatile e un telefono usa e getta, poi si preparò a tuffarsi in mondo assai più vasto e seducente del suo acquario suburbano: il microcosmo di Internet.
Gipsy Rose Blanchard, il salto nell’ignoto
Gipsy Rose era ormai determinata a riprendere possesso della sua vita.
I sospetti vennero rimpiazzati da un’istintiva certezza: sapeva di non soffrire di leucemia, distrofia muscolare, epilessia, asma, anemia e soprattutto, di non covare alcun ritardo mentale.
L’unico motivo per cui il suo sviluppo fisico e psichico risultava inibito — ora se ne rendeva conto — era sua madre.
Dee Dee aveva manipolato i medici con maestria, recitando la parte della madre zelante, premurosa e affranta. Durante i convegni sulle malattie aveva affabulato persino il grande pubblico, arrivando a intascare via posta lauti assegni e cicliche somme di denaro.
Nel 2011, quando Gipsy aveva ormai vent’anni, la ragazza conobbe un ragazzo online e decise di scappare con lui, liberandosi così dalle catene materne. La fuga non durò a lungo: Dee Dee rintracciò la figlia e la riportò a casa a suon di suppliche, minacce e recriminazioni.
Distrusse il suo computer e le requisì il telefono, ma Gipsy ideò un nuovo espediente per infrangere il suo isolamento. Si procurò un altro PC e si iscrisse, su consiglio di Aleah, a un sito di incontri per giovani cristiani.
Fu così che conobbe Nicholas Godejohn, un giovane con problemi psichici documentati e un innato romanticismo dalle tinte dark.

Nicholas iniziò Gipsy alle delizie del corteggiamento e dell’amor cortese, ma in breve tempo la relazione tra i due assunse una connotazione più torbida e viscerale.
Fantasticando sul loro futuro condiviso, un destino costellato da amplessi, adrenaliniche folies à deux e missioni avventurose, i due elaborarono un piano per disfarsi dell’ingombrante Dee Dee.
Una fuga improvvisata non avrebbe tutelato a sufficienza il loro “amore”, rifletté Gipsy: occorreva toglierla di mezzo una volta per tutte.
L’omicidio di Dee Dee Blanchard
Nella notte tra il 14 e il 15 giugno 2015, l’ormai 24enne Gipsy e Nicholas Godejohn decisero di entrare in azione. Mentre Dee Dee dormiva placidamente nel suo letto, la ragazza accolse in silenzio furtivo il compagno nella villetta, quindi lo convinse a ferire mortalmente la genitrice con un coltello.
La lama di Nicholas si accanì per ben 17 volte sul corpo inerte di Dee Dee, poi il ragazzo uscì trafelato dalla camera e trascinò Gipsy verso l’esterno, ove rimasero in attesa di un taxi.
I ragazzi erano diretti in Wisconsin, verso la casa dei genitori di Nicholas, e Gipsy aveva preso con sé solo una manciata di vestiti, qualche parrucca, dei cosmetici e le banconote conservate in casa dalla madre. Un nuovo ed emozionante capitolo della sua vita stava per schiudersi, pensò.
Il suo sogno picaresco, però, si infranse contro lo scoglio della realtà: Nicholas era solo un ragazzo smarrito, a tratti infantile, idealista ma disorganizzato, del tutto inadeguato a gestire le fragilità di Gipsy e l’enormità del crimine commesso.
Una volta rifugiatisi dai Godejohn, giunse il momento dei sensi di colpa. Gipsy, attanagliata dai rimorsi, non poteva tollerare che il corpo di sua madre restasse abbandonato in quella villetta per settimane, a putrefarsi nella beata ignoranza del vicinato.
Decise perciò di accedere al profilo Facebook condiviso con Dee Dee e, spacciandosi per un fantomatico killer, destinò ai numerosi followers un messaggio allarmante, che si concludeva con l’inciso: «That bitch is dead».
Quella stronza è morta.
Le reazioni degli utenti non si fecero attendere: i vicini di casa allertarono immediatamente la Polizia, che il 16 giugno compì finalmente irruzione in casa Blanchard, ove rinvenne il corpo di Dee Dee, completamente inzuppato di sangue.
Gipsy e Nicholas furono arrestati il giorno successivo a Big Bend, in Wisconsin, dopo aver tentato inutilmente di nascondersi dentro un armadio dei Godejohn.
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In sede di processo, Gipsy Rose Blanchard fu dichiarata colpevole di omicidio colposo e condannata a 10 anni di reclusione.
Nicholas venne invece giudicato in un processo separato, e condannato infine a scontare l’ergastolo senza possibilità di condizionale.
Dal 28 dicembre del 2023 Gipsy è di nuovo una donna libera, e ha rilasciato numerose interviste in merito alla sua storia. Ha persino creato alcuni account social, guadagnando milioni di followers in poche ore, ma più recentemente ha scelto di abbandonare le virtuali luci della ribalta in favore di un’esistenza più defilata e discreta.
Gipsy Rose e Dee Dee: chi è il vero carnefice?
Questo è uno dei casi in cui non riesco a condannare pienamente il cosiddetto carnefice. Le sofferenze vissute da Gipsy Rose Blanchard sono state tanto atroci e disumanizzanti quanto gratuite: quella ragazza si è vista portar via il diritto a un’infanzia serena e protetta, mentre la sua adolescenza è stata fatta a brandelli da una madre autoritaria, prevaricatrice e possessiva.
Si è vista costretta su una sedia a rotelle e sottoposta a operazioni chirurgiche assurde, come l’inserimento coatto di un sondino per l’alimentazione o l’estrazione di tutti i denti.
Dee Dee ha mortificato le sue aspirazioni e la sua femminilità; ha castrato sua figlia invece di contribuire a farla sbocciare, sforbiciando le sue ali come si fa con i pappagalli domestici per non farli volare via.
È stata, a tutti gli effetti, la sua carceriera. Quel che è peggio, è che l’ha tenuta in ostaggio con l’arma dell’amore materno.

Il primo pensiero che mi ha attraversato la mente quando ho approfondito questo caso, è il seguente: Dee Dee sembra aver manifestato tutti i sintomi della Sindrome di Munchausen per procura. Una patologia psichiatrica più insidiosa per i familiari, che per il paziente che ne é affetto.
Temeva l’abbandono da parte di Gipsy Rose?
Oppure era mossa prevalentemente dalla brama di soldi facili, trattando la figlia alla stregua di una gallina dalle uova d’oro?
Una commistione di entrambi ?
Non possiamo saperlo: quello che ci resta oggi sono solo ipotesi.
Però, non posso fare a meno di chiedermi: si è meritata quello che le è accaduto? Per pudore e rispetto, non risponderò mai ad alta voce, ma dentro di me so benissimo dove pende l’ago morale della bilancia.
E Gipsy? Nonostante tutto, ai miei occhi rimane la principale vittima di questo caso. E di questo sembrano essersi convinti anche i giudici, che le hanno comminato una pena tutto sommato lieve, nonostante l’efferatezza del delitto di cui si è resa, tout court, mandante.
Nessuno le restituirà mai ciò che ha perso negli anni vissuti al fianco della madre, cui peraltro era molto affezionata e dedita.
Si è rivoltata contro Dee Dee perché non tollerava più di essere schiacciata, repressa, sottovalutata… trattata come un’eterna bambina il cui ultimo “capriccio”, purtroppo, è sfociato nel sangue.
A lei, ecco, io auguro la benedizione dell’oblio, per quanto possibile… e un vero nuovo inizio.



