Lindsay Clancy, il verdetto: post partum o lucida follia? Gli aggiornamenti sul processo dell’anno

Il caso di Lindsay Clancy ha spaccato in due l’opinione pubblica mondiale: di seguito, tutte le news sul processo più seguito del 2026
[ATTENZIONE: CONTENUTI POTENZIALMENTE DISTURBANTI].
Lindsay Clancy - LeBisbetiche.com
Lindsay Clancy – LeBisbetiche.com (Credits: X)

Oggi affronteremo un caso di pressante attualità, e che sta polarizzando da settimane le opinioni degli utenti sui social. Ne avrete sentito certamente parlare: si tratta del triplice infanticidio commesso dalla giovane madre Lindsay Clancy a danno dei suoi tre figli Cora, Dawson e Callan.

Per giungere agli sviluppi più recenti del processo ci occorrerà un breve antefatto, la timeline dello straziante crimine e l’analisi dei colpi di scena emersi in sede di dibattimento: se vi sentite pronti a entrare nel vivo della vicenda, mettetevi comodi per la lettura.

Mi sento però in dovere di piazzare qui un trigger warning lampeggiante: nei prossimi paragrafi affronteremo la morte cruenta di tre infanti, le reiterate sofferenze di una donna fragile, il tema del post partum e il corto circuito ideologico che ha reso i social un grottesco campo di battaglia.

Il caso di Lindsay Clancy, in effetti, ha guadagnato gli onori della cronaca nell’epoca più estremista del transfemminismo, agganciando, naturalmente, i sostenitori dell’autoaffermazione femminile e i promotori del diritto alle cure psichiatriche gratuite.

Per aggiungere pepe extra, il fatto di nera si interseca anche con l’aspra bagarre globale sull’interruzione tardiva di gravidanza approvata nel Massachussets, Stato in cui è avvenuta la mattanza dei piccoli Clancy.

Lindsay Clancy, una donna tormentata

I fatti risalgono al 2022, anno in cui l’allora 32enne Lindsay Clancy, già madre della primogenita Cora, di 5 anni, e di Dawson, di 3, ha dato alla luce il suo ultimo erede, Callan. All’epoca, Lindsay si era presa una pausa dal suo lavoro come infermiera specializzata in Maternità, e viveva con il marito Patrick e la prole a Duxbury, in Massachussets.

Le sue condizioni mentali avevano subito un drastico peggioramento nel corso delle due prime gravidanze, ma solo nella primavera del 2022 Lindsay ricorse ripetutamente a controlli e monitoraggi medici. La diagnosi, tutto sommato, non apparve immediatamente minacciosa: un disturbo d’ansia generalizzato in combinazione con un disturbo dell’adattamento.


Verso l’autunno, Lindsay iniziò a sperimentare i primi e angosciosi attacchi di panico, la sensazione imminente che il suo mondo stesse per crollarle addosso, pensieri intrusivi e persino suicidari.

Tra ottobre e dicembre 2022 venne sottoposta a un vero tour de force terapeutico: sertralina, trazodone, fluoxetina, zolpidem, mirtazapina, clonazepam, quetiapina, diazepam, lamotrigina e altri 13 psicofarmaci e regolatori dell’umore, secondo l’attuale versione della Difesa.

In seguito, Lindsay interpellò numerosi specialisti, moltiplicando gli accessi in Pronto Soccorso e contattando svariate crisis line per mantenere un punto di contatto con la realtà. Patrick Clancy, a quanto si desume dagli atti del processo, avrebbe cercato di supportare la moglie, confermando ai medici lo stato di forte stress e il suo vertiginoso declino cognitivo.

Lindsay sosteneva che una voce interiore le suggeriva di “fare del male ai suoi bambini, al marito Patrick e a sua madre“, come testimoniato in aula da quest’ultima, ma nessun psichiatra, medico di base o servizio di emergenza ventilò l’ipotesi di un ricovero coatto — l’equivalente del nostro T.S.O.

Dopo aver bussato insistentemente alla porta, la tragedia irruppe nella vita dei Clancy senza farsi annunciare: il 24 gennaio del 2023, quando i rapporti coniugali erano ormai logorati dalla malattia, seppur non conflittuali, qualcosa nella testa di Lindsay si spense.

Oppure, si accese.

La giornata, che fino a quel punto si era dipanata nella banalità della canonica routine, dei piccoli e grandi doveri del management parentale e domestico, imboccò una brusca sterzata verso le 15:00, quando Patrick Clancy rientrò a casa dal lavoro. Lindsay, a prima vista controllata, lucida e mansueta, chiese al marito di uscire nuovamente per alcune commissioni: degli integratori per i bimbi e una cena da asporto presso un fast food locale, il ThreeV di Plymouth. Non era dell’umore di mettersi ai fornelli, sostenne la donna.

Patrick si rimise perciò al volante e si procurò tutto il necessario, tappa dopo tappa. Lo confermano anche le telecamere di sicurezza disseminate lungo il tragitto; l’unica anomalia fu un rapido cambio di calzature tra una sosta e l’altra, poi l’uomo riprese la via di casa, parcheggiando sul vialetto antistante verso le 17:20.

Ad accoglierlo, una scena devastante.

La moglie giaceva davanti all’ingresso dell’abitazione, esanime e in avanzato stato di ipotermia: si era gettata dal secondo piano, da un’altezza di circa 5 metri. Secondo la sua versione, Patrick si precipitò a soccorrerla; a quel punto, Lindsay riuscì ad aprire gli occhi.

Patrick, sconvolto, chiese alla moglie cosa fosse accaduto, informandosi anche circa la sorte dei bambini. Con voce flebile, Lindsay lo indirizzò in cantina. L’uomo attivò il 911 mentre percorreva a grandi passi la villetta, ma una volta guadagnato il seminterrato si lasciò andare a un grido strozzato, come confermato dall’agente in ascolto, Brian Josephine: «She killed the fucking kids!“.

Ha ucciso i fottuti bambini.

Lindsay avrebbe approfittato dell’assenza del marito per strangolare uno a uno i suoi figli, utilizzando delle bande elastiche da palestra, e radunando poi i piccoli corpi nel seminterrato. Infine avrebbe percorso una doppia rampa di scale e si sarebbe gettata nel vuoto, precipitando di fronte alla porta di ingresso.

Cora fu dichiarata morta sul posto, e anche Dawson non reagì alle frenetiche manovre di rianimazione. Il piccolo Callan, di 8 mesi, era ancora vivo all’arrivo dei soccorsi, e venne trasportato tempestivamente presso il Beth Israel Deaconess Hospital. Morì tre giorni dopo, in seguito ai gravissimi danni cerebrali derivanti dall’ipossia.

Lindsay, invece, subì fratture multiple a carico delle vertebre, del bacino e degli arti inferiori, nonché una lesione midollare: è sopravvissuta al salto,  ma una paralisi permanente la costringerà per sempre su una sedia a rotelle.

Dovrà inoltre convivere, vita natural durante, con gli strascichi emotivi e legali delle sue azioni.

Il processo a Lindsay Clancy: le news sul dibattimento

Attualmente, il processo è giunto a un punto di rottura: Accusa e Difesa raccontano due storie incompatibili, due mondi che sembrano escludersi a vicenda.

Da una parte c’è la Difesa, che non nega l’azione omicidiaria ma ne contesta l’origine: Lindsay Clancy avrebbe agito in uno stato di devastante piscosi post partum, peggiorata da una polifarmacoterapia massiva e inadeguata. Per il loro perito di punta, Phillip Resnick, siamo davanti a un filicidio psicotico, un gesto compiuto da una mente che non era più in grado di scindere la paranoia dalla realtà.

Dall’altra c’è l’Accusa, che rigetta l’ipotesi di psicosi e propone uno scenario di depressione maggiore, lucidità e metodo. Questa ricostruzione fa tutta la differenza del mondo: Lindsay avrebbe pianificato gli omicidi, in condizioni di piena razionalità e consapevolezza. Il loro esperto, Avram Mack, definisce la sequenza degli omicidi — uno alla volta, con gli elastici, poi i corpi radunati — come la prova di una volontà pienamente sciente ed operativa.

Accerchiata dai due fuochi contrapposti, la giuria dovrà applicare lo standard del Massachusetts, senza farsi influenzare dalla disperazione di Lindsay, ormai paraplegica, alla sbarra: le sue responsabilità verranno attenuate solo in presenza di una patologia mentale che abbia interferito con la sua capacità di giudizio.

Una soglia altissima, e che potrebbe rendere il caso Clancy una culla semantica per il termine psicosi post partum.

Le prove sono state raccolte e archiviate, le arringhe finali fissate per oggi, mercoledì 25 agosto 2026. Ora resta solo da capire quale delle due narrazioni — la madre psicotica, oppure quella lucida e metodica — riuscirà a imporsi nell’immaginazione dei giurati. Nel primo caso, Lindsay sarà confinata per molti anni in una struttura psichiatrica; nel secondo, in un carcere di massima sicurezza, probabilmente a vita.

Ma forse il vero tema non è questo.

La deriva sui social: ennesima occasione sprecata?

In attesa di conoscere il verdetto finale, mi restano alcune considerazioni da fare. Ho assistito con orrore all’escalation di contenuti politicizzati, tendenziosi e persino violenti che circolano da settimane su TikTok, Facebook e Instagram.

Puerpere ultrafemministe e indubitabilmente woke che, stringendo al petto i loro neonati, pubblicano clip corredate dalla scritta “Io sono Lindsay“. Eserciti di donne schierate in difesa dell’imputata, rinfocolando la guerra tra i sessi al grido di “ma io non posso fare la doccia quando voglio“. Femmine isteriche che reclamano presunti diritti negati, pontificando sulla pesantezza della maternità, utilizzando lo slogan “My body, my choice” come ariete per normalizzare l’aborto al nono mese, sdoganato proprio in Massachussetts.

Dall’altra i reazionari, i paladini della morigeratezza e dei valori tradizionali della famiglia anni ’80. Utenti, perlopiù uomini (ma non solo), che imputano alle donne del nuovo millennio una deprecabile allergia al sacrificio, banalizzandone i sentimenti, le esigenze, le paure e preoccupazioni. Una fiera della misoginia travestita da checkpoint spirituale in cui, con cipiglio da novelli Australopitechi, sfilano persino insospettabili letterati.

Due posizioni da cui mi tengo a debita distanza, senza simpatizzare particolarmente per l’una o per l’altra. Nel mezzo, infatti, ci sono le persone che hanno assistito con sgomento non solo alla spettacolarizzazione del caso di Lindsay Clancy, ma anche alla tentacolare propaganda che ne è scaturita.

Persone che ricordano bene l’orrore legato al caso di Chris Watts, ma che riescono a identificare i chiari e scuri che accumunano e differenziano i due casi. Che tengono alla mente la sofferenza delle vittime, ma non smettono di interrogarsi sulle discrepanze tra i due moventi.

Già, perché tra una crisi di mezza età potenziata dalla scuffia per una donna più giovane, e la vicenda di una madre che ha attraversato evidenti sofferenze psicologiche, c’è davvero un baratro.

E se c’è chi — come me — non mette neppure in preventivo il fattore figli, c’è anche chi, pur desiderandoli e amandoli, può arrivare a compiere il più atroce e innaturale dei gesti.

Ecco: il caso di Lindsay Clancy poteva essere l’opportunità perfetta per sviscerare finalmente, a prescindere dalle perizie e dal verdetto, il tema della depressione post partum. Una condizione che affligge in media una madre su cinque, pur manifestandosi in un ampio spettro di modi e tempistiche.

Purtroppo, qualcosa mi suggerisce che, ancora una volta, questo dibattito verrà rimandato a tempi migliori.

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