La nuova serie ispirata al romanzo di Stephen King aggiorna la storia ai tempi dei social e affronta temi attuali. Ma convince?

Da lettrice compulsiva e grande fan di Stephen King, potevo mai perdermi la nuova serie TV Carrie? Ovviamente no. Pur amando il romanzo originale del 1974 e il cult cinematografico di Brian De Palma, la curiosità per questo adattamento era tantissima. Ma se devo dire che mi ha entusiasmata…
Una precisazione è doverosa: la serie è liberamente ispirata al libro. Gli adattamenti possono reinventare e persino stravolgere una storia, quindi non mi aspettavo totale fedeltà. Il problema quindi, e parlo per me, non è che questa Carrie sia diversa, ma che molte modifiche non sembrano affatto necessarie, non aggiungono nulla alla trama e anzi rischiano di disperderne il senso.
La nuova serie TV Carrie nell’era degli smartphone
L’idea di portare la vicenda ai giorni nostri è interessante e su questo non ci piove. Smartphone e social network ridefiniscono le dinamiche di gruppo: oggi il bullismo non si esaurisce più tra le mura scolastiche o in un gruppo ristretto: può continuare online, raggiungere una persona in qualsiasi momento e luogo e trasformare un episodio umiliante in qualcosa di potenzialmente permanente.
Una foto, un video, un contenuto condiviso per divertimento possono diventare strumenti di persecuzione. E chi guarda, ride, commenta o condivide non è necessariamente un semplice spettatore innocente.
Nella nuova serie tv Carrie il cyberbullismo non viene presentato soltanto come un problema da condannare a parole, ma come una dinamica capace di incidere profondamente sulla vita di chi la subisce.
Perché quando una persona viene umiliata ripetutamente, soprattutto in un’età in cui sta ancora costruendo la propria identità, le conseguenze possono essere devastanti. La vergogna può trasformarsi in isolamento, la paura del giudizio può diventare una prigione e la sensazione di non avere vie d’uscita può alimentare non una rabbia difficile da gestire, come accade alla protagonista. Ma qualcosa di talmente devastante da portare a un gesto estremo. Le cronache raccontano diverse tristi storie di questo genere.
Da questo punto di vista, aggiornare Carrie al presente ha quindi un suo senso.
Un altro aspetto che ho trovato interessante è stata così la possibilità di approfondire maggiormente i personaggi e le loro dinamiche. Una serie televisiva dispone di più tempo rispetto a un film per mostrare relazioni, conflitti e motivazioni.
Questo permette di osservare meglio l’ambiente in cui Carrie vive, le persone che la circondano e i meccanismi attraverso cui si alimentano crudeltà, esclusione e desiderio di appartenenza: chi assiste in silenzio, chi si adegua per paura e chi partecipa alle umiliazioni pur di sentirsi accettato.
Peccato che, mentre alcuni elementi vengono ampliati, altri perdano proprio quella forza che aveva reso il libro così disturbante.
La fede resta, ma la paura dov’è finita?
Chi conosce Carrie sa che il rapporto con la madre è l’aspetto più inquietante della storia. Nel romanzo e nel film di De Palma, Margaret White è una presenza oppressiva che trasforma la fede in uno strumento di terrore claustrofobico. Nella serie, invece, questa componente mi è sembrata decisamente ridimensionata.
La madre continua a punire Carrie nello sgabuzzino, ma la sua religiosità non raggiunge la stessa intensità opprimente; finisce per apparire quasi una madre normale, per quanto rigida e problematica. Manca quel disagio profondo che nel film del 1976 respiravi in ogni angolo della casa. La madre non fa davvero paura e non riesce nemmeno a suscitare rabbia più di tanto.
Ma è soprattutto sul piano dell’atmosfera che ho avvertito la distanza maggiore rispetto al film che avevo in mente.
La storia originale aveva una dimensione cupa, soffocante, quasi malsana. Il disagio di Carrie non era soltanto il risultato delle cattiverie subite a scuola, ma anche di un ambiente familiare che non le permetteva di trovare un rifugio sicuro. Ricordo ancora quello sgabuzzino opprimente.
Nella serie, invece, questa cupezza sembra lasciare progressivamente il posto a un’impostazione più vicina al teen drama, con dinamiche adolescenziali e sviluppi soprannaturali che prendono sempre più spazio.
Sia chiaro: raccontare gli adolescenti di oggi non significa tradire Stephen King, ma aggiornare una storia non significa necessariamente renderla più leggera.
Il finale shock: da Stephen King a X-Files
ATTENZIONE: SPOILER SUL FINALE
Arriviamo al punto in cui, per me la serie va completamente fuori strada, e non ne capisco il senso.
Per buona parte della storia un’amica immaginaria incoraggia Carrie a esplorare i suoi poteri. Poi arriva la rivelazione: questa presenza è la proiezione astrale di un’altra ragazza con poteri. Dopo aver distrutto la scuola, le due se ne vanno insieme.
Ora, capisco la volontà di sorprendere lo spettatore e di costruire qualcosa che vada oltre la storia già conosciuta. Ma il risultato è che il racconto cambia completamente direzione, ad un certo punto il paragone con X-Files mi è venuto spontaneo.
La nuova versione prevede altre ragazze dotate di poteri che avvertono quello di Carrie, e addirittura una sorta di gruppo che le cerca per sterminarle, perché spaventato.
Il mio giudizio, comunque, non è una bocciatura totale. Ho apprezzato l’ambientazione contemporanea, il linguaggio moderno e il focus sul cyberbullismo, così come l’idea di dedicare più spazio ai personaggi e alle dinamiche che li legano.
Quello che non mi ha convinta è il modo in cui la serie gestisce questa libertà creativa. L’atmosfera cupa si attenua, il peso della repressione religiosa perde intensità, la madre non riesce a essere davvero inquietante e il finale sposta il racconto verso una direzione che ho trovato poco convincente. Ho perso l’essenza del libro, e del primo film. Ho trovato un teen drama che vira nel paranormale.
Consigliato? Sì, ma solo per capire quanto si discosta dal libro, e per apprezzare alcune modifiche (ma non tutte).




Buona analisi. Io ho apprezzato l’approfondimento del personaggio della bolletta Chris: puntata dopo puntata non ti passa completamente la voglia di menarla, ma riesci a comprenderla un po’ di più.
Il finale? È un prodotto Amazon: si sono tenuti le porte aperte per una seconda stagione, com’era prevedibile.
Il bello della serie è quello, avere più tempo e modo di comprendere certe dinamiche. Un’eventuale seconda stagione sinceramente non credo porterebbe nulla di buono, si allontanerebbe totalmente dalla storia.