Ma il manifesting funziona davvero? La risposta della scienza tra legge dell’attrazione e paroloni come neuroplasticità.

Dimenticate gli oroscopi letti di sfuggita al mattino sul giornale o tra i preferiti e le cartomanti con la sfera di cristallo. Oggi il business della magia si è spostato sui social, e il trucco preferito dei soliti guru che cavalcano l’onda è farla passare per scienza.
Basta aprire TikTok o Instagram per ritrovarti sommerso da video in cui “esperti” del benessere, armati di grafiche minimal e parole più o meno colte, ti spiegano come hanno svoltato la loro vita “manifestando” i propri desideri. Esatto, oggi la parola d’ordine è manifestare. Ovvero, immaginare. Ed ecco fatto.
Capire il significato di manifesting insomma è semplice: basta visualizzare intensamente un obiettivo e concentrarsi su pensieri positivi per attrarlo nella realtà. Spesso viene collegato alla cosiddetta legge dell’attrazione, secondo cui i pensieri influenzerebbero direttamente gli eventi esterni.
La ricetta sembra facile: visualizza intensamente un milione di euro piuttosto che la tua persona specifica (anima gemella non si porta più) emetti vibrazioni positive e l’Universo farà il resto.
Ma cosa dice la scienza sulla legge dell’attrazione? Per rendere il tutto più credibile, ecco che entrano in scena termini come neuroscienze e neuroplasticità. Ma c’è davvero qualcosa di scientifico?

Cosa c’è di vero nel manifesting? La verità sulla neuroplasticità
La neuroplasticità in effetti esiste davvero ed è uno dei meccanismi più affascinanti del cervello umano. In parole semplici, significa che la nostra mente cambia continuamente in base a ciò che pensiamo, impariamo e facciamo.
Se alleni il cervello a sviluppare abitudini e pensieri più utili, col tempo alcune connessioni neuronali si rafforzano. Questo può aiutarti a gestire meglio stress, ansia e difficoltà quotidiane. In pratica: cambiare il tuo modo di pensare cambia la tua testa, e di conseguenza vivi meglio.
Però c’è un però: non esistono evidenze scientifiche che dimostrino che i pensieri possano, da soli, modificare eventi esterni o “attrarre” risultati nella realtà.
I guru del manifesting quindi prendono questa realtà e ti dicono che modificando i tuoi pensieri, cambierai la realtà esterna. Ma l’universo non risponde ai diari dei desideri. Scrivere ogni giorno ciò che ci aspettiamo accada, non lo fa accadere davvero.
Legge dell’attrazione? No, attenzione selettiva
Chiariamo: molti dei concetti citati dai sostenitori del manifesting derivano però da fenomeni psicologici reali, che vengono spesso semplificati o reinterpretati. Quella che sui social chiamano “legge dell’attrazione”, in psicologia si chiama attenzione selettiva.
Il nostro cervello, che è meraviglioso, per non farci impazzire con tutti gli stimoli e le informazioni a cui è sottoposto ogni momento, mette in campo una sorta di filtro che scarta automaticamente quelle che ritiene inutili.
Succede quindi che se ti fissi su un obiettivo, quel filtro non funziona. Se per esempio desideri una determinata macchina, inizierai a vederla ovunque per strada. Il fatto però è che non l’hai materializzata tu con il pensiero: era lì anche ieri, solo che il tuo cervello la ignorava perché appunto non la riteneva importante.
Il manifesting insomma non piega l’universo ai tuoi desideri. Al massimo rende più chiari i tuoi obiettivi e ti aiuta a riconoscere opportunità che prima ignoravi. In questo senso è molto utile.

Il lato oscuro del manifesting: perché non dovremmo farci colpevolizzare
Però può essere anche pericoloso, in qualche modo. Se tutto dipende dalle tue vibrazioni e dalla tua bravura a manifestare, allora ogni difficoltà diventa una colpa personale. Hai perso il lavoro? Non hai creduto abbastanza. Non arrivi a fine mese? Stai attirando energia negativa. Soffri di ansia? Devi cambiare mindset.
Insomma, alla fine la colpa è tua che non stai “manifestando” abbastanza. O nel modo giusto. Esisti solo tu e la tua capacità di proiettare desideri. Ma questa non è crescita personale, non serve a migliorarsi, è solo un delirio di onnipotenza (chiamiamolo con il suo nome) che si scontra inevitabilmente con la realtà.
Come se non bastassero gli standard sociali a farci sentire inadeguati, ora dobbiamo performare pure a livello quantistico. Il manifesting ci ha regalato l’ennesimo dito puntato contro le nostre fragilità. Ne avevamo davvero bisogno?



