Minerva – La scuola: recensione di un teen drama che avrebbe potuto essere decisamente più cattivo.

Ok lo ammetto: Minerva – La scuola la aspettavo.
Mi piacciono le serie sui ragazzi. Datemi adolescenti, conflitti, amori, amicizie, drammi esistenziali e possibilmente qualche adulto incapace di gestirli e io sono già lì, pronta a guardare. Non so perché, non si possono spiegare le passioni, giusto?
E poi mi sono detta: scuola militare? E lì le aspettative sono inevitabilmente salite, perché un’altra mia passione sono i film di guerra o comunque ambientati tra divise e simili.
Per questo mi aspettavo più durezza. Più disciplina. Più azione. Magari qualche addestramento fatto sul serio, qualche conflitto, un po’ di sana tensione da scuola militare. Insomma, se mi metti dei ragazzi in divisa dentro un’accademia, non puoi pretendere che io non mi aspetti almeno qualche momento in cui qualcuno urla: “A terra!”.
E invece no. Niente durezza alla Full Metal Jacket. Ma nemmeno la novità e la freschezza di Boots (di cui ho parlato qui).
In Minerva – La scuola c’è molta più conversazione che azione. Il che non è necessariamente un problema, perché la serie ha anche un mistero da risolvere, quello della scomparsa di un ragazzo, e per buona parte della storia si cerca di capire cosa sia successo davvero.
Il problema è che, secondo me, avrebbe potuto fare molto di più.
Minerva – La scuola, recensione: molto fumo, poco arrosto
La scuola è piena di ragazzi, ma alla fine sono pochi quelli sui quali la storia decide davvero di concentrarsi.
C’è Salvo, che arriva da una casa famiglia e approda alla scuola con un obiettivo preciso: capire che fine abbia fatto Francesco, il suo caro amico scomparso mentre la stava frequentando.
Poi c’è Camilla, ricca milanese ribelle, spedita lì più o meno come punizione.
E poi Diego, figlio del comandante (quest’ultimo interpretato da un bravissimo Massimiliano Gallo, che qui per una volta si ritrova dalla parte dei “buoni”. Più o meno).
Naturalmente Diego ha il suo bel conflitto con il padre. Perché, diciamocelo, quale adolescente televisivo può vivere serenamente senza avere almeno un problema irrisolto con un genitore?
Poi arrivano amori, gelosie, dissapori, amicizie che cambiano e tutto il repertorio che ci aspettiamo da una serie sui ragazzi, il classico teen drama. E fin qui, tutto bene.
Il problema è che io quei ragazzi avrei voluto conoscerli davvero. Sono stata tutto il tempo a chiedermi: da dove arrivano? Perché sono finiti in quella scuola? Che rapporto hanno con le loro famiglie? Cosa si portano dietro? Qual è la loro storia prima di entrare in quella divisa? Domande rimaste senza risposte.
La serie ci dà qualche informazione, pochissime e solo su qualcuno, ma troppo spesso sembra accontentarsi di presentarci il personaggio senza scavare davvero dentro di lui. Ma quando racconti adolescenti, secondo me, è proprio lì che devi andare, perché loro hanno un mondo dentro.

La rabbia il più delle volte non è solo rabbia, la ribellione non è solo voglia di fare casino. L’arroganza può essere una difesa. Il bisogno di essere accettati può diventare più forte della voglia di essere se stessi. E io queste cose avrei voluto vederle.
L’altra cosa che mi ha lasciata un po’ perplessa è proprio l’ambientazione. Cioè, diamine, una scuola militare è un posto narrativamente potentissimo, come ho visto in altre pellicole. Hai disciplina, gerarchie, regole, pressione, competizione, autorità, obbedienza. Hai ragazzi che devono confrontarsi con adulti che hanno un’idea molto precisa di cosa significhi essere forti. Il conflitto praticamente si scrive da solo.
E invece la serie, almeno per come l’ho percepita io, rimane spesso in superficie. Persino Raiz, nei panni del maresciallo che si occupa della preparazione fisica dei ragazzi, risulta non pervenuto.
Io avrei voluto sentirla di più, quella scuola, viverne la pressione. Vedere cosa succede quando un ragazzo che ha sempre fatto di testa sua si trova davanti a un sistema che gli impone di obbedire. Capire cosa significa per un adolescente crescere dentro regole così rigide.
Insomma: meno “guardate, sono in una scuola militare” e più “guardate cosa fa una scuola militare a questi ragazzi”.
L’inevitabile paragone
E inevitabilmente mi è venuto in mente Mare Fuori, perché Minerva – La scuola mi è sembrata un po’ una risposta alla serie Rai che invece è basata proprio sulla caratterizzazione dei personaggi.
Entrambe raccontano adolescenti napoletani ma, in qualche modo, mostrano due immagini molto diverse della stessa città.
Da una parte ci sono i ragazzi dell’IPM, la criminalità, i quartieri difficili, la violenza, i “malesseri”, i traumi e tutto quello che abbiamo imparato ad associare a quel tipo di racconto. Dall’altra abbiamo una Napoli completamente diversa.
Una Napoli fatta di ragazzi che studiano, si innamorano, litigano, fanno stupidaggini, hanno genitori ingombranti e problemi che non necessariamente finiscono con qualcuno che tira fuori un coltello. E questa cosa, sinceramente, mi piace, perché Napoli non è soltanto criminalità. I suoi ragazzi non sono tutti delinquenti da salvare, vittime del sistema o piccoli boss in potenza. A volte sono semplicemente ragazzi.
Devo dire comunque che nel complesso Minerva – La scuola non è brutta, anzi, è carina. Si guarda volentieri, il mistero tiene abbastanza viva l’attenzione e i ragazzi hanno quel tanto di conflitto necessario per farti venire voglia di sapere come andrà a finire. Ma…
Ma io continuo ad avere la sensazione che ci fosse qualcosa di molto più grosso da raccontare: c’erano una scuola militare, degli adolescenti. C’era Napoli. C’erano famiglie, traumi, amicizie, amori, autorità e un mistero. Gli ingredienti c’erano tutti. Il risultato è stato tanto fumo e poco arrosto. Peccato per l’occasione persa.
Perché Minerva – La scuola avrebbe potuto essere molto più cattiva, molto più profonda e soprattutto molto più interessante.
Il nonnismo c’è, ma con cautela
Anche il tema che dovrebbe essere centrale avrebbe meritato molto più spazio: il nonnismo.
Perché se scegli di ambientare una serie dentro una scuola militare, il tema della gerarchia e dell’abuso del potere è praticamente inevitabile.
I più grandi comandano, i più piccoli devono adeguarsi. Chi è arrivato prima ha più potere. Chi arriva dopo deve dimostrare di meritarsi il proprio posto, e il rischio è quello di trasformare una gerarchia in una forma di prevaricazione.
Il nonnismo, poi, ha una cosa particolarmente perversa: spesso viene fatto passare come una sorta di rito di passaggio. Io l’ho subito, quindi adesso tocca a te; come se la sofferenza ricevuta diventasse automaticamente un lasciapassare per infliggerla a qualcun altro.
Anche qui però la serie rimane un po’ in superficie, come se avessero avuto paura a calcare la mano. Il nonnismo c’è, lo vediamo, ne comprendiamo la pericolosità, ma raramente sentiamo davvero quanto possa pesare sulla testa di un ragazzo. Un vero peccato che anche questo tema, alla fine, venga trattato con una certa leggerezza.
Consigliata? Sì, se come me vi piacciono i teen drama. No se vi aspettate azione militare.



