Boots: perché essere se stessi è la battaglia più dura (anche nei duri Marines)

Cosa succede quando la ricerca dell’identità si scontra con il mito della mascolinità americana nella serie cult di Netflix.
Primo piano di profilo di un militare dei Marines in alta uniforme con cappello bianco d'ordinanza, serie Boots Netflix.
In alta uniforme – LeBisbetiche.com (Credits: Pixabay)

Boots è una serie Netflix cancellata dopo una sola stagione nonostante recensioni positive e ottimi ascolti. Ambientata nei Marines americani degli anni ’90, la serie racconta il percorso di Cameron Cope, una giovane recluta costretta a nascondere la propria identità in un ambiente dominato dalla mascolinità tossica e dalla politica del Don’t Ask, Don’t Tell.

Le dinamiche dietro cancellazioni del genere sono spesso poco chiare. O forse no: sono talmente semplici da potersi riassumere in una sola parola, soldi.

Se un prodotto promette di portare nuovi introiti nel lungo periodo – leggasi nuovi abbonati – allora va avanti. Se invece i numeri non convincono abbastanza, si chiude tutto senza troppi rimpianti. Con buona pace del pubblico che quella serie l’ha amata e che avrebbe guardato volentieri una seconda stagione.

E nel caso di Boots il peccato è doppio, perché dietro quella che potrebbe sembrare una semplice dramedy militare si nasconde una serie molto più interessante di quanto lasci intendere la premessa.

Boots su Netflix: trama e temi della serie cancellata

Mentre cercavo qualcosa da guardare mi sono imbattuta nell’intro della serie: militari impegnati in esercitazioni, grandi manovre, disciplina. Essendo appassionata di film di guerra – e di horror, che a volte non sono poi così diversi – non potevo lasciarmela scappare.

Già mi immaginavo qualcosa alla Salvate il soldato Ryan, oppure un classico racconto militare fatto di eroismo e sacrificio.

E invece mi ritrovo davanti un gruppo di ragazzini. Reclute poco più che adolescenti che cercano di trasformarsi in duri e cazzuti Marines.

Il protagonista, Cameron Cope, è un ragazzo gay non dichiarato che decide di arruolarsi per sfuggire ai bulli che lo tormentano da anni. Forse nell’esercito le cose cambieranno. Forse, diventando un Marine, smetterà di essere un bersaglio.

In realtà Cameron, che è appena maggiorenne, non ha la minima idea di ciò che lo aspetta. A convincerlo è il suo migliore amico, che decide di arruolarsi insieme a lui assicurandogli che sarà un po’ come un campo estivo. Solo che quel campo estivo dura tre mesi. Ed è un piccolo inferno.

Don’t Ask, Don’t Tell: la realtà dei Marines negli anni ’90

La serie è ambientata negli anni ’90, e questo dettaglio è fondamentale per capire perché abbia fatto tanto discutere.

All’epoca nelle forze armate americane era in vigore la politica chiamata Don’t Ask, Don’t Tell. In pratica i militari non potevano chiedere apertamente l’orientamento sessuale dei soldati, ma allo stesso tempo i soldati non potevano dichiararlo. Tradotto: potevi essere gay, ma dovevi far finta di non esserlo. Se qualcuno lo scopriva, o se decidevi di dirlo apertamente, rischiavi di essere espulso dall’esercito. Non proprio il massimo per un ambiente già iper-maschile e competitivo come quello dei Marines.

Questo sistema è rimasto in vigore fino al 2011, quando è stato finalmente abolito. Ma negli anni ’90, il periodo in cui si svolge Boots, la realtà era molto diversa: l’identità personale doveva restare nascosta per poter continuare a servire. La serie gira proprio intorno a questo: Cameron non deve solo sopravvivere all’addestramento dei Marines – che già di per sé è brutale – ma anche a un ambiente dove essere scoperti potrebbe significare la fine della sua carriera, e probabilmente anche diventare il bersaglio perfetto. Ancora una volta.

Sinceramente non so perché abbia fatto tanto arrabbiare qualcuno (è stata definita una sorta di propaganda spazzatura) perché sebbene l’identità sessuale sia il tema centrale, ogni ragazzo, ogni recluta, ha un mondo dietro. Ognuno si è arruolato per motivi diversi, e ognuno porta con sé insicurezze, ambizioni e conflitti interiori.

Addestramento reclute Marines americani serie Boots Netflix
I duri marines – LeBisbetiche.com (Credits: Pixabay)

I personaggi di Boots e l’eredità di Full Metal Jacket

Per esempio, il migliore amico di Cameron vuole dimostrare di essere all’altezza del padre, un militare pluridecorato. Soffre per sentirsi poco considerato e spinge sé stesso sempre oltre, cercando di guadagnarsi finalmente l’approvazione di chi conta di più. Chi non ha mai cercato di dimostrare qualcosa a qualcuno a cui tiene? È una dinamica che tutti possiamo riconoscere.

Tra le reclute ci sono anche i gemelli John e Cody Bowman, due figure che subito mostrano quanto le dinamiche familiari possano influenzare i rapporti di gruppo. John è un po’ cicciotto e fatica tremendamente con l’addestramento: a volte mi è sembrato di rivedere il caro Palla di Lardo dell’indimenticabile Full Metal Jacket, anche se per fortuna non fa la stessa fine. Cody invece è bello, muscoloso e anche il “cocco di papà”, quello che sembra non dover mai faticare per essere notato.

Queste differenze non restano confinate tra le mura di casa: le portano dentro la camerata, dove i loro conflitti, le gelosie e i rancori si intrecciano con le tensioni di tutti gli altri ragazzi. La serie mette in luce in modo sottile quanto le aspettative e i comportamenti familiari possano diventare un peso invisibile, modellando comportamenti, rivalità e piccole strategie per “esistere” nel gruppo.

C’è anche un colpo di scena legato alla loro storia, ma non voglio rovinarvi la sorpresa. Beh in realtà ci sono diversi colpi di scena, e sono un po’ l’anima della serie, quelli che hanno aggiunto movimento e sostanza a quella che a una visione un po’ superficiale potrebbe sembrare una pellicola per adolescenti. Per me non è stato così, l’ho trovata sorprendentemente interessante. E mi dispiace che non ci sarà una seconda stagione perché alla fine sono rimasta con alcune domande sui personaggi.

Il verdetto bisbetico su Boots: perché guardarla

Alla fine, ognuno porta dentro di sé ferite, ricordi e piccole vittorie personali. Cameron, il cui percorso si intreccia con quello dei compagni, resta custode di emozioni a lungo represse, scoprendo che la forza non è solo nei muscoli o negli ordini, ma nella capacità di confrontarsi con se stessi e con gli altri.

I gemelli, il migliore amico, le altre reclute e persino gli istruttori mostrano che dietro maschere e comportamenti aggressivi si nascondono paure, gelosie e desideri di approvazione. Già, gli istruttori: tra loro spicca il durissimo tenente Sullivan, la rappresentazione stessa dei Marines. Alto, biondo, occhi cerulei e con gli attributi tipici dell’autorità, Sullivan incute rispetto e timore.

Ma sotto quella maschera di durezza nasconde un segreto che rende il suo rapporto con Cameron e gli altri ancora più complesso, aggiungendo tensione, ambiguità e profondità alla serie. Non voglio spoilerare, ma è uno dei punti più interessanti e sorprendenti.

E forse è proprio questo a rendere Boots una serie diversa: non una semplice storia militare, ma un vero viaggio dentro emozioni, relazioni e identità di ciascuno. Peccato, ripeto, non poterne vedere il seguito. Perché alla fine, più che di soldati, Boots parlava di ragazzi che cercavano disperatamente un posto nel mondo.

E a voi sarebbe piaciuto?

Nunzia G.
Nunzia G.
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