Backrooms: recensione e spiegazione del psycho-thriller più cervellotico del 2026

Dentro Backrooms, il blockbuster che ha spappolato i cervelli di mezzo mondo: la nostra lettura bisbetica tra allegorie, traumi e neon tremolanti.
Backrooms - LeBisbetiche.com
Backrooms – LeBisbetiche.com (Credits: official trailer YouTube)

Prima di immergerci nel microcosmo di Backrooms, vi devo una confessione: in bilico tra belle speranze e scetticismo, ho atteso con trepidazione l’uscita della pellicola di Kane Parsons… e la sua visione mi è arrivata dritta in faccia come un Intercity.

Si tratta pur sempre del battesimo cinematografico di un ventunenne californiano e, considerando con quanta sciatteria si producano i film nelle ultime decadi, ero pronta al peggio.

Invece, questo film mi si è incagliato in testa come uno straccio sugli scogli, e fatico tutt’ora a incasellarlo nei generi e sottogeneri preconfezionati. A quanto pare, è stato così anche per milioni di altri spettatori.

Tanto più che, a guardare il trailer, credo che nessuno fosse pronto a un’opera che miscela diverse contaminazioni, da Nolan a Lynch, pur conservando un approccio assolutamente fresco e originale al tema dei traumi.

Backrooms - LeBisbetiche.com
Backrooms – LeBisbetiche.com (Credits: official trailer YouTube)

Partiamo quindi da un assunto: Backrooms può piacere o non piacere — ad esempio, non lo consiglierei ai puristi dello splatter — ma di certo Parsons sembra avere le carte in regola per un percorso autoriale assolutamente pregevole.

Ma adesso, è tempo di addentare la ciccia.

Backrooms: allucinazione o criptica allegoria?

Nato da una creepypasta su 4chan nel 2019 (e attribuito allo stesso Parsons), il termine “backrooms” indica degli spazi paralleli alla realtà in cui si ripetono dei pattern ben precisi, come l’assenza di una struttura logica e la sensazione di trovarsi in un labirinto malevolo.

Ogni stanza risponde a canoni estemporanei quanto lo stato d’animo di chi vi sosta: al passaggio successivo, infatti, essa potrebbe arricchirsi di nuovi dettagli o elementi disturbanti.

Come se fosse dotata di vita propria.

Queste stanze sono riconoscibili anche dall’estetica, assimilabile agli sparatutto anni ’90: una serie di scatole cinesi in loop, tappezzate da moquette fetide e collegate da corridoi in cui sfarfallano neon tremolanti. Le ambientazioni possono variare leggermente, dalle ispirazioni industrial agli uffici vuoti e desolati, ma resta una costante: la claustrofobia, i trucchi prospettici e gli angoli bui che citofonano gli immancabili jumpscare.

Questa è la chiave per approcciare al lungometraggio di Parsons. Tuttavia, è doveroso precisare che Backrooms è fruibile anche da chi ignora gli estri creativi della Gen Z, che detiene la paternità del concept.

Il nostro incubo lucido inizia così: Clark è un architetto che ha rinunciato a ogni ambizione professionale e che, reduce da un doloroso divorzio, gestisce un dozzinale negozio di arredamento.

Ha due giovani dipendenti che lo assecondano controvoglia nelle sue improbabili iniziative… come filmare spot pubblicitari decisamente kitsch, con Clark nei panni della mascotte dello store: un corsaro con una gamba di legno e un pappagallo di peluche incollato alla giubba.

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Backrooms – LeBisbetiche.com (Credits: official trailer YouTube)

Nel tempo libero, Clark frequenta lo studio della sua terapista, Mary, a sua volta sopravvissuta a un’infanzia asfittica e traumatica. Nel corso di una seduta, la psicologa gli propone un gioco di ruolo per rielaborare la rottura con l’ex moglie, prestandosi ad assumerne le vesti. L’uomo accetta ma, una volta calatosi nel ricordo, lascia affiorare il suo lato più rancoroso e aggressivo.

Tornato nel suo negozio, Clark nota con disappunto degli sfarfallii anomali nei neon dopo l’orario di chiusura; determinato a scoprirne l’origine, controlla il quadro elettrico nel seminterrato, ma la scoperta a cui giunge è ben più impressionante.

Da uno dei muri, in effetti, è possibile accedere a una sorta di universo alternativo, composto da un copia-incolla infinito di stanze cubiche.

Le pareti sono giallo pulcino. L’atmosfera, estraniante. E i neon non smettono di tremolare.

Ogni locale è contraddistinto da peculiarità sconcertanti: mucchi di indumenti puzzolenti, mobili antigravità, cartelli stradali scritti al contrario, botole lillipuziane e illusioni ottiche che sfidano il suo orientamento spazio-temporale.

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Backrooms – LeBisbetiche.com (Credits: official trailer YouTube)

Un dedalo nonsense da cui Clark, in un primo momento, uscirà indenne, sfruttando il varco che gli aveva permesso di penetrarvi.

Successivamente, Clark compirà altre gite nella sua personale backroom, cercando di mapparla e sottoponendo poi la planimetria a una scetticissima Mary. L’uomo coinvolgerà persino i suoi giovani dipendenti, persuadendoli a seguirlo muniti di videocamera per documentare l’impresa.

Cosa mai potrà andare storto?

Un piccolo indizio (piccolo ma illuminante, per gli amanti del genere): è da questo momento che lo stile found footage entra a gamba tesa in Backrooms.

Backrooms: la spiegazione del film [SPOILER]

Prevedibilmente, l’iniziativa di Clark innescherà una serie di eventi inquietanti e grotteschi, che decreteranno la morte dei suoi dipendenti.

All’equazione si aggiungerà anche Mary, giunta al negozio per sincerarsi delle condizioni dell’uomo e risucchiata poi dal fascino sinistro della backroom.

In seguito al suo ingresso, si sviluppa una dinamica interessante: gli ambienti che Mary esplora non contengono più solo i particolari ravvisati da Clark, ma iniziano ad arricchirsi anche di nuove apparizioni… come se si trattasse di una folie à deux condivisa con il proprio paziente.

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Backrooms – LeBisbetiche.com (Credits: official trailer YouTube)

Tra cigolii inquietanti e misteriosi messaggi in filodiffusione, la terapeuta riesce infine a ricongiungersi con l’uomo, che tuttavia la tramortirà a tradimento, legandola a un tavolo da pranzo. Una volta rinvenuta, Mary inorridirà davanti ai nuovi ospiti della backroom: alla sua sinistra c’è infatti una figura vagamente umana ma dal volto mostruoso, degna di un freak show, mentre alle sue spalle vi è la caricatura deforme dell’ex moglie di Clark.

Incredibilmente, egli si mostra a proprio agio con queste orripilanti presenze, quasi avesse familiarizzato con i mostri che popolano il suo subconscio, al punto di cibarsi dei loro corpi sotto lo sguardo inorridito di Mary.

Clark arriva persino a strappare lo scalpo all’ex moglie, posizionandolo alla bell’e meglio sul capo di Mary. Poi, cercherà di convincere la terapeuta a impersonare nuovamente la consorte, in modo da esorcizzare la ferita abbandonica.

Mary, però, cala l’asso dalla manica, sbattendo in faccia a Clark il mostro più feroce. Astutamente, lo punge sul vivo, sfruttando il rapporto terapeuta-paziente per inchiodarlo alle responsabilità che aveva sempre evitato di fronteggiare.

Gli recrimina la sua mancanza di talento come architetto, il suo considerare l’ex moglie come un parafulmine emotivo, la sua tendenza all’autocommiserazione. Il mostro assume così le sembianze della mascotte-pirata, una gigantesca e ripugnante marionetta che finirà per azzannarlo al collo, uccidendolo.

Backrooms - LeBisbetiche.com
Backrooms – LeBisbetiche.com (Credits: official trailer YouTube)

Le vicissitudini di Mary, però, non finiscono qui: inseguita dalla marionetta, si darà a una fuga rocambolesca e frenetica, ma scoprirà con sommo orrore che tutti gli ambienti hanno assorbito anche le zone d’ombra della sua infanzia, ricreandole in modo distorto ma perfettamente riconoscibile.

Provvidenzialmente, la terapeuta verrà tratta in salvo da alcuni dipendenti di Async, un ente specializzato nella mappatura delle backrooms tramite le risonanze magnetiche di chi le ha visitate… ma si tratterà solo dell’ennesima illusione.

Le backrooms si comportano infatti come cervelli: immagazzinano informazioni, poi ingigantiscono e mostrificano i vissuti più lesivi, applicando a ogni stanza un rendering dell’orrore in continuo divenire.

Clark si è sempre rifiutato di fare i conti con le sue mancanze; nella backroom, viene divorato dall’inadeguatezza.

Mary, nonostante la sua professione, non è mai riuscita a cauterizzare le sue ferite più profonde; sarà quindi condannata a vagare in perpetuo tra i suoi personalissimi fantasmi, in una sorta di sadico contrappasso.

Backrooms: la recensione bisbetica

Come da premessa, Backrooms può piacere oppure no, ma è innegabile che il film di Kane Parsons sollevi diversi punti interessanti, in primis la metabolizzazione dei traumi.

C’è chi l’ha trovato inutilmente cervellotico, chi invece pretenzioso; a mio avviso, invece, il parallelismo con le insidie della mente è brillante e ben congegnato.

Chiariamo: non è avanguardia, e siamo tutti d’accordo. C’è un intero filone dedicato al tema, e infinite variazioni. Basti pensare a The Cell o Inception, per citarne un paio, entrambi onirici e centrati sul potere dell’inconscio.

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Backrooms – LeBisbetiche.com (Credits: official trailer YouTube)

Allo stesso tempo occorre considerare che, attualmente, acquistare un biglietto del cinema a scatola chiusa è più rischioso di un bluff al tavolo dei pezzi grossi: nel 90% dei casi si esce dalla sala amareggiati, insoddisfatti e munti come vacche della Parmalat.

Un’allergia cronica ai flop che allontana sempre più cinefili da teatri e multisala.

Se contiamo inoltre il mix di found footage in soggettiva e POV esterni, di inquadrature claustrofobiche e jumpscare chirurgici, Backrooms si ritaglia un’identità tecnica sorprendente per un’opera prima.

Il tutto con un budget da B-movie e un cast che si conta sulle dita di una mano, ma che performa dignitosamente anche con dialoghi ridotti all’osso.

Parsons mescola linguaggi visivi diversi senza perdere coerenza, costruisce tensione con una grammatica filmica che sembra già matura, e soprattutto riesce a rendere leggibile il suo immaginario anche a chi non ha mai sfiorato la creepypasta originale. È forse questo il suo pregio più apprezzabile: non serve conoscere il mito per intuire dove vuole andare a parare.

E allora sì, per quanto non sia avanguardia, Backrooms resta un piccolo prodigio di mestiere, intuito e visione. Per Le Bisbetiche è un bel 7,5 sulla fiducia… e non vediamo l’ora di scoprire le prossime carte del promettente californiano!

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