Il controverso caso di Allan Menzies: convinto di essere il vampiro Lestat, ha commesso l’indicibile nel tentativo di compiacere la sua Akasha.

I fan di Anne Rice sono in trepidante attesa della terza stagione di Intervista con il vampiro, la saga televisiva che si ispira proprio all’affascinante universo letterario in cui gravitano Akasha, Marius, Louis, Pandora… e, ovviamente, il turbolento Lestat. Impersonato prima da Tom Cruise nell’omonimo film del 1994, poi da Stuart Townsend ne La Regina dei Dannati del 2002, Lestat de Lioncourt è uno dei personaggi più amati del fantasy neo-gotico contemporaneo, e ha contribuito a ravvivare l’aura mitologica che caratterizza la narrativa sui vampiri.
Attraente, scaltro, volitivo e magnetico, Lestat è il più ribelle tra le figure tratteggiate dalla penna di Anne Rice. Non a caso, il capitolo cinematografico che lo vede nei panni di una rockstar è stato anche il più iconico, complice la potente soundtrack realizzata da artisti del calibro di Jonathan Davis (Korn) e dall’indimenticato Chester Bennington (Linkin Park).
Stiamo ovviamente parlando del blockbuster La Regina dei Dannati, una pellicola che — seppur lungi dallo status di capolavoro — è riuscita a ritagliarsi una nicchia di fedelissimi tra gli amanti del genere. Un film, tra l’altro, che si trascina dietro una doppietta di cupe fatalità: in primis, è l’ultima apparizione sul grande schermo di Aaliyah (volto di Akasha), morta in un tragico schianto aereo al termine delle riprese, e in secondo luogo ha dato vita a un caso di emulazione decisamente truculento.
Si tratta dell’omicidio realizzato da Allan Menzies, un giovane scozzese piuttosto solitario e facilmente suggestionabile. Affascinato dai superpoteri di Lestat e dalla sua storia d’amore con Akasha, Menzies si è trincerato in un immaginifico dalle tinte fosche, arrivando a convincersi di essere la sua reincarnazione offscreen.
Arrivando persino a sacrificare il suo migliore amico, immolandolo sull’altare di quella fantasia oscura e deviata.
Allan Menzies, una psicosi maturata nell’invisibilità
Allan Menzies nasce nel 1981 e cresce a Fauldhouse, un villaggio del West Lothian dove le giornate si assomigliano tutte, inanellandosi l’una dopo l’altra senza exploit né ambizioni. Un habitat grigio e monotono, in cui la noia prolifera tra i giovanissimi come un virus endemico, e dove i bagordi al pub sono il clou della settimana.
Oltretutto, Allan non è neppure un festaiolo conclamato: predilige infatti la comfort zone delle mura domestiche, ove si rifugia in paradisi artificiali di celluloide e junk food. È un’esistenza informe, la sua, senza picchi né abissi, e il giovane scivola su di essa con indolente frustrazione. Viene dipinto dai professori come un alunno introverso, evasivo, facile all’irritazione, con poche frequentazioni stabili e, di certo, nessuna di stampo romantico.

Tra queste, vi è anche Thomas McKendrick, di due anni più giovane. Egli è l’unico che cerca di scuotere Allan dal suo apparente torpore, insinuandosi tra le crepe della sua corazza e offrendogli scorci di normalità. Una connessione, seppur labile, con la vita reale, quella imperfetta e talvolta spietata, che scorre e lascia indietro i reietti. Una connessione che si spezza a partire dal 2002, anno in cui La Regina dei Dannati approda nelle sale dei cinema.
La discesa nel buio di Allan Menzies: “Io sono Lestat”
Non è un criminale. Non ancora. Al di là di alcune bravate giovanili, come piccoli furtarelli e qualche animato scambio di opinioni, lo schivo Allan passa del tutto inosservato agli occhi della comunità di Fauldhouse fino all’età di 22 anni.
in un giorno qualsiasi del 2002, però, mette in riproduzione La Regina dei Dannati, e dopo i titoli di coda le sue sinapsi si infiammano. È un incendio incontrollabile, quello che consuma Allan. Stregato dal carisma di Akasha, affascinante e antichissima creatrice di tutti i vampiri, il giovane logora quasi il suo prezioso DVD, a furia di riguardarlo. Non si tratta di un colpo di fulmine, ma di una resa totalizzante.

Il film diventa così il suo ossigeno, fino a bruciare il suo contatto con la realtà. Lo guarda più di cento volte, secondo il padre. Lo studia, lo interiorizza, lo trasforma in un manuale di istruzioni. Allan affranca Lestat dal suo ruolo di personaggio, trasformandolo in una possibile identità terrena. E Akasha non è più la madre cinematografica dei vampiri, ma una presenza reale, una voce che Allan sostiene di sentire nei sogni, di avvertire persino nell’intimità crepuscolare della sua camera. Una voce che lo sceglie, che lo lusinga, che gli promette l’immortalità al suo fianco.
E lui, che nella vita reale non è mai stato scelto da nessuno, si aggrappa a quella promessa come a un’ancora di salvezza.
È in questo stato mentale che si incrina il rapporto tra Allan Menzies e Thomas McKendrick, la vittima. Thomas all’epoca ha ventun anni, ed è uno dei pochi che ancora frequenta Allan. Un ragazzo cresciuto a pane e normalità: lavora, esce e, a differenza dell’amico, vanta un’esuberante vita sociale. Purtroppo, però, ha anche un difetto imperdonabile: non prende Allan sul serio. Quando Allan gli parla di Lestat, Thomas ride. Minimizza. Gli sgonfia il palloncino.

Quando confessa la sua tresca immaginaria con Akasha, Thomas lo squadra con aria compassionevole. E quando Allan gli mostra il film per l’ennesima volta, Thomas compie l’errore fatale: lo definisce — perdonate il francesismo — “una cagata”.
Per Allan, quella frase è un insulto diretto alla sua dea. Nella sua mente instabile e ormai compromessa, risuona anche il verdetto di Akasha, speculare al suo: Thomas è un miscredente, un ostacolo da eliminare. Manco a dirlo, il novello Lestat scozzese è pronto a tutto, pur di soddisfare la sua regina.
Allan Menzies: dalla fantasia alla violenza cruda
Il delitto avviene nel dicembre 2002, nella casa dei Menzies. BBC, Herald Scotland e Independent ricostruiscono una scena del crimine brutale e spoglia, priva dei feticci rituali che ci si aspetterebbe, come candele, simboli esoterici o gingilli gotici. Solo violenza pura e sfrenata.
Allan colpisce Thomas alla testa con una bottiglia, poi con un martello, infine lo accoltella ripetutamente. In sede di esame autoptico, il corpo presenterà ben 42 ferite, tra contusioni e tagli. Ma non è tutto.
Thomas non muore subito: agonizza. E Allan, convinto di essere nel culmine di un rito iniziatico, beve il sangue dell’amico e divora porzioni del suo cervello. Dopo l’omicidio, Allan conserva il corpo in casa per due giorni. In seguito tenta di seppellirlo dietro l’abitazione, in una buca improvvisata.

Allarmata dalla denuncia di scomparsa della famiglia McKendrick, la Polizia compie un’irruzione in casa di Allan e perlustra a fondo la sua stanza, ove gli agenti rilevano numerosi schizzi di sangue e una spiazzante assenza di rimorso sul volto del presunto colpevole. Durante gli interrogatori, Allan ripeterà sempre la stessa frase: «Io sono Lestat».
Dice che Akasha gli ha parlato. Che gli ha ordinato il sacrificio, che la morte violenta di Thomas era indispensabile per il raggiungimento dell’immortalità. I periti psichiatrici ipotizzano alcuni scenari attenuanti, come uno stato di psicosi paranoide, deliri di grandezza, un disturbo schizoaffettivo. Ma la Corte lo giudica comunque responsabile, e lo condanna a 18 anni di carcere.
Non ci arriverà mai. Nel 2004, solo un anno dopo la condanna, Allan Menzies viene trovato impiccato nella sua cella ad appena 23 anni. Nessuna immortalità, nessuna Akasha, nessuna ascensione.
Solo un corpo inerte dietro le sbarre. Il triste epilogo di un ragazzo che ha barattato una quotidianità piatta e deludente con la più seducente finzione, risucchiando nel suo gorgo di deliri l’unico affetto che, fino all’ultimo, aveva tentato di sottrarlo alla deriva.



