Dai Sex Pistols ai Noir Désir fino ai Lostprophets, tre casi di cronaca nera in cui la musica rock fa da eco al buio.

La connessione tra sonorità metal e la cronaca nera si è insinuata nell’immaginario collettivo a partire dagli anni ‘70, ed è uno stigma che solo negli ultimi tempi ha iniziato a incrinarsi. Basti pensare al calderone mediatico in cui è finito Brian Warner, frontman dei Marilyn Manson, dopo la strage alla Columbine High School.
Un assist servito dallo stesso Warner, che ha battezzato la propria band con un nome costruito per disturbare: nasce infatti dalla fusione di due personalità agli antipodi. Da una parte Marilyn Monroe, icona di bellezza, di elegante intelligenza e seduzione; dall’altra Charles Manson, il delirante e carismatico mandante del massacro di Cielo Drive. L’intento del Reverendo era quello di esaltare il perenne duello tra luce e ombra insito nell’essere umano, e in questo — dobbiamo ammetterlo — ha centrato perfettamente il bersaglio.
Molti killer hanno confessato a posteriori di covare un immaginifico oscuro e popolato di fantasmi, presenze che si incarnavano vividamente nei riff pesanti del black metal, galvanizzandoli prima di ogni delitto.
Che freschezza.
Ma ci sono anche casi più vicini a noi, delitti che hanno scosso il Belpaese da Nord a Sud. Del resto, chi non ricorda il caso delle cosiddette Bestie di Satana? Un manipolo di giovinastri dediti all’ascolto e alla produzione di musica metal, al consumo di stupefacenti pesanti e all’abuso di alcol. Rammenterete inoltre che alcuni membri delle Bestie vennero processati per l’istigazione al suicidio di Andrea Bontade, ma anche per gli omicidi di Chiara Marino, Fabio Tollis e Mariangela Pezzotta, avvenuti a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila.
Insomma, di materiale a cui attingere ce n’è parecchio, ma oggi ci occuperemo di uno specifico trittico true crime. Non per ripulire la reputazione del metal: non ne ha bisogno e non è affar mio. Il punto è un altro: non sono sempre i fan a scivolare nella follia, magari sull’onda emotiva di un testo controverso. A volte è proprio chi impugna il microfono a ruzzolare nell’abisso. Ecco perché ogni caso va letto per quello che è, senza pigri automatismi. Senza indulgere ai banali clichés. L’ultimo, complice la brutalità dei crimini compiuti — soprattutto ai danni di minori — è quello che più mi ha gelato il sangue.
Iniziamo dagli alfieri del punk, i britannici Sex Pistols. Al di là delle sue hit evergreen, la band che ha preso a schiaffi la politeness della società londinese è stata associata suo malgrado a un sanguinoso assassinio. Un crimine passionale, compiuto proprio dallo sfrontato vocalist e percussionista dalla chioma antigravità, Sid Vicious.
Sid & Nancy: il vero amore tossico

Sid Vicious, bassista dei Sex Pistols, e Nancy Spungen, una giovane e ossigenatissima groupie americana, sono rimasti scolpiti nella storia come l’’emblema dell’amore autodistruttivo. Vivevano tra eroina, lattine di birra ammaccate, luride stanze di hotel e violenti alterchi che scombussolavano la coppia a giorni alterni.
Nell’ottobre del 1978, al Chelsea Hotel di New York, Nancy fu trovata riversa sul pavimento del bagno: una lacerante coltellata all’addome le aveva reciso l’arteria femorale. Sid confessò in stato confusionale di fronte agli inquirenti, poi ritrattò le sue responsabilità. L’autopsia rivelò che la lama era penetrata con forza e precisione, segno di un gesto sventato ma definitivo, mortale. Sid fu arrestato, ma non sopravvisse a lungo alla sua dolce metà.
Morì pochi mesi dopo in seguito a un’overdose di eroina, serbando una lettera d’amore per Nancy nella tasca dei jeans. Un romanticismo macabro divenuto leggenda, capace perfino di alimentare l’estetica glam e sovversiva dei Sex Pistols. Eppure, allo stesso tempo, ha anche dimostrato quanto la musica ad alto voltaggio e gli eccessi possano tramutarsi in nitroglicerina allo stato puro.
Bertrand Cantat dei Noir Désir: un eterno impenitente

Nel 2003, Bertrand Cantat, voce e anima dolente dei Noir Désir, si trovava a Vilnius con l’attrice e compagna Marie Trintignant. L’ennesima lite violenta nella stanza d’albergo sfociò in una tragedia: Cantat la colpì ripetutamente al volto e alla testa, fratturandole il cranio e provocando un edema cerebrale irreversibile. Marie, ricoverata in coma, morì qualche giorno dopo in ospedale. L’autopsia parlò di “lesioni multiple compatibili con percosse prolungate”.
Cantat fu condannato a otto anni, ne scontò quattro. Ma, a differenza delle melodie dei Noir Desir, crepuscolari e immersive, il cantante sembrò bypassare l’accaduto, e si tuffò invece in un nuovo capitolo buio. Un’oscurità che avrebbe inghiottito un’altra donna della sua vita.
Tornato libero, nel 2010 la sua ex moglie Krisztina Rády si impiccò nella loro casa di Bordeaux. Le indagini successive ipotizzarono violenze domestiche ricorrenti e un lento logoramento psicologico. Cantat diventò così un fantasma nel panorama rock francese, un innominabile. Un uomo che — what a shame — ha finito per trasformare la poesia in sangue.
Ian Watkins, il pedofilo dei Lostprophets

Il caso più agghiacciante fu quello del cantante gallese Ian Watkins, frontman della band alternative metal Lostprophets. Energico, allure da antidivo e un fisico smilzo, teso come una corda che vibra, dietro l’animale da palcoscenico si celava un predatore. Nel 2013 fu infatti condannato per gravissimi e reiterati abusi sessuali su minori, inclusi alcuni neonati, e per la detenzione di un ingente archivio pedopornografico.
Le indagini rivelarono una rete di complicità con alcune donne che gli avevano offerto spontaneamente i propri figli, una sorta di sacrificio rituale sull’altare della celebrità. Fu smascherato da un’ex fidanzata che, venuta alla conoscenza delle sue pratiche orripilanti, gli estorse svariate confessioni e raccolse numerose prove a suo carico, fingendo di condividere le sue devianze. Infine, riuscì a incastrarlo, smarcandosi dai leciti sospetti degli inquirenti. I dettagli processuali raccapricciarono l’opinione pubblica: le chat, i video e le prove digitali documentavano atti di violenza indicibile.
Watkins ricevette una pena di 29 anni di carcere, più 6 di sorveglianza, ma non rivedrà mai più il sole oltre le sbarre: l’11 ottobre del 2025 è stato accoltellato a morte da due detenuti della sua sezione. Un epilogo frequente, per chi sconta condanne per reati sessuali a danno dei minori. Persino le guardie fecero spallucce di fronte alla fulminea aggressione. La sua voce, un tempo magnetica, è ormai diventata un simbolo di corruzione assoluta, e la musica dei Lostprophets bandita quasi all’unanimità dalle frequenze di tutto il pianeta.
God save Rock’n’Roll (e anche il metal)
Si dice che il rock possa salvare la vita. A volte è vero. Altre volte, invece, non basta a contenere ciò che ribolle sottopelle.
È allora che le cronache si incendiano, che i dettagli degli atti giudiziari infiammano più dei ritornelli in growl, che ogni parola diventa benzina. In parallelo riparte il linciaggio mediatico, e la stigmatizzazione automatica si riattiva puntualmente, in sincronia perfetta con il primo colpo di doppio pedale. Eppure — ve lo posso garantire per esperienza diretta, maturata in decenni di concerti metal e punk — nella maggior parte dei casi, gli eventi rock sono tra i posti più sicuri e pacifici sulla faccia della terra.
Chester Bennington with a disabled fan 🥹 pic.twitter.com/3sVClvQecx
— nostalgia core (@nostalgiacore) April 22, 2026
Non devo scagionare il metal, ma la realtà di festival e concerti è questa: mastini tatuati e colossi barbuti fasciati da pelle nera che, nella vita di tutti i giorni, aiutano le vecchiette con la spesa. Giovanotti più traforati di un centrino della nonna che disquisiscono di esami universitari, smadonnando di fronte a un sigaretta elettronica scarica. Ragazze con gli occhi bistrati e le calze a rete strappate che si lagnano dei propri “malesseri”, controllandosi il trucco nello specchietto tascabile.
E no, non vedrete schiere di smartphone sollevati in aria, pratica sdoganata dalle platee lobotomizzate di ultima generazione: nei live metal il telefono sparisce, a restare è l’esperienza pura. L’esibizione dal vivo diventa una catarsi mistica, da assaporare con gli occhi incollati solo allo stage e alla folla festosa.
Una spiazzante, deliziosa normalità. Leggerezza, divertimento; l’atmosfera rilassata che si crea tra anime affini e gemellate dalla musica. Da vibrazioni elettive.
Il caso, per quanto mi riguarda, è assolutamente chiuso. Il metal e gli altri sottogeneri rock sono un carburante formidabile per l’anima, e per di più totalmente innocui. La musica non ha mai responsabilità: è troppo comodo accusare un look aggressivo, acustiche dirompenti, testi scomodi o studiatissime pose sceniche, quando i mostri operano tranquillamente anche in giacca e cravatta. Possono celarsi persino dietro lo schermo di un computer (ne parliamo qui). Alla fine, la domanda da porsi resta sempre la stessa: quanto di quel buio era già lì, prima ancora che nell’auditorium riecheggiasse il rituale «Are you reeeeeaaady???».
Ogni riferimento ai Korn, ovviamente, NON è puramente casuale. 🤘🏼



