Il caso di Christian José Gomez: un ragazzo, sua madre e un’ascia… ma chi è il vero colpevole?

Un crimine efferato, quello di Christian José Gomez. Un delitto nato dall’indifferenza delle Istituzioni e da una Sanità piegata alle logiche del profitto
Il caso Christian José Gomez - lebisbetiche.com
Il caso Christian José Gomez – LeBisbetiche.com (Credits: ai.ybyteplus)

Ci sono delitti che non hanno bisogno di mostri, care Bisbetiche. Hanno bisogno, piuttosto, di omissioni. Di quelle crepe minuscole che il sistema lascia aperte, convinto che si cauterizzeranno, che la malattia mentale sia un problema privato, domestico. Un fastidio da relegare tra le mura di casa, e che in pubblico viene accolto da sorrisi diffidenti o malcelato disprezzo. E, ciclicamente, queste crepe si trasformano in squarci insanabili, capaci di disintegrare anche la più amorevole e accudente della famiglie.

Del resto, si sa: di buone intenzioni è lastricato l’inferno.

Il 31 dicembre 2014 a Oldsmar, Florida, una di quelle crepe si è spalancata. E ha inghiottito una madre, un figlio e un intero quartiere che, fino al giorno prima, si era illuso di vivere in una bolla di normalità suburbana. In un sogno americano ormai logoro e scolorito, ma ingentilito da una parvenza di sicurezza. Almeno… fino a quel momento.

Christian José Gomez con la sua famiglia - lebisbetiche.com
Christian José Gomez con la sua famiglia – lebisbetiche.com (Credits: X)

Christian José Gomez aveva all’epoca 23 anni, alcuni precedenti penali e una diagnosi di schizofrenia che ticchettava come una bomba a orologeria in ogni stanza della sua casa.

Le fonti americane e italiane concordano: la sua famiglia non aveva mezzi economici né supporti dal Welfare State, ed era esclusa da un sistema sanitario che prende in carico solo chi può permetterselo. C’era solo una madre, Maria Suarez Cassagne, 48 anni, che cercava di tenere insieme la casa, il figlio malato e una quotidianità che le scivolava dalle mani, giorno dopo giorno.

Una tragedia annunciata

Maria, dopo aver osservato l’ennesima pila di bollette, aveva probabilmente sospirato: quel figlio imprevedibile e scostante era ingestibile in casa, ma l’unica alternativa concreta sarebbe stata una denuncia formale alle Forze dell’Ordine. La donna aveva notato che i suoi raptus e gli episodi deliranti erano aumentati di frequenza e intensità. Inoltre, Christian aveva tentato degli approcci ambigui e preoccupanti con la sorella minore, di soli 11 anni.

Eppure, in carcere lo avrebbero triturato come segatura, quel suo figlio difficile e inquietante. Aveva bisogno di cure psichiatriche, non di pestaggi ricorrenti e di bullismo tra galeotti. Di cure psichiatriche costosissime, di un ricovero in centri specializzati, dalle tariffe altrettanto elitarie.

Così, Maria si assentò sempre più spesso dal lavoro per accudirlo, per tamponare le sue crisi ricorrenti, gli attacchi di panico e di rabbia… fino all’inevitabile licenziamento. Fino allo spalancarsi dell’abisso.

Ascia - lebisbetiche.com
Ascia – lebisbetiche.com (Credits: LeonardoAI)

La mattina di Capodanno, mentre il mondo festeggiava a suon di brindisi e botti, Christian agguantò un’ascia. Non si trattava di un raptus: secondo quanto confessato in seguito, il giovane aveva pianificato il matricidio da almeno due giorni.
Il movente? Futilissimo, sottolineano le cronache. La madre gli aveva chiesto di spostare degli scatoloni in soffitta, di mettere ordine tra gli addobbi di Natale.

Ma solo chi conosce la malattia mentale da vicino sa che non esistono “futili motivi”: esistono invece le percezioni distorte, le pressioni amplificate, mondi interiori che vanno in pezzi. Anche di fronte alla più banale delle sollecitazioni.

Christian fece roteare l’ascia e la calò sulla madre. Uccise la donna che l’aveva messo al mondo, che lo aveva accudito e protetto per più di quattro lustri. Poi decapitò il corpo, infilandone la testa in un bidone della spazzatura e trascinando il cadavere fuori casa, abbandonandolo infine nel giardino della modesta villetta.

Fu il fratello maggiore a scoprire la macabra scena e ad allertare la Polizia.

Caso Christian José Gomez, scena del crimine - lebisbetiche.com
Caso Christian José Gomez, scena del crimine – LeBisbetiche.com (Credits: Pexels)

Christian si era dato alla fuga: un tentativo goffo, in sella alla sua bici, percorrendo un itinerario breve e sconclusionato. Quando lo trovarono, Christian non esitò a confessare. Niente urla, nessuna astuzia da killer navigato, nessun depistaggio. Come se stesse descrivendo candidamente un compitino assegnatogli a scuola, un’incombenza assolta.

E qui arriva il punto che sdegna maggiormente: non si tratta di un crimine “inspiegabile”, ma di un delitto annunciato.

Un ragazzo schizofrenico, senza cure adeguate. Una madre impotente.
Un sistema sanitario che, se non hai soldi, ti lascia in balia degli eventi.
Una diagnosi che degrada in etichetta e condanna, anziché trasformarsi in cura e prevenzione.

E, mentre leggo le ricostruzioni, non posso non pensare all’Italia.
A Genova.
Ad Alberto Scagni.

Christian José Gomez, figlio di un sistema fallimentare

I parallelismi tra i due casi sono evidenti. Anche a Genova, una famiglia implorava aiuto, denunciando ripetutamente. Anche in questo caso, una diagnosi psichiatrica sottovalutata. E, di nuovo, un sistema sordo alle grida di allarme dei familiari. Che opponeva ai loro appelli un’insopportabile burocrazia, logoranti attese, Istituzioni lassiste che da tempo hanno smesso di proteggere i loro cittadini.

E anche lì, un epilogo di sangue: nel 2022 Alberto ha ucciso la sorella Alice, giovane e bellissima, dopo mesi di disperate richieste da parte dei genitori. Di telefonate alle Forze dell’Ordine, spesso inconcludenti poiché: “se non c’è ancora stato un reato, perché intervenire?”.

In fondo, l’Italia è un Paese che ama piangere sul latte versato, ma non è certo l’unico.

Due Stati diversi, stesso schema: la malattia mentale come problema privato, da gestire in salotto, tra una scaramuccia, una fiction e i piatti da lavare.

Il caso Gomez è la versione americana di una tragedia che conosciamo fin troppo bene. Genitori che diventano caregiver, psicologi, infermieri, mediatori.
Figli che scivolano in deliri profondi e oscuri come pozzi, e in cui nessuno vuole guardare. Drammi privati che si estendono anche a mariti e mogli, fidanzati, amici. Gli affetti più cari come catalizzatori e vittime collaterali di tempeste emotive dagli effetti devastanti.

Un sistema che interviene solo quando c’è un cadavere.

Scena del crimine - lebisbetiche.com
Scena del crimine – LeBisbetiche.com (Credits: LeonardoAI)

E allora mi chiedo: quante Maria e Alice ci sono, oggi, in Italia? Quante famiglie vivono con un figlio, un fratello o un marito che non riconosce più la realtà, ma che nessuno vuole prendere in carico? Quanti Alberto Scagni stanno precipitando, mentre le Istituzioni si passano la pratica, scaricandola come una patata bollente al prossimo funzionario annoiato?

Il true crime non è solo un genere di intrattenimento per il grande pubblico: è anche una lente. E, guardando dentro la lente del caso Gomez, ciò che vedo non è un mostro, ma un fallimento collettivo.

Un ragazzo malato lasciato a sé stesso.
Una madre sola.
Un Capodanno che si è trasformato in un mattatoio, perché nessuno ha voluto vedere l’incrinatura prima che diventasse una voragine.

E allora sì, raccontiamo il sangue, la dinamica, l’ascia, la fuga mancata.

Ma ricordiamoci che il vero orrore non è il colpo.
È tutto ciò che è successo prima.
È tutto ciò che non è stato fatto.

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