La recensione del film Netflix che scava dentro la mente dei bambini soldato: si può davvero ricostruire un’identità quando ti hanno tolto persino il diritto all’innocenza?

Mentre noi ci preoccupiamo dei chili di troppo e di apparire al meglio sui social – dove non ci viene perdonato nemmeno un neo – da qualche parte nel mondo c’è un bambino con un fucile in mano che non ha nient’altro.
È stata questa la prima riflessione che ho fatto guardando Beasts of No Nation, film disponibile su Netflix che racconta la tragedia dei bambini soldato attraverso gli occhi del piccolo Agu. Non è solo un film di guerra, ma un racconto sulla perdita dell’identità, sulla manipolazione e sulla possibilità di ritrovare sé stessi dopo l’orrore.
Mi ci sono imbattuta per caso e, nonostante non sia un film nuovissimo, non potevo tirarmi indietro. Chi mi conosce sa che i generi che amo di più sono infatti la guerra e l’horror, due mondi che spesso sono tragicamente intercambiabili. Ma qui non c’è nulla di soprannaturale: l’orrore è tutto umano.
E dopo la visione eccomi qui a riflettere su quello che, secondo me, è il tema centrale della pellicola. Non la guerra, ma la trasformazione di un innocente in spietato assassino, e la possibilità di redenzione nonostante l’orrore.
Beasts of No Nation racconta davvero la guerra?
Più che raccontare la guerra, Beasts of No Nation racconta ciò che la guerra lascia dietro di sé. Il suo vero centro non è il conflitto armato, ma la trasformazione di un bambino in soldato e la progressiva distruzione della sua identità.
Non a caso il film non identifica una nazione precisa. È ambientato in un Paese africano immaginario proprio per raccontare una tragedia universale: quella dei bambini soldato, appunto.
Il contesto, però, è fondamentale. La guerra, la povertà e l’assenza di qualsiasi prospettiva diventano il terreno fertile su cui attecchiscono la manipolazione e la violenza. Quando non ti resta più nulla, anche l‘illusione di avere uno scopo può sembrare una salvezza.
Quando ti hanno tolto tutto e la tua vita è stata azzerata, è facile farsi irretire da chi ha la voce forte e ti offre uno scopo, per quanto atroce.
Ma quello che spesso non consideriamo è che non si tratta solo di obbedienza. È una riscrittura completa dell’identità. Quando perdi tutto – famiglia, casa, sicurezza – non hai più un “io” a cui aggrapparti. E allora quell’identità nuova, per quanto violenta, diventa l’unica possibile. Soprattutto nel caso di questi bambini, non è più una scelta: è sopravvivenza. Rifiutarla significherebbe perire.

Quando un bambino smette di essere un bambino
Mi ha colpito un contrasto assurdo, che forse sembrerà una divagazione ma per me è il cuore del problema: da una parte del mondo abbiamo bambini di 10 anni che non sanno tagliarsi una bistecca da soli perché la mamma ha paura che si facciano male; dall’altra, alla stessa età (e anche più piccoli) vengono strappati dalle braccia dei genitori e trasformati in killer professionisti. È un contrasto difficile da ignorare.
Il protagonista del film è Agu, un bimbo come tanti che gioca con gli amici, ama fare scherzi e ha una famiglia che lo ama. Finché arrivano i soldati e nel tentativo di soffocare una ribellione contro il regime, massacrano tutti quelli che trovano davanti. Solo la mamma e la sorellina si salvano, essendo scappate poco prima con altri profughi. Agu vede sterminare davanti ai suoi occhi la sua famiglia e tutto il paese, scappa quindi nella giungla e finisce nelle mani dei ribelli, il gruppo NDF (Native Defense Force).
E lì finisce la sua infanzia. Da quel momento in poi, per Agu sopravvivere significa smettere di essere un bambino anche dentro. Qui il film mostra qualcosa di profondamente umano e terribile: la dissociazione.
Quando la realtà è troppo dolorosa, la mente si protegge spegnendo le emozioni, separando ciò che accade da ciò che si prova. Non è più “sentire e agire”, ma solo agire. Ed è proprio in questo spazio vuoto che può nascere la violenza.
Nelle mani del Comandante (un meraviglioso Idris Elba) sarà trasformato, assieme ad altri coetanei, in un soldato bambino, che di bambino ha soltanto le sembianze. Non è solo un film sulla guerra. In effetti è un viaggio dentro la mente di Agu, sebbene non ci vengano risparmiate scene che tirano un bel pugno allo stomaco come spesso accade nei film di questo genere.
Il finale di Beasts of No Nation: esiste una redenzione?
ATTENZIONE SPOILER: C’è una scena che mi ha particolarmente colpito: un gruppo di questi bambini soldato che prende a calci una bambina piccola fino a ucciderla, mentre nella stanza accanto altri stanno stuprando la madre. Il punto più disturbante, però, non è solo la violenza in sé, ma quanto rapidamente diventi normale. Quei bambini ridono, si muovono, partecipano come se fosse tutto parte di un ordine naturale delle cose. È così che l’orrore smette di sembrare tale: quando diventa quotidiano.
Ma, a sorpresa, in questo abisso di ferocia Agu compie un gesto estremo: in un barlume di lucidità e pietà, spara alla donna per evitarle ulteriori sofferenze. C’è speranza allora? O è proprio questo il punto: che a un certo punto la distinzione tra bene e male smette di essere chiara, persino per chi la vive?
Il film quindi non si sofferma molto su scene sanguinose, conflitti e morti, ma mostra come si distrugge un’anima. E dà vita a una domanda che mi ha tormentato per tutta la visione: non se Agu possa essere perdonato, ma se potrà mai tornare a percepirsi come innocente. Se sarà mai in grado di perdonare se stesso.
Un bambino che ha visto e partecipato all’orrore, può tornare a essere bambino?
Alla fine, stremati dagli stenti, tutti si allontanano dal Comandante e vengono soccorsi e accolti in una sorta di comunità. E Agu, che non riesce proprio a integrarsi, dice ad una delle donne presenti di non voler parlare di quello che ha fatto per non essere triste. Cerca di farle capire che in fondo lui era solo un bambino, con una madre e una famiglia normale, come tutti.
In quelle parole c’è tutto: il bisogno di dimenticare, ma anche la paura di essere ridotto per sempre a ciò che ha fatto. Come se parlarne lo rendesse definitivo.
E forse la vera domanda non è se possa essere perdonato, ma se riuscirà mai a riconoscersi di nuovo come un bambino.



