Bring Her Back (2025): recensione e spiegazione del finale dell’horror che vi distruggerà

Un film horror che esplora fino a che punto l’amore può deformarsi in ossessione. Un’immersione spietata in un incubo claustrofobico e disturbante.
Silhouette bianco e nero di bambino con mani sul vetro di una finestra e scritta in sovrimpressione Bring Her Back
Bring her back – LeBisbetiche.com (Credits: Pixabay)

Difficilmente mi sarei aspettata di trovarmi a riflettere dopo aver guardato un film horror. Eppure, in questa recensione, vi racconterò come Bring Her Back – l’opera seconda dei fratelli Danny e Michael Philippou (già registi del cult Talk to Me) – mi ha trasmesso un senso di inquietudine strisciante sin dalle primissime scene.

Perché ho visto spesso pellicole con protagonisti che interpretavano una persona ipovedente, ma in questo film Piper, la ragazzina intorno alla quale si svolge il racconto, lo è davvero. Cioè, lo è l’attrice Sora Wong, il che rende tutto molto più realistico e disturbante. Almeno per me.

Inevitabilmente, la condizione della ragazzina evoca un senso di fragilità e di “minorata difesa”. E se la violenza è orribile sempre, figurarsi su una ragazzina ipovedente che non può difendersi. Proprio questa condizione rende ogni gesto e ogni sguardo dei personaggi ancora più importanti: si percepisce quanto Piper dipenda da Andy e dagli adulti intorno a lei, e quanto ogni scelta possa cambiare la sua sicurezza emotiva.

Il film si apre con un dramma improvviso: la morte grottesca del padre dei fratellastri  – Andy e Piper appunto –  che perde la vita scivolando sotto la doccia. La madre è non pervenuta (un dettaglio liquidato rapidamente dalla trama). Rimasti soli, i due ragazzi vengono presi in carico dai servizi sociali, la loro richiesta di stare assieme viene miracolosamente accolta, e vengono affidati a Laura, (interpretata da una magistrale e inquietante Sally Hawkins), una psicologa ed ex assistente sociale.

Già dal loro arrivo e dall’accoglienza che lei gli riserva si capisce che c’è qualcosa che non va, sembra che per lei Andy sia solo un peso, non serve. Tutte le sue attenzioni sono rivolte a Piper. Andy oscilla tra fiducia e diffidenza: vuole proteggere Piper a ogni costo, ma non sa ancora quanto Laura possa manipolare la loro sicurezza emotiva.

La donna ha anche un altro strano bambino in affido, Oliver, traumatizzato e affetto da mutismo selettivo. Quando Laura confessa ad Andy e Piper di aver perso una figlia, Cathy, morta tragicamente annegata (e ipovedente come la ragazzina) lo spettatore è portato a pensare: “Wow, che donna straordinaria, accoglie i casi più difficili per curare il proprio trauma”.

Niente di più falso. Bring Her Back mostra quanto il dolore e il rimpianto possano deformare l’amore: Laura non vuole solo proteggere, vuole ricreare il passato, cancellando ogni ostacolo alla sua visione e manipolando i bambini.

 

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Bring Her Back: quando il dolore deforma l’amore (e la realtà)

Piano piano ho assistito alla manipolazione della realtà da parte di Laura, con il solo scopo di allontanare Andy. E se all’inizio ho creduto che fosse semplicemente per fare in modo che Piper prendesse il posto di sua figlia morta, per poter pensare di averla ancora lì e soffrire meno, beh, mi sono sbagliata. Almeno in parte. Nel senso che sì, dare a Piper la stessa stanza della defunta, i suoi vestiti, e chiederle di chiamarla mamma, è solo una piccola parte dell’incubo in cui mi sono ritrovata.

E che mi ha fatto chiedere fino a che punto il dolore per la perdita di un figlio possa spingere una madre. La risposta nel film è che può spingersi molto, molto oltre, mettendo da parte la morale e l’empatia verso gli altri.

In un crescendo di tensione e cose strane che solo dopo acquistano un senso (tipo Andy che a 17 anni si sveglia bagnato la mattina, per poi scoprire che è Laura a versargli addosso la sua pipì per umiliarlo e destabilizzarlo psichicamente) la trama ha iniziato a prendere forma. E quello che avevo immaginato è stato completamente stravolto da quello che ho visto davvero.

ATTENZIONE SPOILER- Laura non vuole solo una nuova figlia, vuole usare Piper per un rituale occulto di resurrezione visto in un vecchio nastro VHS. Qui crolla il mito della madre accogliente e appare il mostro che usa la fragilità altrui come un mero strumento. Quello che rende tutto più inquietante non è solo il rituale: è vedere come Laura calcoli ogni mossa, studi le emozioni dei bambini e sfrutti la loro fiducia e paura per piegarli alla sua volontà.

L’atmosfera si fa cupa, e si delinea anche la vera utilità di Oliver. Perché è così strano, spesso assente, cosa gli è successo davvero. Lo scopriamo quando Laura esce con Piper e lascia Andy a casa, chiudendo a chiave il bambino nella sua stanza, come fa sempre. Inutile dire che il ragazzo apre la porta e cerca di parlare con lui, offrendogli da mangiare. Qui arriva una delle scene più disturbanti che io abbia mai visto in un film horror, e ne ho visti a migliaia.

Andy affetta un melone e offre a Oliver un pezzo infilzato da un enorme coltello dicendogli di fare attenzione. Poi si distrae per cercare un piatto. Il rumore metallico che segue fa immaginare l’orrore prima ancora di vederlo: il bambino sta masticando la lama, rompendosi i denti e tagliandosi brutalmente bocca, palato e lingua. È un’immagine impossibile da spiegare a parole. Cosa ha di così strano questo bambino?

 

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Il significato del finale di Bring Her Back: l’ossessione di Laura

La spiegazione del finale di Bring Her Back è atroce: Laura lo ha rapito per stringere una sorta di patto con il diavolo. Seguendo le istruzioni di un vecchio nastro VHS, ha trasformato Oliver in una prigione vivente, intrappolando un demone nel suo corpo con l’unico scopo di riportare in vita la sua Cathy, che tiene macabramente congelata nel capanno degli attrezzi. In questa logica distorta, Piper non è una figlia da amare, ma il “pezzo” mancante del rituale: per far tornare Cathy, Piper deve morire.

Il falso mito della madre accogliente crolla definitivamente per lasciare spazio a una donna che ha smesso di essere umana nel momento in cui ha deciso che la vita di Cathy valesse più di quella di chiunque altro. Oliver è solo un contenitore, Piper è un sacrificio necessario, e Andy è il testimone che va annientato affinché non interferisca con il suo piano. Ecco, tutto svelato. Alla fine, ciò che resta non è tanto il rituale soprannaturale, quanto il pensiero di quanto l’amore possa diventare ossessione, e di quanto sia sottile il confine tra cura e controllo.

Ma a scombussolarmi, al di là di alcune scene molto crude, è solo Laura. Più il film va avanti e più si intravede il suo tormento interiore. Quando viene smascherata, quando le sue azioni diventano inevitabili e visibili, non senti solo orrore: senti il peso del suo dolore.

Non è cattiva per natura; è una donna sopraffatta da un vuoto che non si può colmare. Il suo dolore è così tangibile che ti lascia con una sensazione ambigua: provare quasi empatia per un mostro. Non si tratta di giustificare l’orrore, ma di capire che ogni suo gesto estremo nasce da una disperazione umana, troppo umana. Il finale vi lascerà con domande che non avreste mai voluto farvi. E io, onestamente, non mi sarei aspettata nulla di simile. E voi?

Nunzia G.
Nunzia G.
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