Wanna Marchi premiata in Campidoglio: scusate, ma possiamo fermarci un attimo?

Dalla vicenda delle televendite alla Gintoneria, ripercorriamo la storia e proviamo a capire cosa stiamo celebrando davvero.
Dettaglio di una targa dorata con la scritta "Premio Internazionale della Cultura" sul tavolo dei relatori, a evocare la notizia di Wanna Marchi premiata in Campidoglio.
Wanna Marchi premiata al Campidoglio – LeBisbetiche.com (Elaborazione digitale)

Stamattina ho letto la notizia e sono rimasta ferma davanti allo schermo dello smartphone per qualche secondo.

Non perché non avessi capito le parole, ma perché speravo di averle capite male. Allora ho riletto. Wanna Marchi premiata in Campidoglio, insieme a Stefania Nobile, con il “Premio Internazionale della Cultura”.

Ah. Ok. Aspetta. Cosa?

Prima di tutto, facciamo una precisazione fondamentale, perché già qui il titolo può creare un equivoco, e quindi ho dovuto approfondire: non è un premio assegnato da Roma Capitale. Fiuuuu, meno male.

Il P.I.C. – Premio Internazionale della Cultura è un’iniziativa privata, ideata dall’editore Alessandro Gian Maria Ferri, e la cerimonia si è svolta il 23 settembre nella Sala della Protomoteca del Campidoglio.

Ma per quali eccelse opere sono state premiate le due donne?

Il premio a Wanna Marchi era legato al suo ricettario La verità è che io cucino così. Qui non si pesa niente: l’unica misura è l’amore (un ricettario, gente) mentre Stefania Nobile ha ricevuto il riconoscimento per Vendere… cara la pelle, il libro in cui, stando alla sinossi, racconta in prima persona il proprio percorso e le esperienze vissute. Non voglio riportare le recensioni che ho trovato, ma lascio immaginare.

Quindi no: il Comune di Roma non ha istituito un premio per Wanna Marchi. La formulazione “Wanna Marchi premiata in Campidoglio” può trarre in inganno, ma si tratta di un’iniziativa privata.

Ma perdonatemi se la distinzione, pur doverosa, non riesce a tranquillizzarmi del tutto. Perché la domanda rimane: come siamo arrivati fin qui?

Wanna Marchi premiata in Campidoglio: prima facciamo chiarezza

Per chi negli anni Ottanta e Novanta viveva su Marte, Wanna Marchi è stata una delle televenditrici più riconoscibili della televisione italiana.

Prima cosmetici, prodotti dimagranti e televendite, sempre urlate, con il suo caratteristico “d’accordo???”. Un altro tipo di televisione, ma questa era. Provaci adesso a vendere una crema dimagrante dando della cicciona all’acquirente…solo per far capire i suoi metodi.

Ma comunque anche così, quella televisione ha fatto la sua fortuna. Soprattutto quando ha cambiato genere, e si è lanciata, assieme alla figlia e a un “mago”, nell’esoterismo. Qui la storia cambia completamente, e diventa molto più seria. E più grave.

Attraverso le televendite venivano proposti prodotti e rituali legati al cosiddetto “malocchio”, con la promessa di liberare le persone da problemi e sfortune. Il sistema, ricostruito negli atti giudiziari e successivamente raccontato anche nella docuserie Netflix Wanna, portò a un procedimento penale che coinvolse Wanna Marchi, la figlia Stefania Nobile e altri soggetti.

Insomma, per capirci, sacchetti di sale presentati come potenti filtri anti-sfiga, e venduti a carissimo prezzo. E chi non voleva pagare? Entravano in gioco anche minacce e pressioni, come ricostruito nelle vicende giudiziarie.

Il sistema non poteva essere eterno, e infatti è crollato. Nel 2009 la Cassazione ha reso definitive le condanne: 9 anni e 6 mesi per Wanna Marchi e 9 anni e 4 mesi per Stefania Nobile per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata.

Poi è arrivato il carcere. La pena è stata scontata, da entrambe. E qui voglio essere chiarissima: io credo nella funzione rieducativa della pena.

Credo cioè che una persona che ha commesso un reato debba poter pagare il proprio debito con la giustizia e, una volta terminata la pena, avere la possibilità di ricominciare. Non credo nella pena eterna. Non credo nell’idea che chi ha sbagliato debba essere marchiato per sempre.

Se una persona ha scontato la propria condanna, deve poter lavorare, vivere, avere relazioni, costruirsi una nuova vita, insomma. Altrimenti non stiamo parlando di riabilitazione ma di vendetta.

Ma una cosa è poter ricominciare, un’altra è essere osannati.

Perché non è che dopo le due donne si sono rifatte una vita, trovato un lavoro e via. No, la storia giudiziaria della famiglia (o meglio, di parte di essa) non si è fermata alla vicenda delle televendite.

Televisore a tubo catodico con lo schermo acceso su una tipica televendita anni 80 90 di prodotti di bellezza
Le televendite – LeBisbetiche.com (Elaborazione digitale)

Il passato non è davvero passato

Nel marzo 2025 Stefania Nobile è stata arrestata insieme all’allora compagno Davide Lacerenza nell’ambito dell’inchiesta sulla Gintoneria di Milano e sul privé La Malmaison.

Le accuse contestate? A vario titolo: autoriciclaggio, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e reati legati agli stupefacenti. Per la donna, però, l’accusa di spaccio di droga non era contestata: riguardava Lacerenza. Il suo coinvolgimento nell’inchiesta era legato, secondo l’accusa, anche al ruolo nella gestione della società e ai proventi ritenuti illeciti; inoltre la difesa ha contestato il suo coinvolgimento nello sfruttamento della prostituzione.

Alla fine, nell’ottobre dello stesso anno, è arrivato il patteggiamento: 3 anni per Stefania Nobile e 4 anni e 8 mesi per Lacerenza. Per lei erano previsti anche lavori di pubblica utilità, mentre la confisca ha riguardato beni per un valore complessivo superiore ai 900 mila euro.

Quindi ripeto, Wanna Marchi ha scontato la sua pena. E anche Stefania Nobile.

È libera ed è tornata in televisione (ha partecipato a una docuserie sulla propria storia) e sui social, dove ha annunciato il suo nuovo lavoro. Fa la “cuoca itinerante”, cioè non in un ristorante fisso. E ok, fin qui. Ha tutto il diritto di vivere la propria vita, e se alla gente piace pagare per andare a vederla cucinare, chi sono io per giudicare.

Ma avere diritto a una seconda possibilità non significa avere automaticamente diritto alla nostra ammirazione, o che il passato debba diventare una medaglia.

Un mantra o una provocazione?

Perché c’è una frase che continua a tornare ogni volta che si parla di Wanna Marchi, diventata quasi uno slogan: “I cog*ioni vanno in*ulati.”

Non è una leggenda metropolitana: la frase è stata ripresa anche nella docuserie Netflix e successivamente ribadita pubblicamente. Io la ricordo bene. La gente forse no. E questa cosa mi fa veramente inca…volare.

Dietro quella frase non c’è soltanto una parolaccia, ma una precisa idea del rapporto tra chi vende e chi compra. Almeno la sua idea. Se sei ingenuo, sei un “co*lione”. Se ti fidi, sei un “co*lione”. Se sei vulnerabile e qualcuno capisce come convincerti a tirare fuori dei soldi: te la sei cercata.

E se pensate che sia soltanto una frase del passato, beh, mi dispiace per voi: nel 2025 Wanna Marchi se l’è fatta tatuare sul braccio. Non una frase detta trent’anni fa e dimenticata, quindi, ma una frase che, evidentemente, continua a rappresentarla abbastanza da essere diventata un tatuaggio.

 

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Allora, come è possibile premiare un soggetto che, pur avendo pagato per i suoi errori, ha avuto comunque queste uscite e, sembra, ha ancora lo stesso pensiero?

Stiamo parlando di un premio alla CULTURA. In un Paese che ha dato i natali a fior fiore di poeti e scrittori, da Dante a D’Annunzio e via discorrendo, la lista (anche di contemporanei) è lunghissima. Ma davvero abbiamo premiato un ricettario e una storia di vita di una donna condannata per truffa?

Cosa stiamo premiando, esattamente? Il libro? La capacità di reinventarsi? La capacità di trasformare una vicenda giudiziaria in un racconto? La popolarità? La capacità di stare davanti a una telecamera? Perché io non mi capacito.

Ripeto, chi ha pagato il proprio debito deve poter tornare nella società.

Ma libertà non significa innocenza, e soprattutto una seconda possibilità non cancella automaticamente la prima storia.

Ed eccoci di nuovo al punto di partenza: Wanna Marchi premiata in Campidoglio. Un riconoscimento privato, certo. Ma comunque un riconoscimento alla cultura assegnato a una persona con questa storia.

Possiamo ridere del personaggio Wanna Marchi, possiamo guardare la docuserie. Possiamo perfino leggere il suo libro di ricette. Ma prendere una persona che ha scontato una simile condanna, trasformarla in un’icona, dimenticare le vittime e infine consegnarle un premio per la cultura, no mi dispiace. Questo non possiamo farlo.

Nunzia G.
Nunzia G.
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