Veneto, passa la legge sul Fine Vita: una conquista per la civiltà o il preludio di un corto circuito etico?

In Veneto è passata la legge sul Fine Vita, ma prima di stappare lo spumante è doveroso compiere qualche riflessione… con un occhio al Canada e uno all’Olanda.
Veneto, legge sul Fine Vita - LeBisbetiche.com
Veneto, legge sul Fine Vita – LeBisbetiche.com (Credits: Gemini)

Da qualche settimana avevo allentato la mia presa da pitbull sui temi politici del Belpaese — del resto, anche il cervello ha bisogno di ferie, ogni tanto.  Proprio per questo, quando mercoledì 2 settembre i TG nazionali hanno annunciato al pubblico l’introduzione della legge sul Fine Vita in Veneto, emulando le apripista Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna, sono rimasta con la forchetta e mezz’aria.

Genuinamente basita.

Ci tengo a precisarlo: sono, e sono sempre stata, un’accanita sostenitrice del libero arbitrio. Non sono credente, né simpatizzo per alcun partito.

Però in questi anni, specialmente dopo lo spartiacque del 2020, ho messo nitidamente a fuoco come funziona la politica e la mostruosa macchina della propaganda che, fracassona e spesso ridicolamente mendace, la segue a ruota in ogni sua biforcazione, destra o sinistra che sia.

La mozione è stata approvata con 32 favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti: una vittoria schiacciante e inaspettata, specie in una Regione storicamente legata al mondo conservatore.

Al di là del risultato sorprendente — e che potrebbe dare adito a diverse letture — voglio però proporvi qualche riflessione sul tema del Fine Vita e sulle potenziali implicazioni etiche che vi gravitano intorno.

Sì al Fine Vita in Veneto: cosa cambia

Galeotto fu il caso di DJ Fabo, patrocinato pubblicamente da Marco Cappato, attivista, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e fondatore di Eumans.

Riassumendo all’osso la vicenda e il successivo iter processuale, Cappato avrebbe assecondato il desiderio di DJ Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, di porre fine alla propria vita mediante eutanasia in una clinica svizzera in seguito a un incidente stradale, che dal 2014 lo aveva reso paraplegico e totalmente dipendente dalle cure dei familiari.

Fine Vita, DJ Fabo - LeBisbetiche.com
Fine Vita, DJ Fabo – LeBisbetiche.com (Credits: X)

Le sue richieste di effettuare il medesimo trattamento in Italia erano cadute nel vuoto, perciò DJ Fabo ha pregato Marco Cappato di bypassare le normative (allora) vigenti e di accompagnarlo presso la struttura elvetica.

Antoniani aveva maturato questa scelta a lungo e in piena consapevolezza, nel silenzio e nell’immobilità forzata della sua condizione, e a dispetto delle suppliche della fidanzata e della madre.

Per lui non aveva più senso vivere così. Era giunto all’ultima spiaggia.

In precedenza, aveva intrapreso persino una costosissima terapia con le staminali in India ma, dopo i primi piccoli e transitori miglioramenti, era rimpiombato nella sofferenza cronica.

Nel 2017, Cappato si è assunto coraggiosamente l’onere di accompagnarlo alla Dignitas di Zurigo ove, non senza intoppi, DJ Fabo è riuscito a portare a compimento il suo proposito (se volete rispolverare il suo penoso calvario, lo trovate in questa puntata di Un giorno in Pretura).

Il suo  cavaliere senza macchia, invece, si è autodenunciato, e due anni più tardi ha affrontato il processo davanti alla Procura di Milano, ai sensi dell’Art. 580 del Codice Penale che prevede, in caso di colpevolezza, dai 5 ai 12 anni di reclusione.

Fortunatamente, è stato assolto; la sentenza ha inoltre fissato un precedente epocale in sede di Corte Costituzionale, ed è stata proprio l’assoluzione di Cappato a favorire la ratifica della normativa sul Fine Vita in alcune Regioni italiane.

Fine Vita, Marco Cappato - LeBisbetiche.com
Fine Vita, Marco Cappato – LeBisbetiche.com (Credits: Giurisprudenza Penale – Diritto di cronaca)

Ma cosa cambia in Veneto?

La legge veneta recepisce la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale e stabilisce un percorso rigoroso e strutturato: un cittadino che rientri nei requisiti della Consulta può avviare la procedura di eutanasia senza lungaggini o rimpalli burocratici. Questi criteri, che ricalcano quelli di Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna, includono:

  • una patologia irreversibile;
  • sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili;
  • la dipendenza da dispositivi di sostegno vitale;
  • la capacità di intendere e di volere al momento della scelta.

A sua volta, la Regione istituisce delle commissioni cliniche dedicate che operano in tempistiche celeri e con modalità precise, e le ULSS venete devono garantire la presa in carico. I singoli medici possono rifiutarsi di eseguire il trattamento, ma le strutture devono comunque assicurare la procedura tramite personale sanitario non obiettore.

Apparentemente, la regolamentazione del Fine Vita — pratica che, probabilmente, si estenderà a macchia d’olio anche nel resto d’Italia — sembra un ingente progresso sul fronte dei diritti, specialmente per i malati terminali e non autosufficienti… ma siamo sicuri che non sia, al contempo, anche la chiave di volta per derive assai meno edificanti?

Fine Vita: il caso del Canada e dell’Olanda

Qui il tema si fa scivoloso. Perché una legge sul Fine Vita, per quanto necessaria e sacrosanta, non è mai solo una norma, ma un precedente. È un varco, una porta che si affaccia su nuovi scorci e che, se non viene presidiata costantemente, rischia di spalancarsi alla prima folata.

Il Canada ne è l’esempio più inquietante. La normativa MAiD (Medical Assistance in Dying), introdotta nel 2016 e ampliata nel 2021, nasceva con un intento nobile, quello di garantire un epilogo dignitoso a chi soffriva in modo insopportabile. Poi, però, le maglie si sono allargate. E parecchio.

Nel giro di pochi anni, l’opinione pubblica canadese si è ritrovata a discutere — e in parte a supportare — l’ipotesi dell’eutanasia per individui con disabilità senza patologie terminali, per chi vive in condizioni di povertà estrema e persino per i senzatetto che non vedono via d’uscita dalla propria condizione di indigenza.

A scanso di equivoci, non stiamo disquisendo di fantascienza o di un futuro distopico: sono casi documentati da CBC, CTV News, Global News e riportati anche dalla BBC. Storie di cittadini che invocano la morte non per una malattia incurabile, ma perché il sistema non è in grado di assicurare loro una vita dignitosa.

E quando una società arriva a considerare “ragionevole” l’eutanasia per chi non ha una casa o non è integrato nel sistema, il nodo si sposta dalla medicina alla politica.

Diventa un paradigma culturale, morale, etico.

L’Olanda, dal canto suo, ha un modello completamente diverso da quello italiano. Nei Paesi Bassi, la sofferenza psicologica pura viene considerata un criterio sufficiente per accedere all’eutanasia.

Fine Vita, Zoraya ter Beek - LeBisbetiche.com
Fine Vita, Zoraya ter Beek – LeBisbetiche.com (Credits: X)

Ed è proprio in questo contesto che è esploso il caso di Zoraya ter Beek: una 29enne in perfetta salute fisica, ma affetta da depressione cronica e disturbo borderline di personalità, che il 22 maggio del 2024 ha ottenuto l’approvazione per l’eutanasia sulla base della sua sofferenza mentale.

Una decisione che ha spaccato in due l’opinione pubblica olandese e internazionale, poiché riporta in primo piano uno spinoso quesito, il cardine stesso del tema Fine Vita: fino a che punto può spingersi lo Stato nel certificare che una vita non sia più degna di essere vissuta?

Voilà, ecco l’elefante nella stanza.

E per quanto riguarda l’Italia… beh, siamo in Italia: fatta la legge, trovata la gabola. Perciò, meglio porsi una domanda in più, che una in meno.

Fine Vita in Italia: una responsabilità da maneggiare con i guanti

Ed è qui che il cerchio si chiude. Perché oggi il Veneto festeggia una legge che, sulla carta, è rigidissima: criteri chiari, un percorso definito, commissioni mediche, tempi certi, la tutela dell’obiezione di coscienza. Una legge che nasce per proteggere chi soffre davvero, chi non ha alternative, chi è intrappolato in un corpo che non risponde più agli stimoli.

Ma la storia insegna che nessuna norma resta immutata in eterno. E ogni precedente giuridico diventa nel tempo una trave portante: può sostenere ciò che verrà dopo, oppure incrinarsi sotto il peso delle interpretazioni future.

Dipende da chi lo maneggia, da come lo interpreta… e da quanto è disposto a spingersi oltre.

Per ora, alziamo i calici: il Fine Vita è indubbiamente un progresso, una conquista, un atto di civiltà. Ma è anche un potere enorme. Un potere che richiede sensibilità, vigilanza e il pugno di ferro contro le derive che, inevitabilmente, prima o poi busseranno alla porta.

Perché decidere sulla vita e sulla morte delle persone non è mai un gesto neutro. È un atto di responsabilità assoluta… e, come ci ricorda la saggezza pop di Spider-Man: da un grande potere, derivano grandi responsabilità.

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