La prigione invisibile: la violenza nella serie tv Non stare a guardare

Un’analisi graffiante sulla prigione invisibile e la trappola mentale che blocca chi subisce abusi domestici.
Primo piano di un occhio umano che riflette una donna minacciata da un pugno, immagine concettuale ispirata ai temi della serie tv non stare a guardare sulla violenza domestica
Non stare a guardare – LeBisbetiche.com (Credits: Pixabay)

Se c’è un tema tanto attuale quanto trasversale, è quello della violenza domestica. La serie tv Non stare a guardare (As You Stood By) lo analizza sotto diversi punti di vista. A tratti crudo – vedere un uomo che picchia sistematicamente una donna come fosse una cosa normale – è un vero pugno nello stomaco.

La violenza è trasversale perché colpisce le case popolari come i quartieri ricchi. La serie tv Non stare a guardare ci mostra una realtà in cui la brutalità è normalizzata, e fa emergere una domanda fondamentale: perché è così difficile allontanarsi da chi ti picchia? (Ho parlato di questo anche qui).

I pochi passaggi forzati della trama passano in secondo piano: dipendono probabilmente da una cultura, quella coreana, molto lontana dalla nostra. Ma andiamo con ordine.

La serie tv Non stare a guardare e il silenzio che diventa un’arma

Le protagoniste della serie sono due amiche di vecchia data, Eun-su e Hui-su. La prima lavora in un centro commerciale, in un negozio di gran lusso frequentato da gente molto facoltosa.

Dopo un inizio lento, arriva il primo scossone che ci trascina dentro la testa di Eun-su. Non arriva dal passato, ma da un incontro casuale sul luogo di lavoro. Una cliente, vittima di un marito brutale, cerca in lei un contatto, un barlume di comprensione. Ma Eun-su, inizialmente, fa quello che facciamo quasi tutti: assiste impotente, paralizzata.

Tutti fanno finta di non vedere, e le viene chiesto di fare altrettanto, soprattutto quando l’uomo, cercando di comprare il silenzio di chi ha visto, fa acquisti molto, molto costosi. Ma quando quella stessa donna, in un atto di disperazione estrema, si getta sotto l’auto del marito, in Eun-su si spacca qualcosa.

Un monito per noi tutti: il silenzio non è assenza di parole, ma una scelta attiva che diventa un’arma nelle mani dell’aggressore. Comunica alla vittima una verità devastante: “Se nessuno interviene, allora è colpa tua”. Questo è il senso di colpa che divora Eun-su .

Quando la donna decide di gettarsi sotto l’auto del marito, Eun-su capisce che il suo silenzio è stato complice di quella fine.

Quell’evento riattiva il passato: Eun-su è figlia di una donna abusata. Non aver aiutato la cliente rispecchia l’incapacità di salvare sua madre da bambina, quando si rifugiava nell’armadio con il fratellino per non sentire i colpi. E anche quando la bambina trova il coraggio di chiedere aiuto, all’arrivo delle forze dell’ordine, che pure vedono chiari lividi sul volto della donna, non riesce a dare voce alle proprie paure, e nulla cambia.

Quando poco dopo il suicidio della cliente, Eun-su scopre che la sua amica Hui-su è intrappolata nello stesso incubo – picchiata da un marito che alterna violenza e manipolazione – capisce di non poter più “stare a guardare”. Per lei, salvare l’amica non è solo un atto di generosità, è un tentativo disperato di riparazione psicologica: salvare Hui-su per perdonare se stessa di non aver salvato sua madre e quella sconosciuta al centro commerciale.

Foto in bianco e nero di una donna che si copre il volto con le mani, mostrando lividi sulle braccia e la scritta "STOP" sul palmo della mano.
La violenza domestica – LeBisbetiche.com (Credits: Pixabay)

La prigione invisibile: perché le vittime non scappano?

Davanti a chi subisce per anni ci poniamo sempre la stessa domanda: perché non prendi le tue cose e te ne vai? Guardando Hui-su nella serie tv Non stare a guardare la risposta emerge in tutta la sua brutalità: la violenza domestica è una trappola psicologica costruita su misura, una prigione invisibile le cui sbarre non sono fatte di cemento, ma di manipolazione e trauma.

Il partner violento non è un mostro 24 ore su 24 (parlo al maschile per statistica, ma l’abuso non ha genere). È qui, nel ciclo della manipolazione, che il diavolo si nasconde nei dettagli. Dopo ogni episodio di violenza segue una fase di “luna di miele”: lui si scusa, regala fiori o gioielli costosi, e promette che non accadrà più. Per un breve periodo sarà perfetto, il marito ideale. Almeno fino alla prossima esplosione di rabbia. Che può anche avvenire senza alcun motivo apparente.

C’è una scena nella serie che toglie il respiro per la sua freddezza. Hui-su in quei pochi momenti in cui lui non è in casa prova a respirare, a sentirsi quasi libera. Ma è una libertà vigilata (letteralmente, in casa ci sono le telecamere), scandita dal ticchettio dell’orologio. La vediamo guardare con terrore le lancette che si avvicinano alle 19:30; sa che lui sta per rientrare, sa che la pace sta per finire.

E quando lui varca la soglia, non c’è bisogno di urla per capire cosa accadrà. C’è una gestualità sistematica che fa più paura di un grido: si toglie i gemelli con calma, si arrotola le maniche della camicia con precisione, senza mai perdere la compostezza. È un rito. La sua violenza non è un raptus, è un’esecuzione programmata.

Hui-su è lì, immobile, paralizzata da quella che è una vera e propria attesa del dolore. In quegli istanti non c’è via di fuga, perché la sua mente è già stata sconfitta dalla sistematicità di quel massacro. Vedere quest’uomo così elegante e facoltoso prepararsi con tanta freddezza a picchiare la moglie è un’immagine potente, che mi ha fatto molto male. Disturbante, e lo dico da appassionata di horror. E qui torna la domanda: perché lei semplicemente non lo lascia e va via?

Nella serie tv Non stare a guardare, la risposta è devastante. Dopo ripetuti tentativi falliti di scappare o cambiare la situazione, la mente di Hui-su si convince che non esista via d’uscita. Si arrende al suo destino.

Ha provato a chiedere aiuto, ma sembra quasi che la violenza domestica venga sottovalutata, minimizzata. Le forze dell’ordine o la società circostante sembrano suggerire che la donna esageri, e che il marito abbia solo cercato di “rimetterla in riga”, come fosse una scolaretta. Viene sminuito il tutto. E nessuno la aiuta.

Quando la sopravvivenza non ammette più il silenzio

È in questo vuoto istituzionale e umano che Eun-su decide di intervenire. Non lo fa con i consigli scontati che spesso diamo alle vittime (”denuncialo”, “scappa”), perché lei sa, avendolo vissuto con sua madre, che quei consigli in certi contesti sono solo parole vuote.

Quando Eun-su vede i lividi di Hui-su, non vede solo un’amica; vede la cliente suicida, vede sua madre, vede se stessa bambina nell’armadio. Capisce che se non agirà in modo radicale, Hui-su sarà la prossima a finire sotto un’auto o a essere “rimessa in riga” fino alla morte. E infatti arriva appena in tempo per salvarla dal suicidio.

ATTENZIONE SPOILER – La scelta che fanno – quella di pianificare l’omicidio del marito – è estrema, ma nella logica del trauma è l’unico modo per riprendersi il controllo. Quando il sistema fallisce e la legge si gira dall’altra parte, le vittime smettono di cercare giustizia e iniziano a cercare sopravvivenza.

Nessuno vuole dare ragione alle due amiche. Razionalmente, avrebbero potuto scappare insieme. Ma questa storia mostra dove conduce la disperazione più nera: quando senti che l’unica via d’uscita è diventare un carnefice per smettere di essere una preda.

Riusciranno nel loro assurdo piano? Sì. Ma le cose non andranno come avevano immaginato, perché la violenza, anche quando è usata per liberarsi, lascia sempre un conto da pagare.

Se tu o qualcuno che conosci state vivendo una situazione di violenza, non siete soli. In Italia è attivo il Numero Anti Violenza e Stalking 1522 (sul sito puoi anche chattare) gratuito, anonimo e disponibile 24 ore su 24. Noi non restiamo a guardare.

Nunzia G.
Nunzia G.
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