Il nuovo horror del regista di Evil Dead Rise taglia i ponti con il cult del 1999 e punta tutto sulla possessione. Ma tra buchi di sceneggiatura e un finale troppo buonista, l’unica cosa che fa davvero paura è la censura scoppiata a Londra.

Quando ho letto che era uscito il nuovo film Lee Cronin – La Mummia le mie dita hanno cliccato su “play” alla velocità della luce.
Da brava millennial cresciuta a pane e cult anni ’90, io il classico del 1999 con Brendan Fraser e Rachel Weisz l’ho visto, rivisto e consumato fino all’osso. Mi aspettavo quindi il solito remake fedele: sabbia, maledizioni egizie, bende fluttuanti e un po’ di sana avventura action.
E invece, sorpresa! Niente a che vedere con il passato. Questa versione è un horror puro, una virata totale verso il body horror e la possessione demoniaca. Da amante del brivido ammetto di essere rimasta piacevolmente colpita dal cambio di rotta.
L’idea di base è super interessante e il tema della possessione riesce sempre a scatenare quell’ansia piacevolmente spaventosa. Eppure, a fine visione, mi è rimasto un retrogusto di “poteva osare di più”. Avete presente quando sembra che il regista abbia il freno a mano tirato proprio sul più bello? Ecco, esattamente così. Cronin, secondo il mio modesto parere, si è trattenuto, lasciando a metà un potenziale capolavoro di terrore.
Lee Cronin – La Mummia (2026): la trama e cosa non funziona
Parliamo della trama di Lee Cronin – La Mummia, che in alcuni punti è decisamente assurda e un po’ troppo sbrigativa.
Il film si apre con un prologo abbastanza strano: c’è una coppia che tiene una mummia chiusa in un sarcofago direttamente in cantina. Ovviamente la mummia si risveglia e, anni dopo, ritroviamo la stessa identica donna che rapisce una bambina al Cairo.
La bambina è Katie, la figlia del giornalista Charlie Cannon, che scompare misteriosamente dal giardino di casa.
Dopo sette anni i genitori, tornati nel frattempo negli Stati Uniti con il secondo figlio e una terza bambina nata nel frattempo, vengono raggiunti dalla telefonata che attendevano da una vita: Katie è stata ritrovata. Indovinate dove? Chiusa nel sarcofago dove è stata tenuta sin dal giorno della sua scomparsa.
È viva ma catatonica, sotto shock e con evidenti lesioni sulla pelle. I genitori la riportano a casa sperando si riprenda, ma da lì in poi, chi lo avrebbe mai detto, andrà tutto malissimo.
Il film a me è piaciuto, sia chiaro, ed è promosso anche il finale, che ho trovato azzeccatissimo e rappresenta una perfetta chiusura. Anche se… ecco, forse è troppo preciso, troppo perfetto.
Un po’ troppo “buonista”, come dire, come se si fosse voluto cercare a tutti i costi una sorta di lieto fine. Per carità, giustizia è fatta, ma si poteva osare decisamente di più.
Da amante dell’horror ho apprezzato molto il tributo a L’Esorcista (l’unico, vero, iconico horror di tutti i tempi), ma di fondo manca un po’ di profondità. I personaggi sono caratterizzati e approfonditi a malapena e questo è un peccato.
Ci sono anche alcune scene spaventose e anche gore, ottime per chi ama il genere, ma la sceneggiatura scricchiola. Perché, onestamente: davvero trovi tua figlia catatonica, rimasta segregata per sette anni dentro una bara, e la porti a casa tua a fare convalescenza invece di farla ricoverare e seguire da un’équipe di medici e psichiatri? Poco credibile. Si poteva decisamente trovare un escamotage diverso e rendere il tutto più realistico.
Il mio voto personalissimo? Un 3 e mezzo su 5. L’idea di base è carina e l’atmosfera è abbastanza spaventosa, ma il risultato finale resta decisamente troppo superficiale.
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Il vero orrore: il manifesto vietato a Londra
Ma sapete qual è la vera perla di tutta questa storia? L’assurdità che sta accadendo in questi giorni in concomitanza con lo sbarco della pellicola in streaming.
Nel Regno Unito è scoppiato un vero e proprio caso di panico morale: i poster pubblicitari sono stati letteralmente banditi dalle strade e dalle metropolitane perché giudicati “troppo realistici e spaventosi”. L’immagine incriminata? Mostra semplicemente il viso della ragazzina mummificata.
Ma dico io: ma serio??? Stiamo parlando della campagna promozionale di un film dell’orrore, mica della pubblicità di un bagnoschiuma della Johnson’s per neonati. Se un cartellone horror non deve fare paura, che senso ha appenderlo? (E che dire degli Snuff Movies allora? Ne abbiamo parlato qui)
Il vero horror, alla fine, non è quello sullo schermo. La censura mi fa molta più paura.


