La pietra del vecchio pescatore di Pat O’Shea è un capolavoro fantasy tutto da scoprire: più magico di Harry Potter e più immersivo dei blockbuster Disney.

Per me, scrivere di questo libro è una sfida assolutamente inedita. D’altronde, difficilmente ci si ritrova a recensire un pezzo inestimabile del proprio passato, e questo rappresenta per me La pietra del vecchio pescatore.
Si tratta di un tomo dalle dimensioni ragguardevoli — 488 pagine circa, nell’edizione di Longanesi — ma dalla lettura assolutamente scorrevole, tanto celebre in Irlanda quanto sconosciuto oltre i confini nazionali.
La ragione è presto detta: il gioiellino della scrittrice Pat O’Shea, classe 1931 e nativa di Galway, esplora i confini del folklore e della mitologia irlandese tramite un viaggio epico tra luce e ombra, ma il racconto è talmente denso e corposo da non essere mai stato opzionato per un adattamento televisivo o cinematografico.
I protagonisti de La pietra del vecchio pescatore sono due fratellini: Pidge, di dieci anni, e l’impudente e avventurosa Brigit, di cinque. In questo caso, il viaggio dell’eroe si compie attraverso un arco narrativo che celebra la bellezza e la spensieratezza dell’infanzia, ma anche i primi confronti con un mondo adulto che non fa sconti a nessuno, neppure ai fragili e apparentemente indifesi.

Al loro fianco combatteranno entità benigne dai poteri sbalorditivi, impegnate a tenere a bada una temibile e feroce avversaria, la madre di tutte le odierne villain. Tra sfere di cristallo incantate, oche parlanti, ragni trapezisti, funghi cotti su pietre roventi, druidi silenziosi, castelli infestati, verdi montagne, feste dei baratti e guerrieri dall’armatura scintillante, La pietra del vecchio pescatore non è solo un romanzo per bambini: è un’opera di formazione che riesce a riportare anche il più cinico dei cuori al fulgore della prima giovinezza.
La trama de La pietra del vecchio pescatore
Il giovane Pidge, assennato e prudente, in un’assolata giornata estiva finisce per bighellonare in una strana libreria: è polverosa, profuma di antichità e di volumi dimenticati. In un momento di distrazione dell’attempato proprietario, il fanciullo scopre nel retrobottega un libro che, inspiegabilmente, esercita su di lui un fascino magnetico.
Si tratta di un antiquato manoscritto, apparentemente miniato dai monaci irlandesi. È privo di copertina, ma sul frontespizio campeggia l’effigie di un serpente che, ancora una volta, attira l’attenzione di Pidge. Il bimbo decide così di informarsi sul prezzo, determinato a prenderlo con sé, ma il vecchio libraio — improvvisamente guardingo — minimizza, spiegandogli che quel libro è destinato alle fiamme.

Pidge allora lo ringrazia, inforca la bici e pedala verso casa con il suo prezioso fardello. Non sa perché desiderasse così tanto quel plico ammuffito, ma è convinto di aver scovato un piccolo tesoro. Da quel momento, però, iniziano a manifestarsi le prime stranezze: i cartelli stradali vorticano su sé stessi, come se volessero disorientare i viaggiatori, la nuova cavalla del padre sembra scrutarlo con crudeltà, le stelle saettano in cielo fino a comporre il nome della divinità benevola per antonomasia: Dagda.
Persino Brigit, con la vena pazzerella dei bambini piccoli, rivela al fratello di aver discusso con una forfecchia napoleonica, e Pidge inizia a dubitare che si tratti di mere fantasie infantili.
Così, la giovane coppia si addentrerà nel mistero legato al libro, fino a scoprire che il serpente miniato sul volume altri non è che Olc-Glas, un essere dal veleno micidiale imprigionato su carta dai monaci, e che il rettile è finito nella lista dei desideri della Morrigan, la Grande Regina Oscura, il cui unico desiderio è far precipitare il mondo nel caos.

Pidge e Brigit, guidati dall’asina Serena, attraverseranno il confine tra il mondo reale e il suo parallelo fantastico, dove tutto è uguale ma allo stesso tempo diverso.
Oltre la sagoma dei monti Connemara e oltre la paura dell’ignoto, i due fanciulli si cimenteranno in una missione di vitale importanza per l’umanità. Un microcosmo sovrapposto al nostro dove gli animali parlano, le divinità giocano un mortale match per procura, e in cui gli adulti, finalmente, danno credito all’esperienza e all’intuito dei più piccoli.
I personaggi chiave de La pietra del vecchio pescatore
La Morrigan è spalleggiata da Macha, AKA Melodie Moonlight o Regina dei fantasmi, dai folti capelli rossi e dal sigaro fumante, e da Bodbh, AKA Breda Fairfoul o Corvo degli scaldi, dalla chioma turchina e il sorriso raggelante. Il malefico trio cercherà in tutti i modi di impedire ai due fratelli di distruggere Olc-Glas, il cui veleno potrebbe rinvigorire i poteri di Morrigan, sconfitta anticamente dal valoroso guerriero Chuchulain.
Fortunatamente, attorno a Pidge e Brigit si muove una costellazione di figure che, pur non essendo protagoniste, regalano al romanzo quella vibrazione celtica che lo rende unico nel suo genere. C’è Curu, la volpe dal passo leggero e dallo sguardo intelligente: una guida astuta e di poche parole, ironica e affettuosa, risolutiva quando gli eventi sono a un passo dal disastro. Ci sono i Sette Maine, guerrieri antichi come le colline, che irrompono nella storia con la solennità di un esercito scolpito nella leggenda.

A fare da contrappunto, il Glomach: una presenza che non ha bisogno di presentazioni, perché basta nominarlo per avvertire una cascata di brividi freddi lungo la schiena.
E poi il vecchio pescatore, enigmatico come una ballata marina, custode di un sapere che non si insegna ma si eredita, e che tiene tra le mani una pietra capace di cambiare il destino di chi la tocca.
Nel mondo “normale”, invece, si muove il sergente dei Gardaí, l’uomo che tenta disperatamente di mantenere l’ordine mentre l’ordine stesso gli scivola tra le dita. È la voce della razionalità che si incrina davanti all’impossibile. E infine i segugi, creature che non appartengono né al mondo degli uomini né a quello degli dei: veloci, implacabili, e ciò nonostante schiavi della capricciosa Morrigan.

Sono loro, insieme ai due piccoli protagonisti, a dare al romanzo una verve chimerica, dove il quotidiano si apre all’incanto e il focolare crepitante accoglie il mito, accendendo nei due piccoli protagonisti la fame di avventura e la sete di rivalsa dal loro status di “semplici bambini”.
Pat O’Shea: uno stile da preservare
Considerate il fatto che la prima stampa del volume risale al 1985, un’era molto lontana dalle odierne stampelle editoriali fornite dall’IA. La pietra del vecchio pescatore, perciò, è un libro caratterizzato da un linguaggio estroso, ricco e multisfaccettato, in alcuni punti assolutamente gergale e in altri punteggiato da volontari strafalcioni, spesso imputati a Brigit o ai personaggi meno acculturati. I dialoghi non sono da meno: vivaci, materici e spesso esilaranti, regalano spontanea rotondità al racconto e contribuiscono ad alleggerire la mole dell’intera opera.

La parte descrittiva è semplicemente meravigliosa: al lettore sembra quasi di addentrarsi nei campi di digitali e di toccare con mano gli steli rigidi del granoturco che ondeggiano al sole. Sapori, odori e stati d’animo sono illustrati magistralmente, al punto da influenzare attivamente l’umore del lettore, e persino il suo appetito.
I personaggi del romanzo, allo stesso modo, vantano un’aura fulgida e indimenticabile: Pat O’Shea è riuscita a donare complessità e sfumature a ognuno di essi, al punto che l’epilogo finisce per spremere una lacrima anche ai fruitori più imperturbabili.
La nostra fiaba irlandese si conclude infatti con la classica chiusura del cerchio: tutto è tornato come all’inizio della storia, eppure nulla sarà più come prima.

Un viaggio che tocca l’anima, e che mi concedo di intraprendere ciclicamente… anche se ormai sono distante anni luce dai banchi di scuola. Per me La pietra del vecchio pescatore non è solo un ritorno alle origini, a quando ho compreso che avrei voluto scrivere per vivere: rappresenta infatti il trionfo dell’originalità sull’omologazione, l’evasione da una realtà che ci vuole tristi e grigi, incapaci di vedere la bellezza circostante, di assorbirla.
Ulteriore chicca: il romanzo si conclude con un glossario in gaelico, mentre ogni capitolo inizia con un capolettera fiorito che impreziosisce il testo ingiallito (tenete conto che il volume è difficilmente reperibile a causa delle limitatissime ristampe italiane, ma merita ogni minuto di ricerca).
Sì, beh. Alla fine, credo sia il mio libro preferito, e per molto tempo ho gioito del fatto che fosse semisconosciuto, quasi appartenesse solo a me (oltre che a milioni di irlandesi, chiaramente). Ora però penso che la meraviglia si moltiplichi per talea, piantandola e lasciandola radicare nel cuore di chi la accoglie.
Del resto, lo diceva anche Christopher McCandless: «La felicità è reale solo se condivisa». E io spero di avervi regalato un pezzo della mia.



