La mini docuserie “Big Girls Wanted: Escaping Pearadise” approda su Prime Video e lascia più interrogativi che certezze. La nostra disamina bisbetica.

Tramontata l’era della body positivity, ora le star hollywoodiane tornano alla ribalta con corpi scheletrici e look emaciati… ma ecco che a rimescolare le carte in tavola arriva la nuova docuserie targata Amazon Prime Video “Big Girls Wanted”.
La locandina è appositamente studiata per catalizzare l’attenzione del pubblico — una donna plus-size che galleggia in Jacuzzi abbracciata a una ciambella a forma di cuore — mentre il sottotitolo allude a un microcosmo idilliaco che parafrasa l’Eden biblico, per l’appunto Pearadise.
Il nuovo fenomeno Prime Video analizza i retroscena dietro alla creazione di Pearadise, una piccola comune di lusso ideata dal facoltoso imprenditore tech Stefan Wilhelmy allo scopo di assecondare il proprio feticismo per le donne obese. Non a caso, in un guizzo di genio Wilhelmy ribattezza il suo progetto Pearadise, coniugando l’idea di Paradiso alla struttura corporea “a pera”, tipica dei fisici in sovrappeso.
Lanciata sulla piattaforma lo scorso 10 giugno, “Big Girls Wanted” si avvale della testimonianza della fotoreporter freelance Emily Kask, ex ospite e insider nella community di Pearadise, che ci guiderà attraverso il tunnel di ombre e luci della docufiction fino alla terza e ultima puntata.
Visualizza questo post su Instagram
Frustrata dall’inflazione di corpi scolpiti e marmorei che proliferavano sui social, Emily si è fatta ammaliare prima dai contenuti di alcune creators plus-size, e poi da una strana campagna di recruiting, varata proprio da Wilhelmy.
L’imprenditore si diceva alla ricerca di donne corpulente, tanto da sbandierare davanti alla videocamera un costume da bagno XXXXL, facendo poi intendere che chiunque indossasse quella taglia avrebbe avuto pieno accesso alla sua opulenta mansion.
Incuriosita dai video successivi, Emily richiede un’intervista a Wilhelmy. La sua istanza viene accolta, tanto che la fotoreporter vola in Nevada e l’uomo le spalanca le porte di Pearadise.
Dentro a Pearadise
È lì che Emily conosce le altre protagoniste della docuserie: Shay Vitale, Christina Balian, Ivy Colligan, Cipreanna Ford, Krissia Stroupe, Paola Peguero, Heather Edmonds, Audrey Laskin, Rita Best, Keneta Dietz, Savannah Cisneros… e Kass Parades.
Visualizza questo post su Instagram
Si tratta di un mix ben assortito e all’apparenza armonico di giovani donne legate da un fil rouge comune: un’obesità vivace e giunonica. Nonostante i loro trascorsi fossero profondamente dissimili, inoltre, erano tutte accomunate dallo stigma sociale legato alla medesima patologia.
La maggior parte aveva subìto vergognosi episodi di bullismo a scuola o sui social, altre erano reduci da relazioni abusanti o dalla spirale del feederism (una parafilia in cui una delle parti si eccita nutrendo forzatamente e assistendo all’aumento di peso di chi la asseconda).
In compenso, l’atmosfera complice e gioviale tra le mura di Pearadise fa breccia nell’immaginazione di Emily, che decide di prolungare la sua permanenza nella struttura anche al termine del reportage. La donna lega con le altre ospiti della struttura, sguazza con loro nella spaziosa Jacuzzi, vezzeggia e scherza con Stefan.
Uno strabiliante inno alla body positivity, con tanto di pasti condivisi, buffetti affettuosi sul fondoschiena, ammucchiate promiscue e immancabili clip da offrire in pasto a TikTok, Instagram e OnlyFans.

Stefan, dal canto suo, si definisce un adoratore delle donne imponenti — ha persino alcuni parametri di riferimento: le preferisce alte più di 1,80 mt. e, se superano i 200 chili sulla bilancia, tant mieux.
Dopo una prima osservazione distratta, però, emergono alcuni dettagli disturbanti. Quelle donne non pagano alcun genere di affitto: sono in larga parte mantenute dalla “generosità” del loro mecenate.
Sebbene alcune abbiano conservato i rapporti col mondo esterno o addirittura i rispettivi lavori, molte si limitano a vegetare tra il divano e una randomica sessione di binge eating in cucina. Al limite, qualche volenterosa aiuta come può Stefan nel suo business, componendo scatole o girando contenuti per il suo canale, ma Pearadise ha più l’aspetto di un harem che di una coabitazione senza secondi fini.
Pearadise, tra accuse di stupro e morti improvvise
Qui occorre munirsi di pinze preventive: senza prove e documenti, ci è impossibile illuminare a giorno gli scandali che hanno recentemente coinvolto Pearadise e il suo fondatore.
Tra le varie testimonianze riportate nella docuserie, però, spicca la denuncia di Cipreanna Ford, una giovane afroamericana giunta nella mansion a soli 22 anni. Secondo la donna, Stefan Wilhelmy avrebbe abusato del mood libertino che aleggiava nelle stanze di Pearadise, arrivando a forzarla a un rapporto non consensuale mentre era già incinta di due gemelli.
A onor del vero, Cipreanna inizialmente avrebbe taciuto il presunto stupro, tanto che dopo il parto tornerà con la prole a Pearadise, ove i bimbi cresceranno coccolati dalle coinquiline e dallo stesso Wilhelmy.

Solo anni dopo, quando il reportage di Emily Kask diverrà un autentico caso mediatico, la donna deciderà di procedere formalmente contro Stefan presso le Autorità, e la sua versione sarà surrogata da altre ex compagne di avventura.
In risposta alle accuse mosse dall’ex ospite, Wilhelmy sfodera però un ragguardevole jolly: ogni centimetro della villa è tappezzato di occhi e orecchi elettronici, ogni ambiente comune costantemente sotto l’occhio delle telecamere. In effetti, in “Big Girls Wanted” non appare alcuna sequenza del sopruso citato da Cipreanna… sarà la Giustizia a decretare l’esito del contenzioso.
La sorte più tragica è toccata invece a Kass Parades, storica compagna ufficiale ed ex inquilina della struttura. Dopo anni di permanenza a Pearadise, la frizzante Kass deciderà di allontanarvisi e di rimettere insieme i pezzi della sua vita, salvo accumulare ulteriori 50 chili e morire nel sonno a soli 29 anni per un attacco cardiaco aggravato dalla preesistente epilessia.

Anche in questo caso, le responsabilità di Wilhelmy restano tutte da accertare — in “Big Girls Wanted” l’uomo si dichiara distrutto e sconfortato per la perdita della giovane, e di aver fatto il possibile per motivarla a tornare in salute — ma forse il nodo più pertinente è ancora tutto da dipanare.
Pearadise, a noi lo specchio
Commentare la docuserie “Big Girls Wanted” equivale a trotterellare allegramente su di un campo minato. Da una parte, c’è il detentore di un indubbio potere economico e psicologico, ovvero Stefan Wilhelmy. Un provider dalle manifeste parafilie che, in virtù del suo status di privilegiato, decide di ospitare nella sua mansion una schiera di avvenenti e disponibili obese.
Visualizza questo post su Instagram
Dall’altra ci sono proprio loro, le ospiti di Pearadise. Tra queste si è creata una frattura, tra chi ora punta il dito contro l’imprenditore, ritenendolo responsabile di averle circuite, manipolate e soggiogate, e chi lo difende a spada tratta, sottolineando l’importanza del libero arbitrio.
Secondo quest’ultima fazione, nonostante le fragilità legate alla patologia, Stefan non avrebbe forzato nessuna ad alimentarsi in modo smodato per compiacere il proprio edonismo, né le avrebbe mai ricattate, maltrattate o costrette a compiere controvoglia qualsiasi iniziativa.
Secondo me, la verità sta nel mezzo. Sebbene a livello morale il divario tra Wilhelmy e le ospiti di Pearadise possa dar adito a sospetti e maldicenze, la partecipazione dell’uomo alla docuserie sembra avvalorare la sua buona fede.
Il punto, probabilmente, è questo: quante e quali responsabilità possiamo attribuirgli, dal momento che le denuncianti si sono recate spontaneamente alla sua porta, aderendo alla sua idea di Eden in terra?

Possiamo altresì ipotizzare che, stregate dalla promessa di una vita facile e comoda, molte di esse abbiano accettato senza troppi scrupoli un patto non scritto: se scegli di vivere da regina in una mansion di lusso, protetta, mantenuta e incensata, devi mettere in conto anche il prezzo del biglietto. Che sia preparare la cena a un nababbo della Silicon Valley, prestarsi a qualche gioco ambiguo oppure orbitare attorno al suo ego come satelliti devoti, nulla di ciò — almeno finora — appare come una coercizione.
Moralmente discutibile? Ovvio. Ma nemmeno il cane muove la coda per niente, come recita il vecchio adagio. E forse, più che un manipolatore occulto, Stefan Wilhelmy è stato semplicemente l’uomo che ha offerto ciò che il mondo esterno negava loro: attenzioni, protezione, desiderio.
Il resto, come sempre, è una questione di scelte e di quanto si è disposti a pagare per sentirsi al centro dell’universo, tenendo però a mente che il mondo là fuori può essere altrettanto mercenario… forse, è solo più abile a mascherare le sue dinamiche do ut des dietro la facciata della “normalità”.



