Una miniserie Netflix che mi ha sorpresa, tra libertà narrative, misteri irrisolti e un caso che continua a far discutere.

Tra le sorprese (piacevoli) di questo autunno televisivo (per le altre novità dai un’occhiata qui) troviamo su Netflix la miniserie Monster – La storia di Lizzie Borden, quarto capitolo dell’antologia Monster (dopo Dahmer, i fratelli Menendez e quello dedicato a Ed Gein, l’unico che ho guardato e che ho trovato noiosissimo. Recupererò però gli altri, promesso).
Contrariamente alle mie aspettative, questa serie mi ha appassionata. Ok, non segue pedissequamente la vera storia della famosa omicida (innocente, per la legge. O meglio, non colpevole). Però è stata – almeno per me – molto piacevole da guardare. Sincera? L’ho divorata. Ma devo ammettere che a me piacciono molto le pellicole in costume, quindi forse è anche un po’ per questo.
Partiamo dall’inizio.
La storia di Lizzie Borden: la realtà dietro la serie
La vera Lizzie Borden vive a Fall River, nel Massachusetts, assieme al padre Andrew, alla matrigna Abby e alla sorella Emma. Ha trentadue anni, è nubile, partecipa attivamente alla vita della comunità ed è impegnata nelle attività religiose. Una donna rispettabile, cresciuta secondo i rigidi dettami della società vittoriana.
Una dolce pulzella, insomma, costretta a vivere in una casa senza acqua corrente a causa della taccagneria del padre, che però non lesina regali alla famiglia della consorte. Una situazione che, a quanto pare, genera non pochi risentimenti. E ci credo!
Nell’agosto del 1892, Andrew e Abby vengono uccisi a colpi d’ascia. I sospetti ricadono su Lizzie, che finisce sotto processo. Contro di lei ci sono diversi indizi, ma nessuna prova ritenuta sufficiente per condannarla. Nel 1893 quindi la giuria la assolve.
Che una giuria composta esclusivamente da uomini abbia fatto fatica a immaginare una donna capace di una simile ferocia? È una delle tante domande che accompagnano ancora il caso. Perché l’assoluzione chiude il processo, ma non risolve il mistero. Lizzie è innocente oppure riesce semplicemente a farla franca?
Dunque, a grandi linee, questa è la vera storia di Lizzie Borden. Nella serie, naturalmente, vengono aggiunti diversi elementi di cui non abbiamo riscontri storici. Il più importante riguarda proprio il rapporto con la famiglia: qui Lizzie è maltrattata dalla matrigna, derisa e umiliata per il suo aspetto, mentre il padre si dimostra indifferente alle sue sofferenze. Il movente prende forma davanti ai nostri occhi, episodio dopo episodio: una donna soffocata dalle convenzioni, privata dell’affetto e della possibilità di scegliere per sé, che finisce per trasformare la rabbia in vendetta.
E come darle torto, almeno sul piano emotivo? A me è venuto il nervoso ad assistere a certe scene.
ATTENZIONE SPOILER. Una in particolare mi ha fatto stare davvero male: quella in cui Abby uccide tutte le colombe di Lizzie.
Quegli animali non sono un semplice passatempo. Sono le sue uniche amiche, una delle poche cose che le appartengono davvero, in una vita in cui sembra non avere voce in capitolo su nulla. Vederli massacrati dalla matrigna è una scena di una crudeltà gratuita che colpisce.
E la cosa più amara è che è successo davvero, anche se nella realtà, a uccidere i piccioni fu il padre Andrew, per evitare, pare, che attirino ragazzi nella sua proprietà. Un episodio che la serie modifica, attribuendo alla matrigna un gesto di deliberata persecuzione nei confronti della figliastra. Una scelta tutt’altro che secondaria, perché contribuisce a costruire il movente che gli autori vogliono suggerirci.
Un altro personaggio importante è Maggie, la governante irlandese. Lei è realmente esistita: Bridget Sullivan lavorava nella casa dei Borden e si trovava lì anche il giorno degli omicidi. Ma il ruolo che assume nella serie è decisamente più centrale. Diventa per Lizzie un’amica, una confidente, una presenza capace di mostrarle che esiste un mondo al di fuori delle pareti domestiche e delle regole imposte dalla famiglia.
Il loro rapporto viene trasformato in uno degli elementi determinanti della presa di coscienza di Lizzie e del suo percorso verso la ribellione.
È una scelta narrativa efficace, anche se non supportata da prove storiche. Non abbiamo elementi sufficienti per affermare che le due donne avessero una relazione sentimentale, né che Bridget abbia avuto un ruolo negli omicidi.
La serie, però, le trasforma in complici, unite da un legame che diventa sempre più profondo e che finisce per avere un peso determinante nella vicenda. Una libertà narrativa che può piacere oppure no, ma che sicuramente ha un senso nella storia raccontata.
Quindi non tutti gli elementi sono inventati. Il famoso vestito bruciato, per esempio, è un fatto reale. Alcuni giorni dopo gli omicidi, Lizzie distrusse un abito davanti alla sorella Emma e all’amica Alice Russell, spiegando che era rovinato dalla vernice. Nella serie lo fa davanti ai poliziotti, (cosa che, a pensarci, sarebbe stata davvero stupida). In ogni caso, una cosa sospetta, no?
Anche le versioni contraddittorie fornite da Lizzie sulla propria posizione e sulle proprie attività nelle ore cruciali entrarono a far parte del quadro indiziario. Il fascino di questo caso, che altrimenti sarebbe solo uno dei tanti omicidi persi nel tempo, è proprio questo: indizi inquietanti, (qui le vere foto e prove dell’epoca) ricostruzioni parziali e una verità che, a distanza di oltre un secolo, ci sfugge ancora.
Aileen Wuornos ed Elizabeth Báthory: il filo conduttore

C’è poi un’altra scelta narrativa che, personalmente, non ho apprezzato per niente: l’inserimento di Aileen Wuornos, la serial killer americana che negli anni Ottanta e Novanta uccise sette uomini, venendo condannata per sei degli omicidi e giustiziata nel 2002.
La serie a tratti compie un salto temporale e ci porta alla fine degli anni Ottanta, seguendo Aileen, interpretata da una credibilissima Sarah Paulson, insieme alla compagna Shelby. Le due arrivano nella casa dei Borden, ormai trasformata in un bed and breakfast, e Aileen si dimostra profondamente affascinata dalla storia di Lizzie.
Mi sfugge onestamente l’utilità di questa comparsa. Gli autori vogliono creare un filo conduttore tra donne vissute in epoche diverse, accomunate dalla rabbia e dalla violenza. Tuttavia, a me sembra aggiungere ben poco alla storia di Lizzie Borden, anzi ne spezza l’atmosfera.
Al contrario, ho trovato interessante il racconto di Elizabeth Báthory, la nobildonna ungherese passata alla storia per le atrocità che le vengono attribuite. Nella serie è Maggie a farla conoscere a Lizzie, leggendole delle storie. Da quei racconti prendono forma personaggi che alimentano la sua immaginazione.
Attraverso quelle storie può immaginare donne che non si limitano a subire, che non accettano necessariamente il posto assegnato loro e che, in un modo o nell’altro, riescono a esercitare il proprio potere. Non necessariamente modelli da imitare, ma figure che le suggeriscono l’esistenza di un’altra possibilità. Una piacevole disgressione.
Per il resto, la serie funziona soprattutto grazie all’atmosfera. La casa dei Borden è un luogo soffocante, in cui ogni gesto sembra sottoposto al giudizio di qualcuno e ogni desiderio femminile deve essere represso, corretto o punito. La ricostruzione d’epoca contribuisce a rendere tangibile questa sensazione: non è soltanto una questione di abiti, arredi e buone maniere, ma di un’intera società che stabilisce quale debba essere il posto di una donna.
E poi c’è Lizzie. Non necessariamente una vittima innocente, non necessariamente un mostro, ma una figura che la serie cerca di rendere comprensibile. È interessante osservare come il racconto costruisca progressivamente la sua rabbia, mettendo insieme umiliazioni, frustrazioni e desiderio di libertà.
Naturalmente, questa è la Lizzie immaginata dagli autori, non necessariamente quella reale. Ed è bene ricordarselo, soprattutto quando la storia televisiva diventa così coinvolgente da farci dimenticare dove finiscano i documenti e dove cominci la fantasia.
Eppure, nonostante le libertà narrative, o forse anche grazie a esse, Monster – La storia di Lizzie Borden riesce a tenere incollati allo schermo. Almeno, con me ci è riuscita.
Non so se Lizzie Borden fosse davvero l’assassina che molti hanno sempre creduto. Non so se fosse una donna crudele, una vittima delle circostanze o entrambe le cose.
Quello che so è che questa miniserie mi ha sorpresa. Non sarà una ricostruzione fedele in ogni dettaglio, ma è una storia che intrattiene e lascia qualcosa su cui riflettere. E, per una serie televisiva, non è poco.
Insomma, promossa. Magari non a pieni voti, ma se cercate una serie d’atmosfera, capace di intrattenere e di farvi venire voglia di approfondire la vicenda reale, secondo me merita una possibilità. Purché non la prendiate per un documentario.



