Familia, recensione di un film sul trauma, sull’amore malato e su come il dolore si trasmette di padre in figlio.

Nell’universo dei film dedicati alle dinamiche familiari distorte, problematiche e violente, l’ultima pellicola che ho letteralmente gustato — approcciandovi senza sapere quasi nulla — è Familia. Questo gioiello del cinema italiano è tratto da una storia vera: il libro autobiografico Non sarà sempre così di Luigi Celeste.
Ma anche se non si conoscesse la vicenda reale, la trama di Familia racconta una storia purtroppo uguale a mille altre nella sua drammatica unicità. Il dolore e la sofferenza, anche se sembrano simili, non sono mai identici. Il trauma non è solo il colpo che ricevi, ma come quel colpo risuona dentro di te, tra i tuoi silenzi e la tua storia.
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Familia: la recensione di un film in cui la casa non è un rifugio
La violenza domestica in questo film segue un copione purtroppo classico: una donna che viene picchiata dal marito e due figli che assistono inermi. Per quanto tempo può reggere una situazione simile? Fino a che qualcuno non prende coscienza del pericolo e cerca di porvi fine.
Licia (interpretata da una straordinaria Barbara Ronchi) è una donna forte, a suo modo. Tiene duro per amore dei figli e subisce le botte cercando di proteggerli, fino a quando un arresto allontana finalmente il violento Franco (Francesco Di Leva), tenendolo in carcere per diversi anni. Una delle scene più strazianti del film è proprio il momento dell’arresto, capace di lasciare addosso un senso di ingiustizia atroce. Invece di tirare un sospiro di sollievo perché portano via il “cattivo”, Licia piange e urla perché lo Stato le sta strappando i figli.
Per chi è davvero la punizione? Quale motivo c’è di allontanare due ragazzini dalla mamma amorevole, proprio ora che il padre viene arrestato e quindi non potrà più arrecare danno? È il paradosso più grande del film: Licia viene punita due volte. Prima si prende le botte dal marito per anni, e poi, proprio quando lui viene finalmente fermato, lo Stato le strappa i bambini perché lei non è stata capace di proteggerli. È come dire a una vittima che, oltre al danno, si merita pure la beffa di essere considerata una “cattiva madre”.
Perché? La spiegazione sta anche nel contesto storico: siamo nel 2009. All’epoca la violenza di genere non era ancora trattata come una costante emergenza sociale e la legge era gravemente carente (il reato di stalking è stato introdotto proprio nel 2009, quello di femminicidio molto dopo).
In qualche modo comunque la donna si riunisce con i figli, dopo un salto temporale di circa 10 anni.
Quando ritroviamo i figli di Licia, ormai ventenni, ci troviamo davanti a due mondi opposti. Alessandro è il “figlio perfetto”: lavora, protegge la madre, la riempie di attenzioni e di fiori. Sembra quasi voler compensare tutto l’odio ricevuto con un eccesso di amore.
E poi c’è Luigi. Lui è quello che si è perso: non sceglie la via della “brava persona”, ma si rifugia in un gruppo di estrema destra.

Perché la vittima si identifica con l’aggressore?
A prima vista la scelta di Luigi sembra un controsenso: perché un ragazzo abusato cerca un ambiente che fa della rabbia la propria bandiera? La risposta sta nel vuoto lasciato dal padre.
Quando cresci con una figura paterna che ti ha solo spaventato, da adulto cerchi disperatamente qualcosa che ti faccia sentire forte, invulnerabile, parte di un branco dove nessuno può più farti del male.
Luigi non sta ripercorrendo le orme del padre perché è cattivo, ma perché sta cercando un senso di appartenenza che non ha mai avuto. Ma la violenza è sempre lì, nella sua vita, e durante uno scontro accoltella un ragazzo, finendo in carcere per nove mesi. Sarà questa esperienza a farlo riavvicinare al padre: una volta uscito, va a trovarlo perché ne ha bisogno. Cerca nel padre quel “modello maschile” che non ha mai avuto e pensa che Franco, avendo vissuto la stessa esperienza della prigione, sia l’unico in grado di capirlo davvero.
È un tentativo disperato di riempire un vuoto: Luigi spera che, salvando il rapporto con il padre, riuscirà a salvare anche se stesso. Franco, da perfetto manipolatore, capisce questo bisogno, recita la parte dell’uomo pentito e convince il figlio a farlo tornare a casa.

La violenza come eredità
Il dramma profondo di Familia è che il “male” in questo caso non entra in casa sfondando la porta, ma viene invitato a entrare.
Alessandro non crede nel cambiamento e resta ostile, mentre Luigi si carica sulle spalle la responsabilità di questo riavvicinamento. È una trappola emotiva perfetta: il carnefice torna a casa travestito da vittima.
E Licia in tutto questo? Cerca di accontentare il figlio. Inspiegabilmente, permette al carnefice di tornare a casa, anche se dovrebbe essere solo per poco, fino a che non trova un’altra sistemazione. Licia cede, e non solo lo riaccoglie in casa, ma anche nel suo letto.
Da fuori sembra inspiegabile appunto, quasi una colpa, ma se proviamo a guardare dentro di lei capiamo che la sua non è passione ma sopravvivenza.
Tornare a letto con l’aggressore è l’estremo tentativo di “addomesticare la bestia”. Se lo assecondo, se mi mostro sottomessa e amorevole, lui non si arrabbierà. È un’illusione di controllo: Licia spera che tornando a essere una moglie, lui smetterà di essere un carnefice. E c’è anche la speranza, spesso comune a queste dinamiche, che l’uomo amato possa davvero tornare a essere quello dei primi tempi, cancellando con una carezza anni di sangue.
Così, il letto diventa il luogo dove Licia sacrifica se stessa per cercare di tenere insieme i pezzi di quella “familia” che, in realtà, è già andata in frantumi da un pezzo.
O forse, a guardare bene, la verità è ancora più scomoda: Licia è ancora innamorata. È difficile da accettare per chi guarda, ma è una donna che vede ancora, sotto la maschera del mostro, l’uomo di cui si era innamorata vent’anni prima. Naturalmente, Franco non è cambiato. Ricomincia presto con i soprusi, le offese e le botte, rivendicando il monopolio del dolore: se non può essere amato, deve essere temuto.
Ma questa volta i figli sono grandi, questa volta possono proteggere la loro madre dalla bestia, che non vuole andare via, rivendica il luogo come “casa sua”. Lo infastidisce anche il fatto che Alessandro porti i fiori alla mamma, perché ora c’è lui, perché vuole fargli fare brutta figura?
Spiegazione del finale di Familia: la violenza genera violenza?
L’epilogo non può che essere uno. ATTENZIONE SPOILER.
Durante l’ennesimo confronto acceso, dopo aver provato a denunciare inutilmente un uomo che lo Stato non riesce a fermare, Luigi capisce che non c’è via d’uscita. Il padre, in un ultimo atto di sfida, gli fa capire che non cambierà mai. Glielo dice chiaramente:
“È inutile, non puoi farci niente. Non mi puoi cambiare. Tu sei uguale a me”.
E quando il ragazzo ribatte che non sa più che fare, Franco gli risponde che invece lo sa benissimo, e lo spinge a colpirlo.
Luigi compie l’atto estremo e uccide il mostro, ma il mostro muore portandolo con sé nel buio. Il finale di Familia è un pugno nello stomaco: la violenza ha generato altra violenza, chiudendo il cerchio del trauma intergenerazionale.
O forse no, perché abbiamo una consolazione. Il vero Luigi Celeste, alla fine, ha scontato la sua pena e oggi è un uomo diverso. Perché anche se cresci respirando paura e violenza, “non sarà sempre così”. Tutto può cambiare.
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