Il phishing continua a colpire anche nel 2026 e non risparmia nessuno: manager, laureati e nativi digitali. Dietro le truffe online non c’è solo tecnica, ma una precisa strategia psicologica.

Sembra quasi incredibile nel 2026, ma il fenomeno del phishing è ancora talmente sentito (e patito) da essere una delle parole più cercate recentemente su Google. Il che significa una cosa molto semplice: che le truffe online continuano a mietere vittime.
Ma c’è un ma: le truffe online non funzionano solo con le vecchiette o con chi non sa distinguere un mouse da un telecomando. L’epidemia sta colpendo tutti. Manager, laureati, nativi digitali. Persone competenti, preparate, perfino esperte di tecnologia. Finché un giorno non si ritrovano con il conto svuotato. A quel punto tutti ci poniamo la stessa domanda: ma come è possibile che sia capitato proprio a me?
La verità è che il phishing non è un problema tecnologico. È un problema psicologico. E proprio per questo le truffe online continuano a funzionare benissimo anche nel 2026, quando dovremmo essere tutti ormai vaccinati. I truffatori non sono hacker geni dell’informatica chiusi in uno scantinato a decifrare codici della NASA, come nell’immaginario collettivo. Sono solo dei furbetti che conoscono le nostre debolezze meglio di noi stessi.
Come funziona il phishing: la trappola dell’ansia e dell’urgenza
Insomma, sarà successo a tutti. Ti arriva il messaggio “Conto Nexi bloccato, clicca entro 24 ore”. Ci mettono fretta perché sanno che quando sale l’ansia ragioniamo peggio. In quel momento vogliamo solo risolvere il problema il più velocemente possibile. Verificare il mittente? Controllare il link? Chiamare la banca? Macché. Clicchiamo. E solo dopo arriva il dubbio: “Aspetta un attimo, ma io non ce l’ho nemmeno un conto Nexi”.
Poi succede una cosa molto semplice: ci fidiamo dell’autorità. Se un messaggio sembra ufficiale – mascherato da banca, Poste o INPS – noi cediamo, e davanti a un’autorità seppur digitale non riusciamo a dire di no. E poi c’è la fretta: la vera alleata delle truffe online. Nessuno ragiona lucidamente quando pensa di avere un problema urgente da risolvere.

Identikit della vittima: perché l’eccesso di sicurezza ci frega
Ma la domanda che scotta davvero è un’altra: esiste un identikit della vittima perfetta?
In realtà, paradossalmente, le persone più vulnerabili al phishing non sono quelle distratte o spaventate dalla tecnologia, ma quelle estremamente sicure di sé. Chi ha un’alta istruzione o chi vive costantemente connesso tende a sviluppare una pericolosa sensazione di invulnerabilità. È quel pensiero che ci fa dire: “Io queste cose le riconosco subito”.
Ed è proprio lì, in quell’eccesso di sicurezza, che il truffatore trova lo spiraglio. Il phishing è incredibilmente democratico: non guarda il titolo di studio, non chiede il livello di alfabetizzazione digitale e non si interessa a quanti tutorial hai guardato su YouTube.
Aspetta soltanto il momento in cui abbassi la guardia.
Forse è proprio questo che ci dà più fastidio ammettere. Non il fatto di essere stati truffati, ma il fatto di aver scoperto che siamo molto meno razionali di quanto ci piace raccontarci.
Pensiamo che la difesa contro il phishing sia diventare più esperti di tecnologia, conoscere i malware, imparare a riconoscere un link sospetto. Tutto utile, certo. Ma la prima linea di difesa resta un’altra: il dubbio.
Il vero problema è che nessuno di noi pensa di essere quella persona. Quella che ci cascherà. Fino a quando non succede.



