Ciro Iattarelli ripercorre la sua carriera tra Napoli, Sorrento, Pomigliano e le ultime esperienze al San Gennarello e al Casoria. Un viaggio fatto di sacrifici, famiglia, vittorie e una passione che continua ancora oggi.

Ci sono storie che non finiscono con una categoria raggiunta o con un trofeo alzato al cielo. Storie che continuano a vivere ogni domenica, tra un campo di provincia e una nuova sfida da affrontare. Quella di Ciro Iattarelli è una di queste. Nato a Napoli il 5 aprile 1994, l’attaccante campano racconta un percorso costruito passo dopo passo, senza scorciatoie e senza la pretesa di sentirsi arrivato. Un viaggio iniziato quasi per caso e diventato poi una vera ragione di vita. A differenza di tanti bambini che sognano il calcio fin dai primi anni, la sua passione arriva più tardi. Certo, il pallone era già presente nelle giornate trascorse in strada con gli amici, ma la svolta arriva a nove anni, quando i genitori decidono di iscriverlo a una scuola calcio.
«La mia passione è nata guardando una partita della Nazionale. Rimasi colpito da Christian Vieri e da lì è iniziato tutto.» Un dettaglio curioso riguarda il ruolo. Oggi è conosciuto come attaccante, ma agli inizi era tutt’altro. «Giocavo da mediano di centrocampo, ero uno alla Gattuso per intenderci. Però avevo una forte propensione al gol.»
Una caratteristica che emerge immediatamente. Nella scuola calcio Rea Romano realizza infatti ben 30 reti pur partendo dalla linea mediana. Numeri che convincono allenatori e dirigenti a spostarlo più avanti, trasformandolo definitivamente in punta centrale.
Da quel momento il pallone diventa una presenza costante e arriva l’occasione che ogni ragazzo napoletano sogna almeno una volta nella vita: vestire la maglia azzurra.
L’esperienza nel Napoli
L’esperienza nelle giovanili del Napoli rappresenta ancora oggi il capitolo più importante della sua carriera. «Sono stati sette anni bellissimi. Fare tutta la trafila in un settore professionistico è una fortuna enorme.» Anni che gli permettono di confrontarsi con alcuni dei protagonisti più amati della storia recente del club partenopeo. «Ho avuto la possibilità di allenarmi contro giocatori come Lavezzi, Cavani e Hamsik e ricordo ancora con orgoglio un gol segnato in un’amichevole terminata 1-1.»
Ricordi che si aggiungono ad altri momenti significativi, come l’esordio in Serie C con il Sorrento a Campobasso e la vittoria della Coppa Italia di Serie D con il Pomigliano. «Quando riesci a vincere qualcosa resta sempre un ricordo speciale.» Nel corso della sua carriera ha attraversato diverse categorie, dalla Promozione fino alla Serie C, vivendo realtà differenti e confrontandosi con numerosi allenatori.
Le figure di riferimento
Tra tutti, due nomi occupano un posto particolare. «Pompilio Causano mi ha aiutato molto e mi ha insegnato tantissimo. Poi c’è Raffaele Biancolino, che è diventato anche un amico fuori dal campo. Da lui ho cercato di imparare il più possibile, considerando la carriera che ha avuto.» Se sul terreno di gioco ha sempre cercato riferimenti e insegnamenti, nella vita privata la motivazione più grande è arrivata dalla famiglia. Alla domanda su chi abbia creduto maggiormente in lui, la risposta è sincera e per certi versi sorprendente. «Non c’è stata una persona in particolare. Forse a volte nemmeno io credevo così tanto nelle mie possibilità.»
A sostenerlo è stato soprattutto il pensiero del padre, scomparso ormai quasi quindici anni fa. «Ho sempre cercato di renderlo orgoglioso di me.» L’ultima stagione ha confermato ancora una volta le sue qualità sotto porta. Prima il San Gennarello, dove mette a segno nove reti nei primi tre mesi, poi il passaggio al Casoria. Il bilancio finale parla di diciotto gol stagionali. Numeri importanti che, però, non bastano a soddisfare completamente un attaccante abituato a pretendere molto da se stesso. «Credo sia stata una buona stagione dal punto di vista realizzativo, ma sono convinto che avrei potuto segnare ancora di più. C’è sempre qualcosa da migliorare.»

Il futuro di Ciro Iattarelli
Oggi Ciro Iattarelli vive un momento di attesa, senza particolari preoccupazioni. «Ci sono stati alcuni contatti con delle società, ma ancora nulla di concreto. Sono tranquillo e sono sicuro che arriverà una squadra che mi permetterà di dimostrare ancora una volta il mio valore.» Il futuro? Nessun sogno irrealizzabile o proclami fuori luogo. «Mi piacerebbe continuare a fare campionati da protagonista, vincere qualche altro trofeo e chiudere sempre in doppia cifra.» Fuori dal rettangolo verde, però, la partita più importante si gioca in famiglia. Ciro è padre di due splendidi figli e guarda al loro futuro con la stessa passione che ha sempre riservato allo sport.
«Consiglierò sicuramente a entrambi di praticare uno sport. Mia figlia ha già iniziato ginnastica artistica, mentre mio figlio è ancora piccolo. L’importante, però, è che facciano sport e imparino i valori che trasmette.» Valori che, secondo lui, oggi rischiano talvolta di perdersi. «Vengo da un’altra generazione e vedo che tante cose sono cambiate, anche negli spogliatoi. Ai ragazzi più giovani provo spesso a spiegare che certi atteggiamenti una volta non sarebbero stati accettati. Probabilmente mi considerano un po’ antiquato, ma è semplicemente il segno dei tempi.»
Eppure, nonostante i cambiamenti, una certezza rimane immutata: il calcio continua a essere una straordinaria scuola di vita. «Il calcio mi ha dato tutto. Mi ha insegnato il sacrificio, mi ha fatto conoscere persone meravigliose che hanno arricchito il mio percorso e altre che mi hanno fatto soffrire. Ma lo sport ti dà sempre la possibilità di rialzarti e toglierti delle soddisfazioni. E oggi posso dire di essermene tolte davvero tante.» Parole che raccontano perfettamente l’essenza di un uomo che non ha mai smesso di rincorrere il pallone e che, ancora oggi, guarda al futuro con la stessa fame di quando era un ragazzino innamorato delle giocate di Christian Vieri davanti alla televisione.



