Il caso di Teresa Costanza e Trifone Ragone ha lasciato l’Italia intera senza parole: sì, a volte il male si insinua anche nelle coppie più felici e innamorate.

Oggi affronteremo un caso di cronaca tutto italiano che ha colpito profondamente l’opinione pubblica. Si tratta di una storia densa di luci e ombre, di risentimenti covati a lungo e in silenzio, di un quadrilatero relazionale dalle dinamiche torbide, e che è infine sfociato nell’ennesima vicenda di sangue.
È la storia di Teresa Costanza e Trifone Ragone, freddati a bruciapelo nel parcheggio di un palazzetto sportivo, ma anche di Giosuè Ruotolo e Rosaria Patrone, rispettivamente l’esecutore e la presunta istigatrice del delitto.
Due coppie, due diverse progettualità. I primi, belli, giovani e innamorati, avevano guadagnato il loro appeal grazie alla prestanza fisica e alle formidabili affinità elettive.
I secondi, invece, sembravano ossessionati dall’avvenenza e dalla felicità di Trifone e Teresa, arrivando a congegnare una serie di goffe iniziative al fine di separarli. Di seminare il germe del dubbio nei due fidanzati, per poi gioire dell’eventuale rottura. Purtroppo, però, quando l’invidia si fonde con il desiderio di rivalsa, gli esiti sono spesso prevedibili.
In questo caso, persino mortali.
Teresa Costanza e Trifone Ragone: una coppia da copertina
La vicenda che vogliamo riportare alla luce è quella di Trifone Ragone e Teresa Costanza, i due fidanzati uccisi a Pordenone il 17 marzo 2015. Un delitto che ha spezzato il silenzio della nebbiosa pianura friulana, gettando nel panico l’intera comunità.
Trifone, 28 anni, era caporalmaggiore dell’Esercito; Teresa, di 30, una zelante lavoratrice nel ramo assicurativo. Entrambi avevano animato le soirée di alcuni locali notturni, esibendosi dall’alto dei cubi riservati ai ragazzi immagine.
Affiatatissimi, forse complementari e peraltro fisicati: la classica coppia in grado di scatenare un mix di emozioni contrastanti.
Una coppia avvezza all’ammirazione altrui, ma anche alle lusinghe dei rispettivi corteggiatori.

L’agguato a Teresa Costanza e Trifone Ragone
Cristallizziamo ora gli attimi antecedenti la tragedia: è la sera del 17 marzo e Trifone, borsa da palestra in spalla, esce dal Palasport di Pordenone, ove si allena regolarmente. Si dirige all’auto di Teresa che, come di consueto, è ferma ad aspettarlo. Una scena quotidiana, quasi banale: due ragazzi in auto, forse intenti a disquisire sulla cena, sui progetti per il weekend, su una questione lasciata in sospeso.
Poi, all’improvviso, la quiete del parcheggio si satura di boati assordanti.
Secondo le ricostruzioni, qualcuno si accosta repentinamente alla loro vettura ed esplode cinque colpi di pistola, feredoli mortalmente. Tre proiettili a Trifone, che viene ritrovato con una gamba fuori dalla postazione del passeggero, e due a Teresa, accasciata sul finestrino infranto.
Un’esecuzione rapida, clinica, che non lascia spazio a dubbi: non si tratta di una rapina. È un gesto premeditato e covato a lungo. Nato, forse, da un oscuro risentimento personale. Ed è proprio da qui che gli inquirenti iniziano a indagare: chi aveva interesse ad annientare la golden couple di Pordenone?

L’inchiesta parte tutta in salita: niente testimoni diretti, nessuna telecamera che riprenda chiaramente la scena. Ma gli investigatori iniziano a ricostruire la rete di relazioni attorno alla coppia, e un nome torna a ripresentarsi con frequenza sospetta: è quello del 26enne Giosuè Ruotolo, compagno d’armi di Trifone.
Chi è Giosuè Ruotolo
Ruotolo non è certo un estraneo, per la coppia. È una presenza orbitante, un ex coinquilino di Trifone che avrebbe sviluppato nel tempo un misto di rivalità e acredine nei suoi confronti. Le indagini portano alla luce anche una serie di messaggi anonimi e insinuanti inviati a Teresa tramite Facebook, e formulati con il preciso obiettivo di destabilizzare la coppia.
A digitare i messaggi, spacciandosi per un ex fiamma di Trifone, sarebbero stati Giosuè e la sua fidanzata dell’epoca, Maria Rosaria Patrone. Un dettaglio che, per gli investigatori, si inserisce in un quadro più ampio di tensioni personali. «Ciao, mi chiamo Annalisa. Penso che tu sei la ragazza di Trifone» esordisce l’utente anonimo nella sua prima missiva. «Volevo dirti che il tuo ragazzo si sta vedendo ancora con me. Io ci sto perché mi piace molto: tu sei una bella ragazza, ma evidentemente sono più bella io. Ti sto solo avvisando. Se parli con lui, io nego tutto. Abbiamo fatto varie cose insieme, e non voglio perderlo. So che vivete e andate in palestra insieme: apri gli occhi, non ti conviene stare con lui».
Teresa mantiene inizialmente la calma, invitando la sedicente interlocutrice a fornire delle prove. Dopo l’ennesima bombetta digitale, però, Trifone entra a gamba tesa nella conversazione: «Sai che è molto stupido quello che fai? Tu impieghi del tempo per scrivere queste cavolate: significa che una vita tua non ce l’hai. E soprattutto, se pensi che così ci dividi… sta solo succedendo il contrario».
Poi, il coup de théâtre: Trifone scopre che il mittente dei messaggi altri non è che il suo ex coinquilino, nonché compañero di numerose notti brave. Donne, bagordi, spacconate: i due avevano infiammato numerosi party in discoteca… almeno fino all’arrivo di Teresa. Un urticante elemento di disturbo, almeno agli occhi di Giosuè.
Da qui, secondo l’accusa, prende forma un’escalation: gelosie, rancori personali, comportamenti sempre più invadenti, fino a spingere Trifone a valutare l’idea di una denuncia formale.
Tale iniziativa avrebbe però ostacolato l’ingresso di Ruotolo nel corpo della Guardia di Finanza; secondo il giovane, inoltre, Trifone avrebbe contratto con lui un debito, seppur irrisorio, ai tempi della convivenza cameratesca. Un crescendo che, nella ricostruzione degli inquirenti, culmina nel sanguinoso agguato nel parcheggio.

Il processo per l’omicidio di Teresa Costanza e Trifone Ragone
Il caso arriva in Tribunale e si trasforma in uno dei processi più seguiti d’Italia. La Corte ricostruisce la dinamica: la coppia, appena uscita dalla palestra, viene raggiunta da cinque colpi di arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata, forse in un impeto di rabbia e frustrazione. La Cassazione, nel 2021, conferma la sentenza: ergastolo per Giosuè Ruotolo, ritenuto responsabile del duplice omicidio.
La Suprema Corte ribadisce che a sparare fu lui, utilizzando una pistola Beretta del 1922, e che il movente affonda nelle tensioni personali e nella relazione deteriorata con Trifone.
Pillola bittersweet: l’arma del delitto, di cui Giosuè si è prontamente sbarazzato, è stata recuperata dagli inquirenti proprio nel laghetto del Parco di San Valentino, a Pordenone. Un luogo nato per celebrare l’amore, ma che si è trasformato nell’ultima fermata di una crociata d’odio… ed è tutto tremendamente triste.
Perché è facile trasformare in spettacolo un caso come quello di Teresa e Trifone, molto meno ricordare che dietro ogni colpo c’erano due vite che non torneranno. La loro memoria merita più della curiosità del pubblico: merita rispetto, lucidità e la certezza che non verranno ridotti a un titolo di cronaca.



