Video, podcast e persino programmi in daytime: il true crime è il trend del decennio, oppure la spia di pulsioni più profonde?

Quando parliamo di “true crime”, non stiamo semplicemente alludendo a casi di cronaca più o meno cruenti, ma piuttosto a un termine coniato a uso e consumo dei social. Un ingegnoso anglicismo che rende immediatamente appetibile un contenuto potenzialmente disturbante o morboso.
Oggi, care Bisbetiche, analizzeremo non tanto il filone in sé: individueremo invece le leve che spingono un pubblico ampio ed eterogeneo a fruirne. In fondo, ognuno di noi prova una spiccata ambivalenza nei confronti della morte. Un terrore ancestrale che lotta con un senso di fascinazione difficile da spiegare.
Vederla sullo schermo – a debita distanza di sicurezza – può indubbiamente esorcizzare la paura, e persino suscitare qualche guizzo di presunta superiorità intellettiva.
«Io, al suo posto, non sarei andato all’appuntamento».
«Ma perché non l’ha lasciato? Era scritto che finisse così».

Quant’è facile pontificare a posteriori, non trovate?
La verità è che compatire o simpatizzare con le vittime ci fa sentire in qualche modo magnanimi, moralmente gratificati. Ma anche partecipi alla grande tragedia della vita, ovvero l’impossibilità di avere tutto sotto controllo. Ci fa sentire parte di un sistema coordinato e armonico, ma governato dal caos. Chiunque potrebbe trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato… magari, con la persona sbagliata.
True crime: i trigger dietro alla mania
Dunque, il primo fattore a premiare il true crime è la scaramanzia, il desiderio di assistere al dramma, pur senza prendervi parte. Un po’ come quando si rallenta nei pressi di un incidente stradale. Magari, c’è scappato il morto… eppure, quasi nessuno resiste all’impulso di scoccare un’occhiata, in bilico tra timore e curiosità.
Il true crime, inoltre, offre un’innegabile parentesi ludica. L’ideale palliativo alla noia durante le torpide serate d’inverno, quando le esasperanti peregrinazioni su Netflix appiattiscono l’encefalogramma. Un attivatore di adrenalina a portata di click, un incubo porzione singola da assumere all’occorrenza.
Infine, il true crime stuzzica la nostra fantasia, ma è anche in grado di restituirci un frame del nostro vissuto. Le vittime possono essere giovani, attempate, bianche, nere, asiatiche. More, oppure bionde. Altolocate o ai margini della società. Uno spettro ampio, che consente a ognuno di noi di immedesimarsi nelle storie che sentiamo più vicine, affini.
Lo spartiacque tra salvezza e tragedia, spesso, è un caso. Un inciampo. Un dado che rotola, terrificante nella sua semplicità. Eppure, continuiamo a cercare un senso. Qualcuno, puntualmente, lo chiama “destino”.
E forse è proprio in questa oscillazione tra caso e destino che il true crime trova il suo habitat. Perché ci permette di osservare il male da lontano, di sezionarlo, di attribuirgli cause, colpe, segnali premonitori. È un modo per convincerci che l’orrore sia spiegabile, addomesticabile, persino prevenibile. Che abiti qualche Regione più in là. Se capiamo come è successo a loro, forse non succederà a noi.
No, il true crime non è solamente il BFF degli algoritmi: è lo specchio delle nostri timori più inconfessabili. Uno show impietoso, in cui sfilano le zone d’ombra della nostra mente… nella speranza di rimanere ben ancorati al nostro posto in platea. Del resto, care Bisbetiche, il male fa paura solo quando non ha il tasto “pausa”.




