Dove soffia il vento e rotola il pallone: il calcio che cresce nelle isole Faroe

La nostre Bisbetiche hanno intercettato il giornalista faroese Sveinur Tróndarson, che ci ha parlato dell’ascesa nel calcio nelle isole del Nord Europa
Isole Faroe - Pixabay
Isole Faroe – Pixabay

Le isole Faroe devono probabilmente la loro fama alla Nazionale di calcio che, nonostante le notevoli difficoltà e il ristretto bacino d’utenza, si è saputa districare tra i colossi del calcio europeo. D’altronde stiamo parlando di un arcipelago di circa 54.000 abitanti situato nell’estremo nord dell’Europa, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico tra Regno Unito, Norvegia e Islanda.

Non sono ancora molti i viaggiatori che conoscono le sue bellezze incontaminate, anzi: forse, al pari dell’Oman che abbiamo trattato nella sezione viaggi, questa meta è ancora semisconosciuta ai turisti convenzionali, e abituati a muoversi solo per posti più “commerciali”. In questa sede, però, vi presenteremo queste splendide terre sotto un altro punto di vista, spostando il focus sul calcio, che – al contrario di quanto si possa pensare – anche da queste parti ha una discreta importanza.

Chiaramente, il gap con il resto del Vecchio Continente è quasi impossibile da colmare, vista la posizione geografica, che per certi versi rende già ardue altre attività quotidiane basilari. In questa fase storica, però, quella Nazionale spesso bistrattata (e conosciuta solo perché tra le sue file c’erano carpentieri, elettricisti e pastori) sta iniziando a fare la voce grossa. Non ci sta più ad essere una semplice partecipante: vuole giocarsi le sue chance.

Nelle ultime qualificazioni valide per l’accesso alla Coppa del Mondo, la selezione guidata da Klakstein ha chiuso al terzo posto il proprio girone, dietro Croazia e Repubblica Ceca a quota 12 punti. Ha trionfato in 4 partite e ha coltivato la possibilità di raggiungere i playoff fino all’ultima giornata. Mai prima d’ora era successo qualcosa di simile, e per un po’ ha cullato quel sogno di poter prendere parte per la prima volta nella sua storia alla fase finale di una rassegna iridata. Almeno nel 2026 non ci sarà, in futuro chissà. Di questo e anche di come alcuni club delle isole si stiano ben distinguendo ne abbiamo parlato con Sveinur Tróndarson, giornalista locale, nonché ex membro del consiglio direttivo della Federcalcio faroese.

Preparatevi, Bisbetiche: grazie alla sua disponibilità e alla sua accurata disamina, potrete capire diversi aspetti dell’ascesa calcistica delle isole nordiche. Ora più che mai vogliono scrollarsi di dosso una volta per tutte questa scomoda etichetta di Cenerentola del calcio.

Villaggio Faroe - Pixabay
Villaggio Faroe – Pixabay

Una storia che arriva da lontano

Sveinur, però, ci ha tenuto a precisare che il calcio non è una novità degli ultimi anni, anzi ha radici profonde nell’arcipelago: “È lo sport principale nelle Isole Faroe da molti decenni – ha esordito il giornalista – “La più antica squadra di calcio esistente fu fondata nel 1892, mentre i campioni in carica, KÍ Klaksvík, furono fondati nel 1904, così come la squadra della Capitale dell’HB Tórshavn (allenato fino allo scorso maggio da Adolfo Sormani, figlio del più celebre Angelo Benedicto, ndr). Ma i club, ad eccezione di quello della città principale, non ebbero un campo per molti anni, e fino al 1942 non ci fu un torneo registrato”.

La relativa vicinanza geografica con l’Inghilterra, ovvero la Nazione che ha “inventato” il gioco del calcio, ha avuto un ruolo di assoluta importanza, basti pensare che gli inglesi giocavano contro la gente del posto in quel periodo, dal 1940 al 1945. Durante il secondo conflitto mondiale i britannici occuparono le isole e probabilmente, stando al racconto del collega delle Faroe, proprio per questo non era stato creato prima un campionato ufficiale.

Eppure, nel 1930 si era disputata la partita contro le isole Shetland, a testimonianza di come il calcio in fin dei conti sia sempre esistito in questo lembo di terra ai confini del mondo. Solo nel 1988 arrivò il riconoscimento della Fifa, e due anni dopo quello della Uefa. Ed è proprio in quegli anni che la Nazionale si rese protagonista di alcune partite rimaste nella storia: “Nell’aprile 1989 giocammo due partite contro il Canada alle Faroe, vincemmo 1-0 nella prima partita, quella fu in realtà la prima partita casalinga nazionale registrata, e Torkil Nielsen segnò il gol della vittoria. Ha anche segnato l’unico gol nella memorabile vittoria contro l’Austria il 12 settembre 1990, nel primo torneo di qualificazione a cui hanno preso parte le Isole Faroe in vista dell’Europeo del 1992 in Svezia”.

Di pari passo anche i club hanno iniziato a disputare partite internazionali, e ciò ha consentito ai ragazzi di avvicinarsi al calcio, che per forza di cose ha iniziato a fare concorrenza alla remata sulle barche vichinghe e alla pallamano. Quest’ultima disciplina ha fatto registrare numeri pazzeschi, con spostamenti all’estero di oltre 5.000 faroesi desiderosi di sostenere la loro Nazionale. Chiaramente è un’altra storia, e seppur faccia capire come lo sport sia parte integrante di un Paese che vive di agricoltura, pesca e allevamento, non ha lo stesso seguito del più blasonato calcio.

Bandiera Faroe - Pixabay
Bandiera Faroe – Pixabay

La voglia di rivalsa e l’ascesa degli ultimi anni

E proprio in merito alle ultime gesta dei “vichinghi” sul rettangolo verde, Tróndarson ha voluto esaltare il Ct Eyðun Klakstein e il suo vice Atli Gregersen: “Conoscono il calcio faroese dall’interno, e questo è importante. Ed è altrettanto rilevante che conoscono le anime dei faroesi. Il livello tecnico del nostro calcio fa sì che dobbiamo lottare più di quanto giochiamo, e ritengo che alcuni allenatori stranieri tendano a dimenticarlo. Quindi puoi sentirli parlare delle Isole Faroe come di una piccola Nazione così com’è. Ma lo eravamo quando hanno accettato il lavoro. La nuova coppia di allenatori non la vede allo stesso modo. Cercano l’orgoglio e lo spirito combattivo e poi il resto deve seguirli”.

Uno spirito differente, almeno per quanto concerne l’atteggiamento, mentre a livello tecnico non è da escludere che sia stato preso spunto dai campionati esteri, che nelle 18 isole dell’arcipelago sono molto seguiti. In particolar modo Liga, Premier League, Bundesliga e Serie A. E proprio nel nostro campionato gioca un astro nascente del calcio faroese, ovvero David Reynheim, attaccante classe 2008 in forza al Torino, che per ovvi motivi anagrafici milita ancora nel settore giovanile. Tra gli altri profili degni di nota che il giornalista nordeuropeo ci ha tenuto a segnalare c’è anche quello di Andrias Edmundsson, difensore che milita nella massima serie in Polonia. Ha menzionato inoltre gli attaccanti Petur Knudsen e Adrian Justinussen oltre che il portiere Mathias Lamhauge, il quale si sta ben distinguendo nella seconda serie danese. Di primo impatto, questo elenco di nomi potrebbe sembrare superfluo e fine a se stesso, ma in realtà è l’indice di un progresso calcistico ormai consolidato. Da esperto conoscitore di calcio, Tróndarson ha illustrato la sua analisi facendo una panoramica piuttosto ampia dei fattori che hanno permesso l’upgrade: “Ci sono molte ragioni in merito ai progressi compiuti dal calcio faroese. Uno dei motivi è che la federazione molti anni fa ha scelto di avviare l’Under 21, ma a mio avviso la ragione principale è che i club intorno alle isole oggi sono molto più concentrati sul calcio giovanile, utilizzando allenatori istruiti, tra cui ex giocatori. Abbiamo così tanti palazzetti dello sport, dove i bambini giocano durante l’inverno, quindi hanno la possibilità di potersi cimentare senza alcun problema. E in realtà abbiamo molti tornei nel fine settimana durante la stagione invernale. D’altronde, non fa sempre così freddo alle Faroe, e questo consente ai bambini di giocare sui campi artificiali. Dal canto suo la federazione vuole proseguire sul sentiero tracciato per potersi togliere ulteriori soddisfazioni”.

Certo in Europa non è semplice emergere così come capitato a Capo Verde, Panama, Haiti e Curaçao, che calcheranno il palcoscenico mondiale la prossima estate. Nel calcio, però, mai dire mai. Il lavoro prima o poi in qualche modo ripaga. E in effetti una piccola-grande gioia è già arrivata nel 2023, anche se ha visto protagonista un club, ovvero il KÍ Klaksvíks, che è riuscito ad accedere alla fase a gironi della Uefa Conference League. Nessuna formazione faroese si era spinta così lontano riuscendo a superare tutti i turni di qualificazione. “Si tratta del risultato di sette anni di lavoro e dimostra quanto impegno ciascuno debba mettere affinché si possa progredire ancora di più. Anche altre compagini locali vogliono seguire questo esempio, ma mi rendo conto che è molto difficile da emulare”.

Stadio nelle isole Faroe - Wikimedia Commons
Stadio nelle isole Faroe – Wikimedia Commons

Uno stadio unico al mondo

Non poteva mancare una menzione ad una delle strutture più iconiche presenti nelle Faroe, nella fattispecie lo spettacolare stadio posizionato a pochi passi dal mare. Uno scenario da cartolina, che per forza di cose ha lasciato in eredità anche diverse criticità: “Quello stadio ora è un’area per roulotte. Si chiama “á Mølini” ed è stato collocato lì molti anni fa. Ci ho giocato anch’io all’età di 10-12 anni, ed era davvero straordinario, soprattutto quando il vento veniva da est. Dopo diverse partite disputate sotto una pioggia di acqua salata, il consiglio comunale ha deciso di costruire un nuovo stadio vicino al centro città”.

In merito a questa costruzione ci sono anche diverse storie, che lasciano intendere ancor di più quanto sia fondamentale dover “rendere conto al territorio” di ogni cosa che si fa: “Non so il motivo esatto per cui abbiano deciso di realizzare lì lo stadio. Ma un’ipotesi attendibile è che probabilmente sia legato all’agricoltura. La maggior parte della terra nei villaggi di quel periodo era utilizzata per scopi agricoli, e un campo da calcio avrebbe tolto molto ai contadini. Posizionare la piazzola letteralmente sulla spiaggia non ha creato alcun problema in questo senso ai proprietari dei terreni. Al contempo, ha dato qualche problema ai calciatori durante le giornate di maltempo. Quando il vento veniva da est si poteva provare l’esperienza di giocare sotto una doccia di acqua salata, e se si giocava lì quando il vento veniva da ovest, nel momento in cui si calciava via il pallone, questo poteva finire in Norvegia. Una battuta che, per quanto vada a rimarcare la simpatia di un popolo di cui il resto del mondo deve ancora imparare ad apprezzarne la bontà e la cordialità, fa capire a chiare lettere che giocare a calcio è per certi versi ancor di più un atto d’amore. Come da altre parti, a regnare restano comunque i risultati, che sono in grado di far emergere le vere emozioni interiori. “Alcune società a volte organizzano feste e pranzi prima di andare alle partite, ma ciò accade quando la squadra sta andando bene”, ha precisato Sveinur. “Quando la squadra non sta andando bene, il numero di spettatori diminuisce. Alcune persone hanno viaggiato molto con la Nazionale. Hanno una storia con la squadra, ma anche in questo caso, se la squadra non sta rendendo al meglio, il numero di spettatori in viaggio non è così alto”.

Della serie “tutto il mondo è paese”, e nonostante alle Faroe il calcio non sia vissuto con la medesima “follia” italiana, certe tematiche sono molto più analoghe di quanto si possa pensare. In effetti, non è altro che una sfaccettatura della società moderna, dove chi vince regna e chi perde rischia l’oblio. Qui, però, ci si rimbocca le maniche e, nonostante il vento sia spesso contrario (non solo in senso metaforico), lo spirito propositivo e la voglia di emergere restano costanti. Anzi, in qualche modo aumentano, nella speranza che prima o poi arrivi quel tanto sospirato momento di gloria.

Antonio Pilato
Antonio Pilato
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