Chris Watts e Salvatore Parolisi: non è mai “colpa” dell’altra donna. Ma c’è sempre un’altra donna, occhi nuovi in cui specchiarsi: le analogie tra i due casi.

Salvatore Parolisi: militare, divisa stirata, Ray Ban da aviatore, postura da manuale. Chris Watts: padre modello, sorriso da spot pubblicitario, famiglia perfetta in posa su Facebook. Due uomini, due continenti, un unico fil rouge: il culto del sé.
Ma, soprattutto, due crimini raccapriccianti, in cui due famiglie sono state sacrificate — a quanto emerge dalle cronache —sull’altare del narcisismo. Oggi scopriremo il nesso tra due degli uomini più odiati dei rispettivi Paesi, ovvero Italia e Stati Uniti.
Da un lato, Salvatore Parolisi, sposato con Carmela Rea, detta Melania, e padre della piccola Vittoria. Un caporalmaggiore e addestratore di reclute in gonnella dalla mentalità decisamente elastica, tanto da tradire l’innamoratissima moglie con lucida sistematicità. Mentre Melania sfornava biscotti a forma di cuore per il consorte, questi si trastullava con la giovane soldatessa Ludovica, a sua volta convinta che la relazione sarebbe sfociata in un happy ending. L’ultima amante di molte, per Parolisi, che a 12 primavere dalla sua condanna ammette candidamente: «L’ho tradita mille volte, anche 4 anni con una francese, perché mia moglie mi lasciava solo ed era una mammona. Voleva addirittura dormire con la madre, invece che con me».
Tradita mille volte. Una mammona. Un ritratto approssimativo, e che non rende giustizia alla donna che abbiamo imparato a conoscere dagli schermi della TV, talk show dopo talk show. Capelli folti e lucidi, color cioccolato fondente, un sorriso contagioso, profondi occhi scuri e carnagione dorata. Così appariva Melania Rea: femminilità prorompente, indole da angelo del focolare e una forma mentis che profumava di passato, di antenate resilienti. Coriacea a tal punto da tollerare le ricorrenti scappatelle del marito, ma non senza osteggiarle con risolutezza. O forse, solo profondamente devota al proprio uomo e disposta a difendere la sua famiglia con le unghie e i denti.
Eppure, nonostante la tempra combattiva, è stata proprio Melania ad essere ritrovata senza vita il 20 aprile del 2011 presso il bosco delle Casermette a Ripe di Civitella, in provincia di Teramo. Ne era stata denunciata la sparizione due giorni prima, proprio da un trafelato e apparentemente sconvolto Salvatore Parolisi. Quel giorno, la coppia aveva deciso di trascorrere il pomeriggio con la figlia Vittoria presso il parco di Colle San Marco, ma la gita outdoor assunse rapidamente i contorni di un incubo. Secondo Parolisi, Melania si sarebbe allontanata dall’area giochi per raggiungere il bagno, ma senza più far ritorno. E come avrebbe potuto?
Melania Rea 18 aprile 2011 – 18 aprile 2023 pic.twitter.com/eNTkZURe2a
— 𝓖𝓲𝓪𝓷𝓷𝓲 𝓡𝓸𝓫𝓮𝓻𝓽𝓸 (@GianniRoberto1) April 18, 2023
Dopo le prime ricerche infruttuose, una successiva segnalazione anonima ha condotto gli uomini dell’Arma ad una macabra scoperta: Melania giaceva scomposta al centro di uno spiazzo boschivo, parzialmente denudata, con sfregi su cosce e ventre, nonché 29 ferite da punta e taglio inferte dalla regione cervicale sino agli arti inferiori. Una siringa conficcata tra i seni, all’altezza del cuore, svastiche incise a ferro sulla pelle. Accanto al corpo, un accendino, un telefono cellulare, cappucci e pistoni per siringhe. Dettagli che hanno immediatamente allertato gli inquirenti: possibile che si trattasse di un omicidio rituale? O, piuttosto, di una maldestra scenografia studiata da chi voleva depistare, trasformando così un delitto d’impeto in un enigma esoterico?
La legge italiana ha propeso per la seconda ipotesi, condannando in tre gradi di giudizio Salvatore Parolisi. Il background è tanto banale quanto agghiacciante: l’uomo, pressato sia dalla moglie che dall’amante, avrebbe innescato una discussione con Melania nella radura che ne ha poi ospitato il cadavere. L’alterco sarebbe sfociato infine in un climax di violenza, mentre la piccola Vittoria riposava in auto, a pochi metri dal corpo della madre.
Parolisi si è sempre professato innocente, ma i giudici, gli investigatori, l’opinione pubblica e la famiglia della vittima non hanno dubbi: il caporalmaggiore, desideroso di svincolarsi dal matrimonio e frustrato dalle richieste delle due donne – la moglie e l’amante – avrebbe optato per un sanguinoso coup de théâtre. Dissacrando, peraltro, il corpo di Melania. Tentando di sporcarne l’immagine virtuosa.
Prevedibilmente, l’ex caporalmaggiore è stato dipinto dai social e dall’opinione pubblica come un “wannabe maschio alfa” che non si arrende all’evidenza, a ciò che lo specchio gli restituisce: l’effigie di un uomo insicuro, tronfio, vanitoso, schiavo dell’ammirazione altrui. Sensibile ai flirt e alle provocazioni, soggiogato dal desiderio di una seconda, ruggente, giovinezza.
Delitto Melania Rea, Parolisi può chiedere di uscire. Il fratello di lei: «Se succede è… https://t.co/GIYkWbJnsW pic.twitter.com/7vXPayDyLq
— Corriere della Sera (@Corriere) May 4, 2020
Chris Watts: l’uomo più odiato d’America
Questa descrizione ben si adatta anche al secondo protagonista della nostra retrospettiva: Chris Watts, dal 2018 ribattezzato come “l’uomo più odiato d’America”. Il perfetto Family Man con una vita apparentemente specchiata, ligio al suo lavoro presso la Anadarko Petroleum e mite comparsa nei mille scatti social della moglie Shannan. Una donna prorompente, con fossette maliziose sulle guance e lucenti occhi azzurri, più energetica di una Red Bull. Due figlie, Bella e Celeste, di quattro e tre anni. Una famiglia della media borghesia residente da tempo in Colorado: lei rappresentante per un’azienda di multi-level marketing, lui funzionario di uno dei più floridi colossi petroliferi del Texas. Le bimbe sempre pulite, profumate e ben vestite, i capelli acconciati con leziosi fiocchi e codini.
Un quadretto a prima vista idilliaco, almeno agli occhi del vicinato. Per Chris, invece, quella paternità zuccherosa, la personalità ingombrante di Shannan e la prospettiva di accogliere in famiglia una new entry (sì, la donna era al terzo mese di gravidanza) mal si confacevano alla sua voglia di riportare indietro le lancette dell’orologio. Al tempo in cui era libero di sognare in grande, di sognare forte, di innamorarsi di una donna fresca ed entusiasmante senza il peso delle responsabilità.
E invece… quello che aveva Chris era una bancarotta alle spalle, una moglie che non si faceva remore ad avanzare pretese, incastrandolo spesso in selfie e clip a favore di social, e una prole en rose esibita in ogni post.

Ma, ovviamente, al contempo vi era anche una nuova fiamma. Nichol Kessinger: così si chiamava la collega di lavoro che avrebbe inconsapevolmente (e incolpevolmente) contribuito al precipitare degli eventi. Per lei, Chris trasformò il suo fisico, piallando la pancetta da flaccido padre modello a forza di sessioni in palestra e corse mattutine, bibitone proteico dopo bibitone. Le loro appassionate mini-fughe romantiche, facilitate dai rispettivi ruoli alla Anadarko, si evolsero rapidamente fino a diventare una vera e propria liaison parallela al matrimonio, tanto che Chris aveva iniziato a progettare un futuro luminoso al fianco dell’amante.
Ma c’era uno spinoso impedimento: per l’appunto, Shannan. La donna non avrebbe mai accolto di buon grado l’idea del divorzio. Inoltre, la sua recente gravidanza, recepita da Chris come un tentativo disperato di tenere insieme i cocci della relazione, esacerbò ulteriormente la sua frustrazione.
E facilitò l’avvento del tragico epilogo. Non ricamerò sui dettagli: è stato uno dei casi di cronaca nera che mi hanno scosso maggiormente, complici le numerose testimonianze circolanti in rete e le immagini delle bodycam registrate dai federali.
Una scena del crimine che ha piegato persino gli investigatori
I resti di Shannan furono rinvenuti il 16 agosto del 2018, a circa cinque giorni dalla scomparsa della donna e delle figlie, in una buca poco profonda in un sito produttivo della Anadarko. I cadaveri delle bimbe, invece, infilati a forza all’interno di due maxi cisterne di petrolio. L’autopsia decretò che Shannan era stata strangolata, Bella e Celeste soffocate con una coperta.

Fu Chris stesso a confessarlo, dopo aver cannato il test del poligrafo. Inizialmente, l’uomo sosteneva di aver discusso con la moglie a causa del divorzio da lui stesso caldeggiato, e che la donna, in preda a disperazione e rabbia, avrebbe soffocato le piccole nei loro lettini, a mo’ di ripicca. Chris, costernato, l’avrebbe quindi strangolata, caricato i corpi in auto e raggiunto il luogo del ritrovamento per poi – inspiegabilmente – occultarli.
Ma la sua versione faceva acqua da tutte le parti, sia dal punto di vista logico che forense. Shannan amava profondamente le sue figlie: a detta di familiari e amici sarebbe stata disposta a immolarsi per entrambe. In secondo luogo, la Polizia Scientifica rinvenne ciuffi di capelli e brandelli di cute sui bordi delle cisterne in cui Chris aveva introdotto le bimbe: dettagli che facevano presagire come egli si fosse sbarazzato frettolosamente dei loro resti.
Dopo un accorato confronto con suo padre nella saletta degli interrogatori, Chris infine crollò. Finalmente, la verità. Per evitare la pena capitale, l’uomo fornì alla Corte un resoconto ben più incriminante. Scagionò la moglie dall’infamante accusa di infanticidio: l’aveva strangolata in casa al termine dell’ennesimo alterco, trascinato il suo cadavere a bordo del camioncino di servizio e poi convinto anche le figlie a salirvi. Giunto allo spiazzo della società, incurante delle suppliche terrorizzate e dei pianti flebili delle piccole, le aveva soffocate con una coperta, una dopo l’altra, e il resto – purtroppo – è storia.

Difficile trovare una morale in storie come queste, ma le analogie balzano subito all’occhio. A prescindere dalla disparità tra le due condanne (20 anni a carico di Parolisi e 5 ergastoli per Watts), un sottile filo rosso lega entrambi i casi. I carnefici – così li hanno bollati i rispettivi Tribunali – sono infatti uomini immaturi, incapaci di accettare le conseguenze delle loro azioni e scelte. Banalmente, anche di accollarsi lo stigma sociale del “cattivo padre e marito”.
Narcisismo che esula dalla semplice vanità, trasformandosi in un buco nero che divora l’empatia e persino i destini degli altri. Quando la quotidianità – con le sue istanze, i suoi limiti, le sue responsabilità – bussa alla porta, il narcisista fragile implode, trascinando con sé chi gli stava accanto. Persone che, sfortunatamente, avevano la sola colpa di amarlo.
La psicologia ci insegna che il narcisismo patologico non è mai soltanto un eccesso di ego: è un vuoto, un’assenza di sé da colmare con l’adorazione altrui. Apparentemente, Parolisi e Watts hanno tentato di riempire quel vuoto con giovani amanti, muscoli, menzogne rocambolesche e sorrisi di facciata. Ma quando la finzione non ha più retto, hanno scelto la scorciatoia più brutale: cancellare chi li metteva di fronte alla loro inadeguatezza.
Il caso della famiglia Watts-Rzucek — ne siamo consapevoli — arriva dritto allo stomaco come un Intercity a velocità di crociera: è ciò che accade quando nei casi di cronaca sono coinvolti anche dei minori. Ma se volete approfondirne i dettagli e le sfumature, potete visionare il documentario Netflix proprio qui.
Un vecchio adagio, attribuito a Voltaire, recita: «Ai vivi si deve rispetto, ai morti solo la verità». Noi de Le Bisbetiche speriamo di aver restituito, almeno in parte, un po’ di tridimensionalità e giustizia a queste vittime: si chiamavano Melania, Shannan, Celeste e Bella.



