Alla scoperta di Via d’uscita: trama, recensione e analisi della sorprendente serie polacca dal finale inaspettato.

Se accendi la TV oggi, soprattutto in certi orari, ti ritrovi in un’Italia televisiva invasa da soap turche e melodrammi spagnoli. Siamo ormai abituati a storie patinate, intrighi sentimentali e drammi familiari infiniti.
E quindi, quando sentiamo parlare di una serie polacca, l’istinto ci suggerisce (almeno a me) tutt’altro: lentezza, grigiore, un realismo che sa di pesantezza. Ammettiamolo: la prima cosa che ci viene in mente quando si parla di cinema polacco è proprio questa.
E invece no. Via d’uscita, titolo italiano della miniserie polacca Idź przodem, bracie, alquanto impronunciabile (per chi non mastica la lingua) che significa più o meno “Vai avanti, fratello” prende una strada completamente diversa. È una storia tesa e piuttosto cruda, ma soprattutto è una storia psicologica.
Perché sotto il crimine, i debiti e le pistole c’è una domanda molto interessante: quanto possiamo raccontarci di essere “nel giusto” mentre, passo dopo passo, smettiamo di esserlo?
Via d’uscita: trama e (affascinante) protagonista
La trama di questa miniserie è già di per sé un motivo di riflessione. Il protagonista, Oskar, (interpretato dal magnetico attore Piotr Witkowski che buca letteralmente lo schermo) è un agente dei servizi speciali polacchi: uno tosto, duro, abituato a gestire situazioni estreme e imprevedibili. Finché durante una missione qualcosa si rompe.
Oskar ha un attacco di panico e si blocca, la situazione precipita e un suo collega muore. Da quel momento, la sua vita cambia completamente.
Attenzione: da qui ci sono spoiler.
Oskar così perde il lavoro, il rispetto dei colleghi ma soprattutto perde l’immagine che aveva di se stesso, la considerazione di sé. Perché una cosa è avere paura, un’altra, soprattutto per uno come lui, è ammettere di aver avuto paura.
Lui infatti non racconta a nessuno quello che è successo davvero, non dice di aver avuto un attacco di panico. Per lui quella fragilità è incompatibile con l’uomo che pensa di dover essere: forte, lucido, praticamente indistruttibile. Il classico macho.
Forse è questo il suo primo errore: negare una fragilità non significa farla sparire, significa soltanto spostarla da qualche altra parte.
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Oskar e il bisogno di sentirsi ancora “uno dei buoni”
Come se non bastasse, Oskar deve affrontare anche la morte del padre, che si suicida lasciando ai figli nient’altro che una montagna di debiti. Quando si dice che piove sempre sul bagnato…
Lui e sua sorella Marta, sposata con un suo (altrettanto affascinante) ex collega, Sylwek, che porterà quasi giù con lui, si ritrovano quindi a dover gestire non solo il lutto, ma anche le conseguenze economiche della situazione.
Costretto a trovare un lavoro qualsiasi, diventa guardia di sicurezza. Ma la sua vita prende una piega inaspettata. Per far fronte ai debiti, imbocca una strada che sembra parallela alla legalità che ha sempre difeso.
Come una sorta di moderno Robin Hood, comincia a rubare ai ricchi (che spesso sono mafiosi, usurai, truffatori ma non solo) per “donare ai poveri”. Ovvero, a se stesso. Oskar però non smette di considerarsi “uno dei buoni”, nemmeno quando fa scelte che lo allontanano sempre di più dalla legge e da ciò che era. Anzi, la sua mente trova un modo per giustificare ogni passo fuori rotta.
È così che funziona l’autoinganno morale. Non cadiamo nel baratro tutto in un colpo: scivoliamo lentamente, un passo per volta, sempre con una buona ragione in tasca. Seguendo lo sviluppo di via d’uscita, trama e colpi di scena mostrano esattamente questo meccanismo:
“Sto solo sistemando un’ingiustizia.”
“Sto solo facendo quello che altri non hanno il coraggio di fare.”
“Se non lo faccio io, chi lo farà?”
L’autoinganno morale funziona spesso proprio così. Non abbiamo necessariamente bisogno di convincerci che una cosa sbagliata sia giusta, ci basta trovare una ragione che ci permetta di sentirci ancora persone perbene. Così scattano i:
“Lo faccio per la mia famiglia.”
“Non sto facendo del male a nessuno.”
“Quelli se lo meritano.”
“Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro.”
La serie mostra con precisione quanto sia facile perderci, un passo alla volta, un’azione alla volta, fino a ritrovarci in una realtà dove il bene e il male non sono più concetti assoluti, ma strumenti con cui giustificare le nostre azioni.
Bene, male e quella fastidiosa zona grigia
Ma il punto non è stabilire se Oskar sia buono oppure cattivo, alla fine tutti lo siamo allo stesso modo. Ma capire come ci comportiamo quando pensiamo di non avere alternative.
Lui mente, manipola, infrange la legge e coinvolge altre persone nelle sue scelte, ma nella sua testa c’è sempre una giustificazione.
È molto facile giudicare una persona quando la guardiamo dall’esterno, molto meno facile chiedersi: io cosa avrei fatto?
Nelle stesse, identiche, situazioni però. Cioè quando sei stanco, spaventato, indebitato, arrabbiato o convinto che nessuno verrà a salvarti (e in effetti, chi lo fa?).
È in questi casi che la famosa “zona grigia” diventa davvero grigia.
Cosa fa riflettere? Che per Oskar ogni passaggio ha una spiegazione, ogni scelta ha una giustificazione. Di certo è molto difficile capire quando smette di essere quello di prima. Forse non esiste nemmeno un momento preciso.
Forse ci si perde proprio così: senza un grande gesto drammatico, ma attraverso una serie di piccole decisioni che, prese una alla volta, sembrano perfettamente spiegabili.
E alla fine Oskar è costretto a fare una scelta, ma ovviamente non è quella che ci aspetteremmo.
O forse sì?
Via d’uscita ci lascia una domanda scomoda: fino a che punto possiamo spingerci, convinti di fare il bene, prima di scoprire che stiamo perdendo noi stessi?
A me la serie è piaciuta tantissimo, non me lo aspettavo. E poi i protagonisti, come accennato, sono veramente affascinanti (per non dire bellissimi). Consiglio, assolutamente, per andare contro il pregiudizio del cinema polacco tedioso.
E voi, vi sareste aspettati quel finale? Cosa ne pensate?



