Il contesto sociale moderno è profondamente mutato e tra le sfaccettature figlie dell’era moderna c’è anche il politically correct. Alle volte però sembra apparire piuttosto stucchevole

Il rispetto per il prossimo è alla base di tutto nella vita. Le differenze culturali, etniche, religiose e di tradizione non devono essere viste in maniera demoniaca, bensì come un qualcosa che ci arricchisce. Ciò però non significa che non si può muovere una critica o che se una folta rappresentanza di una determinata categoria assuma dei comportamenti non consoni ai parametri della decenza non possa essere “giudicata”.
Ed invece soprattutto negli ultimi 20 anni certi atteggiamenti hanno preso il sopravvento andando a stravolgere le abitudini delle persone creando dei linguaggi comunicativi diversi, che si sono radicati anche nei libri (che saranno protagonisti in Sicilia fino al 7 giugno), nelle produzioni cinematografiche, nei programmi televisivi ed infine sui social network.
Lungi da noi bisbetici essere in disaccordo. Certi termini, certi epiteti esclamati così a priori non vanno bene e non sono giustificabili. Come in ogni cosa però “il troppo storpia” e così il politically correct finisce per rovinare tutto. Un effetto opposto che in un certo senso sta facendo un po’ venire meno la libertà di espressione. Ormai siamo sempre a rimuginare su ciò che possiamo dire e su cosa sarebbe meglio evitare.
La censura dovuta al politically correct
Coloro che hanno qualche anno in più, probabilmente avranno fatto caso che ormai sono spariti da qualsiasi emittente televisiva quei film in cui si pronunciavano termini che in qualche modo potevano sembrare un richiamo a qualche forma di discriminazione. Certo, oggi il contesto sociale è completamente mutato e certi appellativi oltre a fare scalpore possono sfociare in querele e diatribe giudiziarie.
Un tempo erano radicati a livello popolare e poteva capitare di sentirli anche in alcune pellicole cinematografiche. Metterli completamente da parte è sicuramente una scelta di comodo che va ad eliminare il problema alla radice, ma forse anche i giovani dovrebbero toccare con mano questa realtà anche per capire l’evoluzione che c’è stata, perchè non sempre le cose sono state così.
Senza dimenticare che alcune opere hanno pagato un dazio eccessivo solo per qualche battuta che magari si poteva anche doppiare nuovamente o “bippare”. Poco importa, ciò che conta è il risultato e non ha troppa valenza se per arrivarci vengano usati dei metodi che non sono poi così ortodossi.

Quando si rischia di esplodere
Tornando invece alle dinamiche della quotidianità questo meccanismo di politically correct può far passare in sordina dei comportamenti ancora più gravi. Un esempio calzante può essere quando in metropolitana si avvistano dei borseggiatori intenti a derubare i malcapitati passeggeri. Non è raro che appartengano a determinate etnie che vivono in maniera anarchica.
Se qualcuno dei presenti in preda allo sdegno si dovesse lasciar andare ad uno dei classici insulti del caso (non li menzioniamo perché sono piuttosto semplici da rimembrare) può capitare addirittura di passare dalla parte del torto. Eh no, l’atto del rubare non può essere peggiore di una parola, che seppur sbagliata è frutto di rabbia e perché di no paura.
Perché essere vittima di uno scippo significa che oltre ad essere stati privati di alcuni beni materiali, ci si senta anche logorati psicologicamente. Magari per un po’ di tempo chi subisce un atto del genere eviterà di prendere i mezzi pubblici per il timore che ciò possa accadere di nuovo oppure potrebbe assumere atteggiamenti psicotici appena avverte un pericolo reale o presunto che sia.

E quindi amici bisbetici più che focalizzarci sulla forma alle volte cerchiamo di ripristinare un minimo di umanità. Meglio aiutare una persona presa di mira piuttosto che indignarsi in nome di un mero politically correct. Forse per sentirci “giusti” o semplicemente perché in questa fase storica “si fa così” perdiamo di vista quello che dovrebbe essere il focus, ovvero quello di privilegiare le buone azioni e non l’immagine.



