INTERVISTA a Matteo Azzali del GF, la storia di un riscatto: «Lo sport mi ha salvato la vita»

La storia di Matteo dimostra che si può sempre essere d’aiuto e di esempio per tanti giovani e non solo.
Matteo Azzali - LeBisbetiche.com
Matteo Azzali – LeBisbetiche.com

Oggi vogliamo parlarvi di lui, Matteo Azzali. Ha 48 anni, è nato e cresciuto a Parma e non ha mai smesso di sentirsi profondamente legato al quartiere Montanara, il quartiere in cui è cresciuto. «Ho sempre vissuto a Parma. Ho girato il mondo grazie al mio lavoro, ma sono sempre rimasto legato alla mia città e soprattutto al mio quartiere», racconta. Montanara è un quartiere difficile, ma Matteo non lo rinnega. Anzi, lo considera il luogo in cui ha imparato il valore delle relazioni autentiche. «Nei quartieri difficili nascono le amicizie più vere e più forti. La mia è una storia di riscatto socialeDa ragazzo Matteo è irrequieto, pieno di energia e con il bisogno di trovare una strada. La prima risposta arriva con lo sport. Inizia giocando a rugby, disciplina che lo accompagna per molti anni e che lo porta fino alla Serie A2. «Ho iniziato con il rugby perché avevo bisogno di sfogarmi. Ero un ragazzo molto irrequieto e lo sport mi ha aiutato a stare lontano dalle cattive compagnie.»

Nel frattempo, però, entra nella sua vita anche il pugilato. All’inizio è solo una passione parallela, poi diventa qualcosa di molto più grande. A 17 anni conosce Maurizio Zennoni, il maestro destinato a cambiargli la vita. «È stato un grande maestro di pugilato, ma soprattutto un grande maestro di vita.» All’inizio Matteo continua a giocare a rugby e si allena in palestra senza combattere. Poi capisce che la boxe è la sua vera strada. «A un certo punto ho capito che il rugby mi piaceva, ma non mi dava quello che mi dava il pugilato. Così ho deciso di iniziare a combattere.»

Accanto al maestro ci sono anche la madre, che Matteo definisce «la donna più forte del mondo», stesso discorso vale per suo padre e per i nonni, figure fondamentali nella sua crescita. Cominciano così gli anni delle gare, dei viaggi e delle vittorie. «Abbiamo girato ovunque. Nel mio palmarès c’è anche la vittoria contro un pugile che ai tempi era considerato imbattibile e aveva vinto il Guanto d’Oro.»

La passione per la Divina Commedia

Proprio in quegli anni nasce anche un’altra passione destinata ad accompagnarlo per tutta la vita: quella per la Divina Commedia. Tutto inizia a scuola, grazie al suo professore di letteratura. «La passione per la Divina Commedia è nata a scuola, grazie al mio professore di letteratura. È stato lui a farmi innamorare di Dante e a farmi capire quanto fosse straordinaria quell’opera.» Con il tempo quell’interesse non si spegne, ma cresce. Anni dopo, mentre sta preparando un incontro particolarmente importante, Matteo vive un momento di forte tensione. Per tenere occupata la mente riprende in mano Dante. «Ero molto teso. Ho preso la Divina Commedia e ho iniziato a impararla a memoria per concentrarmi su qualcosa.»

Da quel momento la Divina Commedia diventa una presenza costante nella sua vita. «Ci ho messo dieci anni a impararla tutta. Ancora oggi, quando sono nervoso, recito alcuni versi nella mia testa. Mi aiuta a ritrovare equilibrio.»

Il cambio repentino

Nel 2003, però, la sua vita cambia improvvisamente. Un gravissimo incidente gli devasta la mano destra. «Mi sono tranciato la mano destra. Mi hanno dovuto ricostruire la mano con un intervento di microchirurgia. Ci ho messo cinque anni a recuperarla.» Per Matteo è un colpo durissimo. Per un periodo non vuole più saperne del pugilato. «Pensavo che fosse finito tutto.» A convincerlo a reagire è ancora una volta il suo maestro, che va a prenderlo a casa e gli impedisce di arrendersi. La carriera da pugile però si interrompe definitivamente. Matteo decide allora di trasformare il dolore in una nuova possibilità. Nel 2006 perde anche il suo migliore amico, Enrico Saracca. «Enrico era il mio migliore amico. Quando è morto è stato un dolore enorme.»

L’anno successivo prende una decisione importante: nel 2007 fonda una società dedicata proprio a lui. «Ho deciso di fondare una società dedicata a Enrico. Volevo che il suo nome continuasse a vivere attraverso qualcosa di utile per gli altri.» Da quel momento Matteo inizia a dedicarsi completamente ai ragazzi e ai progetti sociali, lavorando insieme al suo maestro fino alla scomparsa di quest’ultimo nel 2017. L’obiettivo è offrire una seconda possibilità a chi arriva da contesti difficili. «Cerchiamo di aiutare ragazzi che arrivano da situazioni complicate. Lo sport può cambiare la vita e dare una seconda possibilità. Io ne sono la prova.»

Matteo Azzali in palestra - LeBisbetiche.com
Matteo Azzali in palestra – LeBisbetiche.com

“Bisogna essere uomini”

Per Matteo il pugilato non è solo uno sport, ma una scuola di vita. «Prima di essere pugili bisogna essere uomini. Ai ragazzi insegniamo il rispetto, la disciplina e la consapevolezza. Bisogna capire che con i pugni si può fare male e che la vera forza è saperli controllare.»

Nel corso degli anni Matteo collabora anche con associazioni e istituzioni per reinserire ragazzi che hanno vissuto situazioni difficili o commesso errori. Accanto all’impegno verso i giovani c’è anche quello per i bambini malati. Una scelta che nasce da una storia personale dolorosa. «Mio padre è morto di tumore, il mio maestro è morto di tumore, mio nonno e mio zio hanno avuto la stessa malattia. Per questo aiutare i bambini malati per me è importantissimo.»

Matteo sostiene iniziative benefiche e raccolte fondi. «Anche una piccola donazione può fare la differenza. Vedere il sorriso di quei bambini è una delle cose più belle che esistano.» Negli ultimi anni il grande pubblico ha imparato a conoscerlo anche grazie alla sua partecipazione al Grande Fratello. Anche in quell’esperienza, però, Matteo è rimasto fedele a sé stesso. «Durante la quarantena prima di entrare nella casa del Grande Fratello ero da solo in hotel, senza telefono. E anche lì mi mettevo a ripetere la Divina Commedia.»

La vita dopo il GF

Dal reality sono rimasti soprattutto alcuni rapporti importanti. «Sento ancora Omer, Francesco, Donatella e Domenico. Con loro è rimasto un rapporto sincero. Alla fine, quando vivi certe emozioni insieme, alcuni rapporti restano davvero.»

Oggi Matteo guarda avanti senza smettere di sognare. Continua a lavorare nella sua palestra e a portare avanti i progetti dedicati ai ragazzi, ma ha anche nuovi obiettivi. «Vorrei continuare a lavorare con i ragazzi e portare avanti la palestra. Poi se dovesse capitare di diventare un commentatore sportivo di pugilato, ben venga. Se c’è un programma televisivo che mi affascina? Pechino Express.»

Perché la storia di Matteo è la storia di un uomo che ha saputo trasformare la rabbia in disciplina, il dolore in forza e lo sport in una possibilità concreta per gli altri.

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