Il racconto dell’Ancella e la ferocia di chi crede di salvarti. Cosa si nasconde dietro la divisa marrone di Zia Lydia, il mostro capace di provare sentimenti?

Solitamente non sono molto amante delle pellicole distopiche, alcune le trovo un po’ assurde e troppo surreali per essere minimamente convincenti. Poche, pochissime volte, pur nel loro essere troppo fantasiose mi affascinano. Come The Handmaid’s Tale, ovvero Il racconto dell’Ancella, una serie tratta dal romanzo di Margaret Atwood. Da vedere? Sì, assolutamente.
La trama, per chi non la conoscesse, ci proietta in un futuro (spero mai prossimo) dove un calo drastico della fertilità mondiale ha portato alla nascita di Gilead, un regime teocratico e totalitario sorto sulle ceneri degli Stati Uniti. Insomma, per evitare l’estinzione della razza umana, si torna alle origini, ai secoli bui, per capirci. Quelli dove l’uomo tutto può e la donna non ha diritto nemmeno a possedere gli abiti che ha indosso, non può parlare se non interpellata, non può neanche uscire da sola. Ricorda un po’ qualcosa di odierno, vero?
In questa società, le poche donne ancora fertili vengono rapite, private della loro identità e trasformate in “Ancelle”: schiave riproduttive il cui unico scopo è dare figli ai Comandanti, con il beneplacito delle mogli, presenti allo stupro frequente fino alla lieta notizia. Ovviamente il figlio sarà della coppia affidataria dell’Ancella.
Ma oggi non voglio parlarvi della ribellione di June, la protagonista, o della follia del sistema, di quanto possa essere disturbante assistere a certe nefandezze perpetrate in nome di una religione (ok, la storia ci insegna che spesso è già accaduto, ma speravamo di esserne ormai lontani, almeno alle nostre latitudini).
No, per una volta voglio soffermarmi su una figura che, stagione dopo stagione, mi ha letteralmente ossessionata: Zia Lydia. Chi sono le Zie? Non parenti, ovviamente.
Il mistero di Zia Lydia: carnefice o “madre” ferocemente convinta?
Se i Comandanti sono la mente di Gilead, le Zie ne sono il braccio operativo e morale. Sono le custodi dell’ordine, le educatrici (o meglio, le addestratrici) che usano la Bibbia come un frustino e la tortura come uno strumento pedagogico. Non sono schiave come le Ancelle, ma nemmeno libere: sono donne che hanno barattato la loro complicità con un briciolo di potere.
C’è un episodio (nella terza stagione) che ci mostra un frammento della sua vita “prima”. Era un’insegnante di scuola elementare, una donna devota, forse un po’ sola, che cercava disperatamente di proteggere un bambino da una situazione familiare difficile. Quel seme di “protezione” è germogliato in modo mostruoso in Gilead. Cosa scatta nella mente di una donna così?
Forse la risposta sta in una solitudine profonda e nel bisogno disperato di sentirsi “necessaria”. Nella sua vita precedente, Lydia era appunto un’insegnante che cercava di raddrizzare i torti del mondo, scontrandosi con la burocrazia e con genitori che considerava inadeguati. In Gilead, ha finalmente trovato il suo palcoscenico: un luogo dove la sua rigidità non è più un limite, ma una virtù.
Lydia non vede se stessa come un’aguzzina, ma come una madre severa. Avete presente quelle figure che dicono “lo faccio per il tuo bene” mentre ti infliggono una punizione sproporzionata? Ecco, lei è l’estremizzazione di questo concetto. C’è una scena emblematica in cui piange mentre punisce le sue ancelle: non sono lacrime di coccodrillo, sono lacrime di chi crede sinceramente di soffrire insieme a loro per “purificarle”. Lei crede davvero di agire per il bene delle ragazze.
Lydia ha convinto se stessa che il dolore fisico sia un prezzo accettabile per la salvezza dell’anima. Per lei, la libertà che le donne avevano “prima” era solo caos, pericolo e peccato. Sottometterle significa, nella sua mente distorta, proteggerle da se stesse. Ma anche da un sistema che altrimenti le ucciderebbe. Forse lo fa per salvarle.

Da The Handmaid’s Tale a The Testaments: il futuro di Zia Lydia
C’è poi un altro aspetto che mi fa riflettere: quanto la sua crudeltà sia figlia della paura. Essere una “Zia” significa stare dalla parte di chi detiene la frusta per non finire sotto i suoi colpi. È la psicologia della complicità: se divento il braccio armato del sistema, il sistema non potrà schiacciarmi.
Eppure, nonostante la sua corazza di ferro e i suoi versetti biblici usati come armi, ogni tanto vediamo una crepa. Un gesto di tenerezza verso Janine, uno sguardo di disappunto verso la depravazione di certi Comandanti. Il rapporto con una delle Ancelle, Janine appunto, è quello che lascia più perplessi. Per chi ha seguito la serie come me resta uno dei misteri più fitti. È vero affetto materno o è solo il bisogno di possedere l’anima di qualcuno? Perché è così legata alla ragazza?
Insomma, sono quei momenti che ci spiazzano: ci ricordano che sotto quella divisa marrone c’è ancora un essere umano, ed è proprio questo a renderla terrorizzante. Perché se un mostro è solo un mostro, possiamo distanziarcene. Ma se un mostro prova sentimenti, allora dobbiamo ammettere che quella stessa oscurità potrebbe annidarsi in chiunque di noi, se spinto dalle giuste (o sbagliate) motivazioni.
In fondo, Zia Lydia è lo specchio di quanto possa diventare pericolosa una persona che non ha più nulla da perdere se non il proprio ruolo di potere. In ogni caso non vedo l’ora di scoprire qualcosa di più nel sequel della serie, The Testaments, che pare svelerà i punti oscuri del passato della donna e di come (e perché) sia diventata quello che vediamo.
Voi che ne pensate? Siete riusciti a scorgere un briciolo di umanità in lei o la sua convinzione di “agire per il bene” la rende ai vostri occhi ancora più imperdonabile? Si può davvero fare del male per fare del bene?



