Tra il degrado della Fortezza e un legame ferocissimo: perché le scelte narrative e i protagonisti non mi hanno convinta fino in fondo.

Appena finito di leggere Il rumore dei tuoi passi, di Valentina D’Urbano, mi sono chiesta a lungo se mi fosse piaciuto. Non perché sia scritto male, anzi. Adoro i libri scritti in prima persona.
È che la storia, per quanto cruda, mi è sembrata un po’ un già visto, non so come spiegare. Quindi, se cercate una guida onesta prima di comprarlo, siete nel posto giusto. Ecco cosa ne penso de Il rumore dei tuoi passi. Recensione senza filtri su trama e struttura.
Intanto parto con un avvertimento: se vi aspettate la classica storiella romantica in cui l’amore salva il mondo, cambiate libro. Questa è la storia di un legame tossico e feroce, nato e cresciuto come un fiore velenoso tra le crepe del degrado.
Il rumore dei tuoi passi: recensione senza filtri
I protagonisti sono Bea e Alfredo, il periodo è quello brutto dei primi anni 80 che ha visto migliaia di giovani perdersi tra le linee di una siringa, e l’ambientazione è una periferia come tante altre, fatta di case popolari, sporcizia, precarietà. La Fortezza, che già dal nome sembra una prigione.
E in effetti sembra quasi che chi vive in questi casermoni non veda via d’uscita, sia quasi rassegnato al proprio destino fatto di niente.
“Forse era la gente che frequentavamo, la noia, la mancanza di obiettivi. La consapevolezza di non poter essere mai niente di diverso […] Fuori si susseguivano gli anni e il mondo cambiava. Dentro noi rimanevamo fermi.”
Con questo spirito e questa concezione di “noi” e “loro” i ragazzi affrontato le giornate fatte di attesa, di vuoto, di assenza di stimoli.
Ma allora, se la premessa è così forte, perché sono rimasta con questo amaro in bocca? Vi spiego perché, scavando a fondo, questo libro FORSE non mi ha convinta del tutto.
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Lo spoiler iniziale: perché toglierci la speranza?
La prima scelta dell’autrice che non ho condiviso è stata quella di iniziare dalla fine, ovvero dal funerale di Alfredo. Perché farlo? Forse l’intenzione era dire al lettore: “Ehi, guarda che sai già come andrà a finire, ma adesso ti guido lungo la strada che ha portato a questa tragedia”.
Non lo so, sta di fatto che a me questa mossa ha tolto il piacere della lettura.
Avrei preferito mille volte sperare fino all’ultimo in un miracolo, in una redenzione di Alfredo, in un colpo di scena che ribaltasse un destino già scritto. Anche se, a essere onesti, forse la vera bellezza cruda del libro sta proprio qui: nell’assenza totale del solito lieto fine a cui ci ha abituati la letteratura rosa.
Per capire però dove si inceppa il meccanismo, bisogna guardare alla trama e al legame tra i due protagonisti. Bea e Alfredo crescono insieme, sempre, fin da piccolissimi. Condividono tutto, al punto che nel quartiere vengono chiamati “i gemelli“. Dormono persino nello stesso letto, aggrappati l’uno all’altra per non farsi inghiottire dal vuoto della Fortezza.
Inevitabilmente, crescendo, quel legame fraterno si trasforma in un sentimento diverso. Ma non aspettatevi farfalle nello stomaco o canzoni d’amore.
Il loro è un sentimento tossico, viscerale, che non riescono a vivere con serenità e gioia. Lo combattono, lo respingono, si fanno la guerra a vicenda e, alla fine, ne vengono tragicamente travolti quando è ormai troppo tardi per salvarsi.
I protagonisti: cosa non funziona
Il problema principale, per me, è stato la mancanza di empatia con i personaggi. Bea a tratti mi è risultata addirittura antipatica, con comportamenti incomprensibilmente aggressivi.
D’accordo, vivi in un quartiere degradato, sei incazzata con il mondo perché sai che se dici da dove vieni non ti dà lavoro nessuno e pensi che tutti ti guardino dall’alto in basso. Ma allora, se lo sai, perché quando vai a fare i colloqui non dici semplicemente che abiti da un’altra parte?
E soprattutto, perché trattare sempre male Alfredo? Non sono riuscita a comprendere questo suo accanimento continuo verso l’unica persona che la ama davvero.
Se Bea è troppo, Alfredo è decisamente troppo poco. Per me è “non pervenuto”: moscio, senza spessore, privo di una vera spina dorsale.
Intendiamoci, capisco perfettamente il contesto: viene da una famiglia distrutta, senza una madre e con un padre alcolizzato.
ATTENZIONE SPOILER
Il padre picchia i figli a morte, tanto che il fratello maggiore, esausto dalle violenze, alla fine lo ammazza. Ci sta che Alfredo sia fragile, ipersensibile e che sia per questo che cade vittima dell’eroina, lasciandosi trasportare dagli eventi come una zattera in mezzo alla tempesta.
Però mi è mancato terribilmente il suo punto di vista. Sarebbe stato bello sapere cosa pensa davvero, cosa prova dentro, cosa lo ha spinto a compiere certe scelte autodistruttive passo dopo passo. Senza la sua voce, la sua discesa all’inferno rimane un po’ bidimensionale.
Per essere precisa esiste una specie di spin-off, intitolato proprio Alfredo, in cui è lui a prendere la parola per raccontare la sua infanzia, le baracche e l’arrivo alla Fortezza.
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Sicuramente si tratta di un’ottima strategia editoriale per i fan più legati alla storia, ma dal punto di vista dell’esperienza di lettura lascia un po’ l’amaro in bocca: un romanzo, idealmente, dovrebbe riuscire a dare spessore ai suoi protagonisti principali già nel volume principale.
Dover ricorrere a un libro a parte per comprenderne a fondo la discesa all’inferno rischia di far percepire il primo capitolo come un’opera a metà, lasciando chi non ha letto lo spin-off con un senso di incompiuto difficile da colmare.

✒️ Il verdetto bisbetico su Il rumore dei tuoi passi: recensione di una rabbia che lascia un po’ freddi
Insomma, Il rumore dei tuoi passi è sicuramente un libro potente che fotografa una realtà generazionale dolorosa (quella dei primi anni ’80 e della piaga dell’eroina), ma che pecca nella costruzione psicologica dei suoi protagonisti, lasciando il lettore più irritato che commosso. Almeno, a me ha fatto questo effetto.
Inoltre trovo che proprio l’ambientazione così lontana nel tempo rischia di essere un ostacolo per i lettori più giovani. Chi fa parte della Gen Z o del BookTok oggi, cosa ne sa delle tragedie di quei tempi?
Per i più giovani è difficile comprendere appieno il contesto dei primi anni ’80, l’arrivo dell’eroina in Italia e i macelli che ha fatto, spazzando via un’intera generazione e lasciando dietro di sé solo buio e dolore. Senza questa consapevolezza storica, la disperazione della Fortezza rischia di sembrare distante o, peggio, incomprensibile. Forse questo lo rende più adatto ad un pubblico più adulto.
Voto (che ricordo assolutamente personale e soggettivo): 4 stelle sulla fiducia. La storia è cruda e abbastanza realistica, e per la mia età la sento molto vicina, ma avrei decisamente gradito scoprire qualcosa in più su cosa frullasse nella testa di Alfredo in questo libro, senza doverne acquistare un altro.
Voi lo avete letto? Siete d’accordo con me o avete amato Bea e Alfredo alla follia? Fatemelo sapere nei commenti!
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